Gli Italiani a Kindu, caduti sotto la bandiera dell’ONU

Eccidio di KinduSi trovavano in missione di pace per conto delle Nazioni Unite in terra congolose. Nel novembre 1961 l’Italia prendeva parte alla prima grande missione di pace sono la bianca livrea dell’ONU dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Missione ONUC, nell’ex Congo belga, per porre fine alla guerra civile iniziata con la secessione della regione del Katanga. La missione italiana era iniziata l’11 luglio 1960, quando la 46ª Brigata Aerea dell’Aeronautica Militare Italiana cominciava a svolgere le prime missioni sui cieli del Congo, inizialmente per evacuare i profughi italiani e per trasportarvi generi di primo soccorso: un contributo in tal senso svolse anche Tito Spoglia, funzionario del Ministero degli Esteri con l’incarico di Addetto Aggiunto per l’Emigrazione, rimanendo poi ucciso il 10 luglio 1960 a Elisabethville in un conflitto a fuoco. La missione in terra d’Africa, però, proseguiva, tra le mille difficoltà dovute al caldo equatoriale e agli incessanti agguati subiti dalle truppe delle Nazioni Unite ad opera delle bande ribelli: in una di queste, il 25 settembre 1961, perdeva la vita il Caporale del Corpo Militare della Croce Rossa Raffaele Soru, in uno scontro a fuoco fuori dell’Ospedale da Campo n° 10 a Alberthville.

Kindu bareIn questo scenario di violenze e scontri, la mattina dell’11 novembre 1961 decollavano da Kamina alla volta di Kindu, aeroporto situato nella regione del Kivu al confine con il turbolento Katanga, due C119 destinati a rifornire la locale guarnigione di Caschi Blu Malesi. Il primo velivolo era al comando del Maggiore Pilota Amedeo Parmeggiani e con a bordo il Sottotenente Onorio De Luca, il Tenente Medico Francesco Paolo Remotti, il Maresciallo Motorista Nazzareno Quadrumani, il Sergente Marconista Francesco Paga, il Sergente Elettromeccanico Martano Marcacci e il Sergente Maggiore Montatore Silvestro Possenti; il secondo era al comando del Capitano Pilota Giorgio Monelli, con il Sottotenente Pilota Giulio Garbati, il Maresciallo Motorista Filippo Di Giovanni, il Sergente Marconista Antonio Mamone, il Sergente Maggiore Elettromeccanico Armando Fabi ed il Sergente Maggiore Montatore Nicola Stigliani. Atterrati a Kindu dopo le 13:00 e scaricato il materiale, tra cui due piccoli mezzi blindati dell’ONU, i due equipaggi si recavano presso la mensa situata a circa un chilometro dall’aeroporto. Ma verso le 16:30, mentre stavano ancora pranzando, facevano irruzione nella mensa una ottantina di ribelli dell’Armata Nazionale Congolese seguaci del Colonnello Pakassa che, dopo aver immobilizzato il personale di guardia malese, li assaliva e li malmenava trascinandoli nella prigione della città. Testimoni riferirono che già in quel frangente uno degli Aviatori fosse stato ucciso per la sua reazione. Rinchiusi in uno stanzone del carcere, poche ore dopo venivano trucidati selvaggiamente a raffiche di mitra. Da più parti si sarebbe cercato successivamente di accreditare la tesi che gli Aviatori italiani erano stati scambiati per mercenari belgi, ma in realtà questo drammatico episodio era la chiara testimonianza dell’anarchia che regnava ormai in Congo e dell’impotenza sia delle Nazioni Unite che del Governo di Leopoldville dinanzi all’ammutinamento di interi reparti dell’Esercito Congolese. Tuttavia per venire a conoscenza della terribile notizia ci sarebbe voluto ancora qualche giorno, ossia il tempo necessario per portare a termine le convulse ed estenuanti trattative avviate dai funzionari delle Nazioni Unite subito inviati a Kindu. L’angoscia e la speranza dell’attesa ebbero però durata breve, poiché il 17 novembre 1961 i principali giornali italiani titolavano: “Fatti a pezzi e gettati in un fiume i tredici Aviatori italiani nel Congo”. La notizia fece subito il giro del mondo, suscitando ovunque grande emozione e sentimenti di pietà per l’ingiusta sorte toccata a questi uomini. “Il primo sentimento, per noi Italiani è di dolore, è di compianto. Tredici nostri connazionali, i figli della nostra stessa terra, sono caduti a migliaia di chilometri da noi, in una regione inospitale e selvaggia nell’adempimento di un alto dovere, di una missione di civiltà”.

Ma un’altra tragedia si consumava nel cielo del Congo. Il giorno stesso in cui i giornali annunciavano il massacro di Kindu, un altro velivolo della missione italiana, in volo dall’Italia per il Paese africano con a bordo la posta ed il vettovagliamento era costretto ad effettuare un atterraggio di emergenza su di una radura nei pressi del Lago Tanganika a causa di avaria al motore. La manovra veniva eseguita correttamente, ma durante la corsa al suolo il velivolo imbardava violentemente arrestandosi contro un grosso tronco d’albero. Nell’urto trovavano la morte il Capitano Pilota Elio Nisi, il Maresciallo Pilota Giovanni De Risi, il Maresciallo Motorista Tommaso Fondi ed il Maresciallo Marconista Giuseppe Saglimbeni; gli altri componenti dell’equipaggio riportavano ferite varie e venivano ritrovati due giorni più tardi presso una località sede di una missione religiosa, che avevano raggiunto dopo una estenuante marcia attraverso la foresta. Nel giro di soli tre giorni l’Aerobrigata aveva pagato un prezzo altissimo, perdendo tre equipaggi di volo ed un velivolo. Il 5 dicembre venivano celebrati a Pisa i funerali anche di questi quattro sfortunati Aviatori, ma delle salme dei loro colleghi caduti a Kindu sembrava non esserci più alcuna traccia. Bisognerà attendere il successivo 1962 quando, a quattro mesi di distanza dall’eccidio, il giorno 23 febbraio, era possibile recuperare i corpi dei caduti. Ciò grazie all’opera del Cappellano dell’Aerobrigata, Don Emireno Masetto, che aveva sostenuto in ogni momento le ricerche. Il 10 marzo 1962 le salme, dopo le formalità relative all’inchiesta in corso, venivano imbarcate su un velivolo americano, dopo aver ricevuto solenni onori. L’aereo giungeva a Pisa il giorno 11 marzo; il giorno successivo, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, veniva celebrato il solenne rito funebre, al termine del quale le salme trovavano provvisoria dimora nella cripta della chiesa di S. Caterina. Il 19 giugno 1962, con il rientro a Pisa degli ultimi tre velivoli si concludeva l’attività operativa per il Congo. Il bilancio constava di 2167 sortite per un totale di 9165 ore di volo, 9.328.201 t di materiale e 8100 passeggeri trasportati: tutto questo a prezzo di ventuno vite umane (durante la missione italiano, oltre agli uomini sopra ricordati, persero la vita anche il Maresciallo Mario Lamponi, stroncato da un infarto, e il Capitano Pilota Sergio Celli, il Tenente Pilota Dario Giorni e il 1° Aviere Montatore Italo Quadrini, deceduti in un incidente aereo), sei feriti e tre velivoli distrutti.

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5 thoughts on “Gli Italiani a Kindu, caduti sotto la bandiera dell’ONU

  1. La strage di Kindu, come quella di Nassirya, deve essere di esempio a chi, nelle strade, urla “10, 100, 1000 Nassirya” nascondendosi dietro ad un casco. Tutti noi dobbiamo inchinarci davanti a quelli che furono i martiri delle Forze Armate in missione all’estero, caduti dal 1949 fino ad oggi.

  2. Le Forze Armate Italiane hanno pagato un grande tributo di sangue in Congo, in Libano, in Somalia, in Rwanda, in Mozambico, nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, ovunque la pace e la stabilità erano (e sono) messe a rischio. Non dimentichiamoci mai dei nostri angeli custodi in divisa! Mai!

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