Morire di uranio

Articolo vincitore del Premio Nazionale Mario Dell’Arco, XVIII Edizione, sezione articolo giornalistico, promosso dall’Accademia d’Arte e Cultura Giuseppe Gioachino Belli di Roma

Vittima dell'uranioIn guerra si muore sotto un bombardamento. Si muore uccisi in uno scontro a fuoco. Si muore sotto il crepitare di una mitragliatrice o perché si salta su una mina. Ma in guerra si muore anche in maniera silenziosa, a distanza di anni, dopo una lenta e dolorosa agonia. Non restano uccisi solo i nemici, ma anche gli amici, i propri uomini e i propri soldati. La morte di cui stiamo parlando non si vede. È invisibile ma pronta a colpire con la sua falce. È la morte da uranio impoverito. Uno scarto delle centrali nucleari, che viene utilizzato per rinforzare i proiettili di artiglieria e le bombe degli aerei, rendendoli più potenti e aumentandone la capacità di penetrazione. Durante la guerra del Kosovo del 1999, ma anche in quella del Golfo Persico del 1990-1991, sono stati utilizzati grandi quantitativi di proiettili “rinforzati” ad uranio impoverito, così da rendere inoffensivi in pochi secondi i carri armati e i veicoli blindati di Saddam Hussein  e di Slobodan Milosevic. Il suo utilizzo indiscriminato, però, ha determinato quello che in gergo militare si chiama “friendly fire”, il fuoco amico, ovvero la situazione in cui i propri soldati vengono a trovarsi sotto il fuoco delle proprie armi o di quelle di paesi alleati: secondo le stime dell’ANAVAFAF (Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti) ed il suo presidente Falco Accame, oltre duecento sono i militari deceduti in seguito all’insorgenza di neoplasie tumorali e oltre 2500 i malati, per la possibile contaminazione da uranio impoverito.

Articolo sull'uranioA inizio 2013, il 9 gennaio, l’ultima commissione d’inchiesta, istituita nel marzo 2010, dichiarava testualmente che essa non poteva “né asserire né escludere con certezza la sussistenza di un nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgere di patologie tumorali”. È questo “nesso causale” la vera questione: ammetterne l’esistenza sarebbe stato come formulare un vero e proprio atto di accusa verso i vertici militari e politici degli scarsi mezzi presi a protezione dei militari in servizio nei poligoni militari e durante le missioni all’estero. Questo “nesso causale”, sempre secondo la commissione d’inchiesta, mancherebbe perché le Forze Armate Italiane “non hanno mai utilizzato né posseduto o stoccato sul suolo nazionale munizionamenti di tale tipo”: e, in effetti, l’Italia non fa e non ha mai fatto uso di tali armamenti. Ne nei poligoni italiani ne tanto meno nelle missioni all’estero. Ma i nostri militari si sono trovati ad operare in aree dove tali proiettili erano stati largamente utilizzati dalle altre forze della NATO, in primis dagli Stati Uniti.

Articolo sull'uranio mpoveritoIn una delle tante missioni compiute dalle nostre Forze Armate, partì anche il Caporalmaggiore Valery Melis, prima in Albania nel 1997 e poi in Kosovo nel 1999. Aveva appena 27 anni quando un linfoma di Hodgkin lo uccise dopo una lenta agonia nel 2004. Da allora, è iniziata la battaglia legale contro lo Stato italiano, colpevole di aver mandato a morire i suoi figli migliori. Una battaglia legale che ha portato il Tribunale di Cagliari ad emettere una storica sentenza: “Deve ritenersi che il linfoma di Hodgkin sia stato contratto dal giovane Valery Melis proprio a causa dell’esposizione ad agenti chimici e potenzialmente nocivi durante il servizio militare nei Balcani”. Ma la sentenza del 2011 va ben oltre il riconoscimento del nesso causale ignorato due anni più tardi dalla commissione d’inchiesta del 2013, facendo calare su tutta quanta la faccenda un’ombra sinistra: “Nonostante fosse stato preavvertito da alto comando alleato, l’Esercito da un lato non aveva fornito alcuna informazione del pericolo e dall’altra non aveva adottato alcuna misura protettiva per la salute, così esponendo Valery Melis alla contaminazione”. Quindi, i vertici militari e politici sapevano che l’area dei Balcani era disseminata di invisibili particelle nocive dovute ai bombardamenti della NATO durante la campagna militare contro di regime di Milosevic. Sapevano ma non hanno fatto niente, voltando così le spalle a quegli uomini in divisa che operavano per conto dello Stato, in una missione di pace in zona di guerra, alleviando le sofferenze di una popolazione stremata dalla guerra.

UranioEppure, se teniamo fede alla relazione della commissione d’inchiesta, il nesso causale non esiste, quasi che fossero i militari stessi predisposti a contrarre neoplasie e leucemie. In Sardegna, però, la Procura di Lanusei ha aperto un’inchiesta sui poligoni militari della regione: Salto di Quirra e Perdasdefogu sono stati al centro di un’indagine durata diversi anni, e che ha coinvolto autorità militari e civili. Nell’area dei poligoni interforze, infatti, utilizzati spesso per esercitazioni o per il collaudo di armamenti, sarebbero presenti alti quantitativi di sostanze radioattive e chimiche, responsabili non solo della morte dei militari che vi prestavano servizio, ma anche della contaminazione di terreni e falde acquifere, tanto da far richiedere ai giudici che hanno condotto le indagini la riesumazione dei corpi di diversi contadini della zona.

UranioL’indagine del Procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi è stata chiara: mettere finalmente nero su bianco che l’uranio impoverito uccide, lacerando il muro di silenzio calato sull’intera vicenda da quasi vent’anni. Le indagini di Fiordalisi hanno portato alla scoperta di altri fatti non meno inquietanti: come riferisce la commissione d’inchiesta nel suo resoconto dell’8 maggio 2012, è stata rinvenuta, nella zona di Is Pibiris, una discarica della superficie di circa un ettaro, profonda da tre a cinque metri e piena di relitti militari inquinanti. Questa discarica è collocata nei pressi del Fiume Flumendosa e rappresenta una sicura fonte di pericolo per la salute di chi abita a valle”. Appare quindi molto strano che, il 9 gennaio 2013, nella già citata relazione finale presentata in conferenza stampa da Giorgio Rosario Costa, la commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica Italiana non abbia potuto stabilire l’esistenza di un nesso causale. E, sempre le ricerche condotte da Falco Accame e dall’ANAVAFAF, hanno portato alla luce altre morti sospette, se così le vogliamo chiamare. Sul sito dell’Associazione (http://inchiestauranio.blogspot.it) sono riportati i casi di un bambino di appena un mese, figlio di un militare in servizio al poligono di Quirra morto per un tumore al rene o quello della moglie di un militare, malato di cancro, deceduta per la stessa malattia: sembra quasi superfluo sottolineare, dopo quanto fino a qui affermato, che la donna viveva a pochi metri da poligono nel quale il marito prestava servizio.

UranioEvidentemente, nonostante il parere della commissione, il nesso causale lo aveva trovato e pagato a proprie spese il Sergente Salvo Cannizzo, stroncato a 36 anni nel 2012 da un tumore al cervello dopo avere svolto dal 1999 al 2001 ben quattro missioni in Kosovo e nei Balcani, assistendo impotente alla morte di tanti suoi colleghi uccisi dallo stesso male. Salvo, diciassette anni di carriera militare alle spalle, era stato congedato nel 2011 per l’aggravarsi del suo stato di salute. Abbandonato dallo Stato, con appena 800 euro di pensione insufficienti per pagare le cure antitumorali, la sua storia ha commosso l’Italia intera. Non posso scegliere come vivere, però posso scegliere come morire: per questo ho deciso di non sottopormi più a chemioterapia”. Queste le ultime parole del Sergente Cannizzo, che aveva deciso di incatenarsi di fronte alla Regione Sicilia per protesta al Ministero della Difesa per chiedere un po’ di giustizia per sé e per i tanti suoi commilitoni ammalati. Salvo Cannizzo voleva vivere gli ultimi istanti di vita con dignità ma non gli è stato concesso. Come non è stato concesso sette anni prima a Valery Melis e ai tanti militari italiani che sono morti dopo aver contratto neoplasie e linfomi.

Annunci

3 thoughts on “Morire di uranio

  1. Complimento per i temi affrontati da questo sito, anche se appena nato. E’ difficile ormai trovare su internet analisi chiare e precise come queste, senza che siano in qualche modo schierate. Raccontare la storia, infatti, vuol dire capire e ricercare: i giudizi tra “buoni” o “cattivi” lasciamolo ai filosofi, che il più delle volte parlano e parlano senza dire nulla.
    Tornando all’articolo, come al solito, noi Italiani (tutti) facciamo il danno e poi neghiamo e fingiamo che sia accaduto. Proprio come questo nesso causale, che tutti fingono di vedere!

  2. Bellissima inchiesta! Mai si parla dei militari morti a seguito di contaminazione da polveri di uranio impoverito… Più se ne parla, e prima squarceremo il velo che copre questa triste vicenda!

  3. Pingback: Il dramma di Lentini e le leucemie tra la popolazione | Segreti della storia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...