Piazza Fontana piange ancora

Piazza FontanaMilano s’inchina alle vittime innocenti e prega pace: questa breve ma significativa frase era stata apposta all’ingresso del Duomo di Milano, durante i funerali delle diciassette vittime che il 12 dicembre 1969 furono dilaniate da una bomba ad altissimo potenziale esplosa all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana. Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè, Gerolamo Papetti: questi i nomi di chi trovò la morte alle ore 16:37 di una piovosa giornata di dicembre. Ma non solo Milano venne violentata in quel tragico giorno: un altro ordigno venne rinvenuto inesploso alla sede milanese della Banca Commerciale, mentre altre tre bombe esplosero quasi simultaneamente a Roma. Una, alle 16:55, nel sottopassaggio di Via Veneto ferendo tredici persone; una seconda alle 17.20 di fronte all’Altare della Patria ed una terza appena dieci minuti dopo all’ingresso del Museo del Risorgimento di Piazza Venezia, causando il ferimento di altre quattro persone. Si inaugurava in Italia, quella che la storia ha chiamato strategia della tensione, ovvero una serie di attentati terroristici volti a creare un clima di incertezza nella popolazione e auspicare così una svolta autoritaria.

Funerali vittime Piazza Fontana1Vicenda triste, quella di Piazza Fontana. Triste ed umiliante per una Nazione che stava risollevandosi dalle macerie del secondo conflitto mondiale, con istituzioni giovani ma che già, nelle loro frange deviate e oscure, ordivano trame segrete per rovesciare la nascente democrazia. Nelle indagini che seguirono la strage, l’attenzione fu indirizzata verso esponenti anarchici, ritenuti già responsabili per precedenti attentati compiuti sui treni (8-9 agosto 1969), dai quali furono poi completamente assolti. Un vero e proprio depistaggio pianificato nei minimi particolari: in una via limitrofa a Piazza Fontana, infatti, venne fatto rinvenire un manifesto anarchico per rivendicare l’attentato. Anni più tardi, la Magistratura appurerà che a stampare quel manifesto fu l’Aginter Press, un’agenzia di stampa operante a Lisbona dal 1962 al 1974 legata ai servizi segreti NATO dei paesi occidentali.

Funerali vittime Piazza FontanaI fermati anarchici provenivano quasi tutti dai Circoli 22 Marzo e Ponte della Ghisolfa, tra i quali figurava anche Giuseppe Pinelli, uno degli ispiratori del movimento anarchico milanese. A condurre le indagini venne chiamato il Commissario Luigi Calabresi. E qui la vicenda si fece ancora più triste ed umiliante: la sera del 15 dicembre, dopo tre giorni di estenuanti interrogatori, Pinelli cadde dal quarto piano della Questura, rimanendo ucciso sul colpo. Subito montò una campagna diffamatoria nei confronti del Commissario Calabresi, accusato da esponenti della sinistra estrema di essere l’assassino, anche se nel momento del fatto non si trovava nella stanza dell’interrogatorio. Il 17 maggio 1972 anche il Commissario Luigi Calabresi trovò la morte: dopo tre anni di continui attacchi a mezzo stampa, minacce a telefono e scritte sui muri, un commando di due persone gli sparò alle spalle mentre si recava a lavoro in Questura. Intanto le indagini sulla strage di Piazza Fontana andavano avanti, ma continuavano anche gli attentati e i morti ammazzati nel nostro Paese: il treno Freccia del Sud, gli scontri di Reggio, Piazza della Loggia e Piazzale Arnaldo a Brescia, Peteano, il treno Italicus, la questura di Milano, solo per citare i più sanguinosi. A queste stragi si unirono poi gli omicidi politici dei gruppi terroristi, dai Nuclei Armati Rivoluzionari alle Brigate Rosse. Ma anche gli attentati del terrorismo palestinese, come a Fiumicino. E poi venne Bologna, dove venne perduta definitivamente l’innocenza di tutti gli Italiani. Anni di processi, di ricorsi, di condanne ed assoluzioni: tutte procedure che pesarono economicamente sulle spalle dei familiari delle vittime di quel maledetto 12 dicembre 1969, mentre la Repubblica non era capace di “medicarsi” le proprie ferite.

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