8 settembre 1943: quei Granatieri e Lancieri lasciati senza ordini

Armistizio 8 settembreIn settant’anni, fiumi d’inchiostro sono stati scritti sulle tragiche vicende che seguirono la lettura dell’armistizio da parte del Maresciallo Pietro Badoglio. Centinaia i libri e i volumi pubblicati, ma, nonostante tutto, da quel lontano 8 settembre 1943, il nostro Paese non è riuscito a rimarginare quella ferita che, agli occhi della storia, ha dato inizio alla guerra civile. Il Fascismo era caduto l’indomani dello sbarco alleato in Sicilia, quando il 25 luglio 1943 Benito Mussolini venne messo in minoranza nel Gran Consiglio e arrestato su ordine di Vittorio Emanuele III: i poteri passarono a Badoglio. Anche se la guerra momentaneamente continuava al fianco dell’alleato tedesco, già si tessevano i piani dell’armistizio, firmato in gran segreto a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico cinque giorni dopo, l’8.

Granatieri a Porta San PaoloNon vogliamo fare analisi politiche su quelle giornate. Quello che ci stiamo prefiggendo di fare è raccontare, dalla parte dei soldati, cosa significarono quelle ore concitate, dove i comandi furono lasciati soli, i soldati privi di ordini, i generali in capo (Pietro Badoglio e Mario Roatta), assieme al Re, fuggirono prima a Pescara e poi a Brindisi, conquistata dagli Alleati. C’è chi ha definito l’8 settembre 1943 “la morte della Patria”, perchè dopo di allora l’Italia sprofondò nel turbine della guerra civile, la peggiore forse tra tutte le  guerre. Ma, settanta anni dopo, possiamo dire che la Patria quell’8 settembre 1943 non morì e tanto meno fu perduto l’onore. Ma non perchè l’Italia ruppe l’alleanza con la Germania e il Re (con Badoglio) costituì il Regno del Sud alleato (anzi, declassato al rango di cobelligerante) con gli Anglo-Americani. L’onore dell’Italia non venne perduto grazie a quei soldati strappati alle loro terre e alle loro famiglie tre anni prima che, nonostante tutto, non abbandonarono le armi, che non fuggirono, che non si strapparono gradi e divisa e rimasero ai loro posti, davanti ad un destino e futuro incerto. Così si comportarono i Granatieri di Sardegna e i Lancieri di Montebello, che già dalle ore 22.00 dell’8 settembre 1943, presero possesso delle zone strategiche della Capitale, pronti a reagire a ogni attacco di “qualsiasi altra provenienza”. Una certa letteratura del dopoguerra (e anche una certa cinematografia) ci hanno sempre mostrato l’immagine di un soldato italiano privo del senso dell’onore, che come poté svestì la divisa per gli abiti civili, forse per accreditare la liberazione a formazioni che niente avevano di militare ed organizzato.

Capitano Romolo FugazzaSe qualcuno vorrà indignarsi leggendo queste righe, tanto meglio: la verità storica, certe volte, è più dolorosa di una pugnalata. Comunque sia, quei soldati posti alla difesa di Roma, che volontariamente non lasciarono le loro posizioni, iniziarono una battaglia che proseguì fino al 10 settembre 1943, quando gli ultimi reparti a difesa dei capisaldi a Porta San Paolo non furono sopraffatti dalle preponderanti forze tedesche della Wermacht; tra essi, non possiamo non ricordare il Capitano dei Lancieri di Montebello Romolo Fugazza, decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare. Niente più della motivazione dell’alta onorificenza è dimostrazione del suo onore e della sua fedeltà al Tricolore italiano, onore che i suoi comandanti a cui aveva giurato fedeltà non hanno rispettato: “Comandante di Squadrone Semoventi da 75-18 in molteplici rischiosi combattimenti contro forze preponderanti per numero ed armamento si esponeva dove maggiore era il pericolo per animare, incoraggiare e dirigere con oculata previdenza e con comprovata competenza tecnica i suoi Lancieri nelle manovre di attacco rese più ardite dall’impervio e difficile terreno. Incaricato di proteggere con il suo Squadrone il ripiegamento di altri reparti contrastava al nemico il terreno palmo a palmo arginandone l’irruenza e fiaccandone la baldanza. Rivelatosi ormai insufficiente ogni tentativo di arrestare l’avanzata nemica e di salvare la città di Roma dalla conquista, giunto nei pressi di Porta San Paolo, ultimo baluardo per la difesa della capitale, in un impeto di rabbia e di ribellione al fatale epilogo dell’impari lotta, quasi a sfidare ancora il nemico dal quale non si sentiva vinto, si lanciava col suo carro ed alla testa del suo squadrone contro le formazioni avversarie incalzanti, rinnovando in un’epica carica le gloriose tradizioni della cavalleria italiana. Squarciato il suo carro da granata avversaria ed egli stesso ferito a morte ricusava ogni aiuto offertogli dai suoi Lancieri accorsi, esclamando: «Non mi toccate, lasciatemi qui al mio posto d’onore ». Tempra energica e tenace di cavaliere e di comandante, esempio di altissimo valore militare. Roma, Porta San Paolo, 10 settembre 1943”.

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4 thoughts on “8 settembre 1943: quei Granatieri e Lancieri lasciati senza ordini

  1. E’ molto difficile trovare in internet siti di storia che trattino solo di accadimenti, senza scadere nella retorica. Questo ci riesce e l’inchiesta storica sull’8 settembre 1943 è molto bella e appassionante: continuate così, a raccontare la storia vera, senza pudori e mistificazioni

  2. Proprio oggi mi sono trovato a passare da Porta San Paolo, dove 70 anni fa combatterono i soldati italiani contro reparti tedeschi, durante le celebrazioni con il sindaco di Roma: ebbene, il sindaco non ha speso quasi una parola per questi soldati, parlando solo dei valori dei partigiani. Forse, qualcuno dovrebbe ricordargli che a Porta San Paolo combatterono carristi dell’ariete, granatieri e lancieri di Montebello. Dice bene l’articolo nel ricordare che il sacrificio dei militari è stato dimenticato per fare posto ad una storia di partigiani che, dati alla mano e a ricostruzioni non politiche, furono molti meno di quanto ci è stato fino adesso raccontato.

  3. Presso gli archivi di stato di Roma sono conservati miriadi di documenti che testimoniano quanti militari hanno pagato con la vita la propria fedeltà alla patria ed ai valori autentici di un popolo quale è il nostro. Purtroppo a molti di loro oggi non viene riconosciuto neanche un giorno di memoria. E’ una vergogna parlare di diritti, di popoli soprafatti e tanto altro se poi non si ha memoria …dei propri morti e dei propri valori.

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