Le navi dei veleni

images (3)Le hanno chiamate navi fantasma. Le hanno definite navi a perdere. Le hanno soprannominate navi dei veleni. Sono le imbarcazioni, recentemente balzate alle cronache, affondate tra il Mar Tirreno ed il Mar Mediterraneo con i loro “misteriosi” carichi di morte. Rifiuti tossici, chimici e scorie radioattive, provenienti da tutta Europa e date in mano alla mafia e poi rivendute nei Paesi del Corno d’Africa, tra cui la Somalia, sotto forma di “aiuti umanitari”. In tanti le hanno cercate. E tanti sono morti, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalisti del TG3, uccisi il 20 marzo 1994 in un agguato a Mogadiscio, dopo aver realizzato servizi ed inchieste sui presunti carichi di morte interrati e smaltiti nella ex colonia italiana.

Ilaria AlpiE poi delle fotografie, risalenti al luglio 1997, mostrano come in Somalia si sia continuato a sotterrare migliaia di bidoni “sospetti”: portate alla ribalta da L’Espresso, riguardano la costruzione del porto Eel Ma’aan, realizzato da imprenditori italiani, e strani container che vengono sotterrati sotto la banchina in costruzione. È questo l’anello mancante che potrebbe unire il caso Alpi-Hrovatin con il traffico di rifiuti tossici nel Corno d’Africa? Probabilmente si. E potrebbe esserlo per tante altre morti sospette legate alla Somalia. Come quella di Natale De Grazia, Capitano di Fregata della Capitaneria di Porto, morto di infarto mentre stava recandosi da Reggio Calabria a La Spezia il 13 dicembre 1995, per cercare di fare luce sulla Jolly Rosso, nave al centro delle inchieste della Magistratura e della Alpi. O come quella di Vincenzo Li Causi, ufficialmente caduto in un’imboscata di miliziani somali il 12 novembre 1993 a Balad: strana morte, la sua, visto che venne ucciso da un unico proiettile, a fronte delle centinaia esplosi dal commando che tese un’imboscata alla pattuglia di militari italiani dell’UNOSOM. Superfluo ricordare che il Maresciallo Vincenzo Li Causi, agente del SISMI, il servizio segreto militare italiano, era indicato come l’informatore di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sono ormai passati quasi vent’anni da queste uccisioni.

RifiutiVent’anni di silenzi, di verità sottaciute, di segreti di stato e di altre morti sospette. Mario Ferraro, Colonnello, in forza al SISMI, esperto di informatica e traffici internazionali, il 6 luglio 1995 veniva rinvenuto privo di vita nella propria abitazione, con il cordone dell’accappatoio stretto attorno al collo: morte presto liquidata dalla Magistratura come suicidio, senza neanche che fosse disposta l’autopsia. Una carriera in “prima linea” quella del Colonnello Ferrara: riferisce direttamente all’Ammiraglio Fulvio Martini, indaga a Beirut, in Sud Africa e in Somalia sui traffici di armi da e verso le aree di crisi. Ma è la sua morte a destare sospetti: il cappio che ha attorno al collo ha una delle estremità legate ad un porta asciugamani, più basso di Ferraro. In sostanza, avrebbe dovuto restare seduto per terra e con una, o entrambe le mani, tirare la cintura dell’asciugamano fino a morire soffocato. E poi c’è il Maresciallo Mandolini. Marco Mandolini, effettivo della Brigata Paracadutisti Folgore, capo scorta del Generale Bruno Loi in Somalia, il 13 giugno 1995 venne trovato ucciso sulla scogliera del Romito, a Livorno, con quaranta coltellate e la testa fracassata da una pietra: presto liquidato come “delitto passionale”, il caso è stato recentemente riaperto in quanto lo sfortunato Maresciallo Mandolini stava svolgendo delle indagini private sui militari ammalatisi di tumore dopo il servizio svolto nel Corno d’Africa. È stata oltretutto richiesta la riesumazione della salma, dato che lui stesso potrebbe aver contratto qualche “strana” malattia. Uranio impoverito come nel Golfo Persico e nei Balcani? Forse, anche se tali armi furono raramente utilizzate per abbattere il regime di Aidid. Oppure contaminazioni tossiche dovute allo smaltimento di bidoni di rifiuti pericolosi e di cui gli stessi soldati ignoravano il contenuto? Li Causi era forse uomo di Ferraro. E il caso ha voluto poi che gli stessi Mandolini e Li Causi si conoscessero. Anzi, di più, erano addirittura amici, dai tempi dell’addestramento nel poligono di Capo Marrargiu, in Sardegna. La stessa base, dirà in seguito Francesco Cossiga, comando di Gladio, la forza al centro di depistaggi e strategia della tensione. E di tanti altri segreti italiani. Ma questa è un’altra storia.

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2 thoughts on “Le navi dei veleni

  1. Non solo traffici di rifiuti all’estero. Anche smaltimenti illegali in Italia, con cui le ecomafie lucrano sulla vita di milioni di Italiani: l’emergenza dei rifiuti nel meridione ne è l’esempio lampante. Creano disordine sociale per costringere lo stato a scendere a patti o per aprire le discariche abusive o per smaltire le sostanze tossiche a basso costo e senza precauzioni, inquinando fiumi e mari. O affondando vecchie carrette in mare, magari truffando pure sulle assicurazioni….

  2. Pingback: Cadere in terra di Somalia: la battaglia del pastificio | Segreti della storia

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