L’affondamento della Corazzata Roma

Carlo BergaminiL’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, come abbiamo visto, determinò un grande clima di incertezza e insicurezza in migliaia di soldati, che si ritrovarono improvvisamente privi di ordini e direttive: spesso, spettò ai singoli comandanti di reparto decidere cosa fosse meglio fare, se arrendersi ai Tedeschi come intimavano i comandi germanici, o rifiutarsi, andando incontro ad incognite maggiori, quali la deportazione in massa nei campi di prigionia o la fucilazione. Anche la Regia Marina non uscì indenne dalle giornate nebulose dell’armistizio: il Capo di Stato Maggiore Raffaele De Courten, assieme al Maresciallo Pietro Badoglio e al Re Vittorio Emanuele III, fuggì da Roma e, a bordo della Corvetta Baionetta, raggiunse la città di Brindisi, già in mano alleata.

A gettare ancora più nel caos le Forze Armate Italiane contribuì il fatto che le alte gerarchie militari e politiche, nonostante avessero già firmato l’armistizio di Cassibile il 2 settembre 1943, continuarono ad impartire ordini ai comandi dipendenti inerenti le operazioni contro gli Alleati: a Piano dello Zillastro, ad esempio, i Paracadutisti del Nembo, lo stesso 8 settembre, stavano combattendo contro i Canadesi in Aspromonto. Nella base navale di La Spezia, invece, la flotta italiana stava preparando gli ultimi preparativi per fare rotta verso la città di Salerno, pronta a muovere per contrastare le navi alleate in supporto dello sbarco anglo-americano. Lo sgomento, pertanto, fu tanto, quando le radio trasmisero il comunicato di Badoglio.

Corazzata RomaPoche ore prima della comunicazione, una telefonata raggiunse l’Ammiraglio Carlo Bergamini, comandante delle forze navali da battaglia, in cui De Courten gli annunciava l’imminenza dell’armistizio e i nuovi ordini: fare rotta verso l’Isola di Malta (base navale britannica) e consegnare l’intera flotta agli Inglesi, in attesa di ricevere nuovi ordini. Andato su tutte le furie, accettò con riluttanza gli ordini ricevuti, non per convenienza, ma per senso dell’onore delle gerarchie militari: per un valido ufficiale della Regia Marina era, infatti, denigrante consegnare l’intera flotta senza neanche aver sparato una salva di cannoni.

Così, alle ore 03.00 del 9 settembre, l’Ammiraglio Bergamini, a bordo della Corazzata Roma, salpò per dirigersi verso La Maddalena, insieme alle Corazzate Vittorio Veneto e Italia, con gli Incrociatori Montecuccoli, Eugenio di Savoia e Attilio Regolo, con i Cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere, Legionario, Oriani, Artigliere, Grecale e Velite e le Torpediniere Pegaso, Orsa, Orione, Ardimentoso e Impetuoso. Nonostante la richiesta di Bergamini di copertura aerea, quasi tutte le squadriglie da caccia di Sardegna e Corsica erano in trasferimento verso Roma: ricevuto per telegramma che La Maddalena era stata occupata dai Tedeschi, venne seguita una nuova rotta, con direzione Bona, in Algeria. Ma alle ore 14.00 si alzò in volo la prima di tre ondate di velivoli della Luftwaffe, con l’ordine di intercettare e affondare il convoglio navale: alle 15.30 cadde la prima bomba d’aereo a cinquanta metri dall’Eugenio di Savoia, senza causare alcun danno. Circa un quarto d’ora dopo, alle 15.42 la prima bomba colpì la Corazzata Roma, senza però causare danni irreparabili; un secondo attacco, delle 15.50, centrò la nave a prua, sul lato sinistro fra il torrione di comando e la torre sopraelevata armata con cannoni da 381 mm, con conseguenze ben diverse: la sala macchine fu completamente allagata, facendo cessare l’erogazione dell’energia elettrica, e il deposito munizioni saltò in aria.

Alle 16.11 la Corazzata Roma si girò su un fianco e, spezzandosi in due tronconi, affondò in pochi minuti: in totale, persero la vita 1352 marinai, tra cui l’Ammiraglio Carlo Bergamini e il comandante della nave, Adone del Cima. I naufraghi salvati, recuperati dalle unità navali inviate in loro soccorso, furono 622.

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