Il punto sui Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – 2 –

latorre-gironeOggi pubblichiamo un’intervista fatta al Generale Fernando Termentini a seguito della notizia diffusa oggi dalle agenzie di stampa italiane per cui i Fucilieri di Marina del Reggimento San Marco, il Capo di Prima Classe Massimiliano Latorre e il Sergente Salvatore Girone, rischiano la pena di morte per il presunto reato da loro commesso a bordo della nave Enrica Lexie: il tutto a seguito di un articolo comparso sul sito del quotidiano indiano The Hindustan Times, poi rimosso. Dal canto suo, l’Inviato Speciale del Governo in India Staffan De Mistura dichiara che l’Italia è pronta “ad ogni evenienza con mosse e contromosse”, così come affermato all’Ansa.

1. Ciò che hanno battuto le agenzie di stampa italiane, oggi, è stato un fulmine a ciel sereno: la NIA, l’organo di polizia indiana incaricato di fare luce sugli eventi che coinvolsero i due Fucilieri di Marina, ha affermato che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone rischiano un’incriminazione per un reato punibile con la pena di morte. L’inviato De Mistura paventa mosse e contromosse, come se fosse una partita a scacchi. Cosa dovrebbe fare a questo punto la nostra diplomazia?

Quello che non ha fatto fino ad ora. Una serie di iniziative a livello internazionale, prima fra tutte l’arbitrato che in sessanta giorni secondo il parere di eminenti Accademici esperti di Diritto Internazionale poteva essere discusso e forse avrebbe anche aiutato a far uscire l’India dal loop in cui il Kerala aveva spinto il Governo Centrale di Delhi. Agire poi con un pressing deciso sull’India con un’esposizione in prima persona del Ministro per richiamare se non l’altro l’interesse internazionale su una vicenda che doveva coinvolgere tutti. La Farnesina invece ha lasciato la patata bollente in mano al Dottor de Mistura nominato Commissario di Governo per i fatti specifici e quindi direttamente dipendente da Palazzo Chigi e non dal Ministero degli Affari Esteri. Un rappresentante governativo che  ha dimostrato nel tempo una qualche  esitazione ed approccio compromissorio di troppo. Il Ministero degli Affari Esteri poi dovrebbe annullare il suo approccio distaccato verso l’intera vicenda come ha fatto recentemente il 12 novembre in occasione della conferenza Asia-Unione Europea, quando è stato delegato a rappresentare l’Italia un bravissimo Funzionario al posto invece di figure di più elevato rango come Direttori Generali o Vice Ministri,  aspetto non formale ma di preminente importanza in contesti internazionali che hanno visto la presenza di più di trenta Ministri degli Esteri di vari Stati delle aree geografiche interessate. Infine, un altro aspetto poco condivisibile sull’approccio del Ministero degli Affari Esteri al problema specifico è quello di una palese e dichiarata applicazione di una “diplomazia riservata” di kissingeriana tradizione, ma che nella fattispecie appare quanto meno strana in quanto coinvolti due cittadini italiani, militari impegnati a difendere la sicurezza di una nave che in navigazione in acque internazionali è di fatto  territorio nazionale. Comunque, per concludere sul ruolo della Farnesina, forse ha risposto questa sera lo stesso Ministro quando ad un TG nazionale ha assicurato che per i due Fucilieri di Marina non sussiste il rischio di pena di morte e concluso con le parole “e non dico altro”!

2. Nel diritto internazionale chi agisce per conto dello Stato nazionale (siano essi ambasciatori, consoli o militari) è protetto, in base alla convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche, con la cosiddetta immunità funzionale. Come mai il nostro Ministero degli Esteri non ne ha mai fatto uso, appellandosi così a quelle norme di diritto internazionale che l’India vuole tanto difendere?

Una domanda a cui dovrebbe rispondere la Farnesina che non ha mai invocato l’immunità funzione peculiarmente prevista dal Diritto pattizio (convenzionale) per militari che possano incappare in eventi conseguenti al compito istituzionale loro assegnato dallo Stato. Un diritto che l’India ha anche applicato a favore di suoi militari componenti del Contingente di Pace ONU coinvolti in un abominevole atto di stupro in Congo ma che nega ai due Fucilieri della Marina Militare italiana.

3. Essendo l’Italia parte di organismi internazionali (NATO, ONU, UE) e contributrice alle principali missioni per il mantenimento della pace e della sicurezza (ISAF, KFOR, UNIFIL, solo per citare le più importanti e impegnative), non era meglio sottoporre a tali organi l’intera questione?

Sicuramente. In primis all’ONU,  dove in occasione dell’ultima Assemblea a New York il Premier ed  il nostro Ministro degli Esteri non ha nemmeno accennato al problema dei due Marò . Poi in ambito Nato appellandosi alla Carta dell’Alleanza per quanto attiene agli aspetti di difesa reciproca. Ma non solo si doveva pretendere un’incisiva azione dell’Unione Europea denunciando la latitanza dimostrata da Bruxelles e rigettare alla mittente la risposta della Asthon che rispose che preferiva non interferire in controversie fra Stati.

4. Qui arriviamo al nocciolo della questione. Chi decise di fare entrare in acque nazionali indiane l’Enrica Lexie? Con quale diritto le autorità indiane salirono a bordo di una nave italiana, battente bandiera italiana, di una compagnia armatrice italiana? Perchè nessuno ha protestato quando nel “pasticcio” del mancato rientro limitarono la mobilità del nostro ambasciatore, andando contro ogni norma di diritto internazionale contenuta nella Convenzione del 1961?

Una serie di domande importantissime. Cercherò di rispondere con la dovuta sinteticità sperando di essere chiaro. La Lexie è rientrata in acque territoriali indiane dopo che l’Armatore rispettando una specifica convenzione sottoscritta da Confitarma ed il Ministero della Difesa aveva avvertito della richiesta indiana la linea di Comando e Controllo militare. Di questo siamo certi perchè l’ex Ministro della Difesa Di Paola il 15 ottobre 2012 ha risposto in tal senso ad un’interrogazione scritta del Parlamento. Non è stato reso noto chi dei vertici abbi dato l’ok considerando l’India un Paese amico, se il Centro Operativo Interforze (COI) o il Comando della Squadra Navale (CINCINAV) da cui dipendevano i militari imbarcati sulla petroliera. E’ forse lecito supporre CINCINAV. Un altro particolare della vicenda, sicuramente il più importante che doveva essere oggetto di indagine internazionale in quanto il Diritto di Navigazione definisce penalmente rilevanti le false comunicazioni date per mare ed il Kerala ha dato in quel momento al Comandante della nave notizie false ed ingannevoli. Nel momento che la nave era in acque territoriali indiane e peggio era ormeggiata alla banchina del porto indiano di Koci gli indiani potevano esercitare un diritto di territorialità nazionale. Quello che lascia perplessi è il fatto che nessuno delle Autorità Militari e Civili in forza all’Ambasciata di Delhi abbia pensato a fronte delle minacce indiane di dichiarare la nave una sorta di dependance della Sede diplomatica (ufficio staccato, centro di comunicazione o qualcosa altro di simile) opponendo le garanzie previste dalla Convenzione dell’Aia alla polizia peraltro di uno Stato Federale quale è il Kerala, non accreditato diplomaticamente presso l’Italia. Riguardo ai fatti attinenti all’Ambasciatore italiano nel momento che venne annunciata la decisione italiana di non far rientrare i due militari in India alla scadenza del permesso elettorale, rappresentano un  altro episodio a contorno della vicenda che mi permetto di definire significativo per capire come sono state gestite le cose dall’Esecutivo del momento. La dichiarazione dell’immunità diplomatica doveva e poteva essere immediatamente impugnata di fronte ad una Corte internazionale ed avrebbe trovato il consenso del mondo perchè l’atto ricattatorio dell’ India avrebbe rappresentato un precedente pericolosissimo per tutta la diplomazia internazionale. Invece si è preferito estradare per al terza volta i militari in India (la prima a Koci, la seconda al termine della licenza natalizia, la terza il 22 marzo u.s.) facendo riferimento ad una dichiarazione sottoscritta dall’Addetto di Affari indiani presso l’Ambasciata a Roma. Una palese forzatura che  meriterebbe di essere valutata presso le opportune Sedi,  di un dettato in tema di estradizione della  Costituzione, di un articolo del Codice Penale italiano e di una sentenza della Suprema Corte che ribadisce che non possono essere estradate persone in uno Stato dove è prevista la pena capitale anche a fronte di una dichiarazione di non applicabilità della stessa. La dichiarazione prodotta a de Mistura era uno di questi documenti,  irrilevante sul piano giuridico italiano ma  che nessuno ha considerato come tale  nel rimandare a Delhi Massimiliano e Salvatore.

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