L’affondamento della “nave bianca” Arno

Nave Ospedale ArnoIl loro affondamento è sempre stato considerato un crimine di guerra, al pari delle rappresaglie contro le popolazioni civili inermi. Eppure, in guerra, anche i loro scafi non furono risparmiati dai siluri dei sommergibili, dalle mine magnetiche,  dai bombardamenti degli aerosiluranti e dai cannoni delle navi da battaglia. Le “navi bianche”, ovvero le grandi navi ospedale così chiamate dal colore delle loro fiancate al centro delle quali campeggiava sempre una enorme croce di colore rosso, erano tutelate già dalla Convenzione dell’Aja del 1907 contro eventuali attacchi di altre unità navali: ma durante la Seconda Guerra Mondiale molte vennero affondate, causando la morte non solo degli equipaggi, ma anche di tante infermiere volontarie e dei militari gravemente feriti che erano impossibilitati a muoversi. Anzi, molto spesso, si ebbero numerosissimi gesti di umano altruismo e innata generosità, quando medici e infermieri sacrificarono le loro vite pur di evacuare soldati e civili feriti.

ArnoUn simile destino toccò alla nave ospedale Arno, nata inizialmente come piroscafo per il trasporto di passeggeri e poi convertita alla nuova funzione dalla Regia Marina per le esigenze belliche. Dotata delle necessarie attrezzature mediche e di 440 posti letto, la direzione sanitaria venne assunta dal Tenente Colonnello Medico Giuseppe Tallarico e, nell’agosto 1940, venne inviata in Libia per la sua prima missione di soccorso al personale ferito. L’8 dicembre dello stesso anno, subì un primo bombardamento aereo, riportando seri danni, mentre si trovava ancorata nel porto di Napoli, a seguito di un’incursione aerea inglese. Partecipò, in seguito alla distruzione di un convoglio navale italo-tedesco il 16 aprile 1941, al soccorso e alla ricerca dei sopravvissuti, traendo in salvo 1271 naufraghi sui tremila marinai imbarcati sulle navi affondate; fu poi protagonista, assieme alla nave ospedale Sicilia, del salvataggio di un altro migliaio di uomini, sopravvissuti al siluramento di un trasporto truppe diretto in Libia.

Via via che le operazioni in Nord Africa volgevano a favore degli Alleati, le missioni di salvataggio della Arno si susseguirono senza sosta, tanto che mentre era in porto a Bengasi durante una sosta operativa per rifornirsi, rimase nuovamente danneggiata, anche se in maniera lieve, da un nuovo bombardamento aereo: ormai, la guerra non risparmiava più nessuno, neanche chi operava sotto le insegne della croce rossa. Tra il 29 e il 30 agosto 1942, altri 119 uomini furono tratti in salvo dalle onde del mare, dopo che l’avviso Diana era stato silurato da un sommergibile britannico: nonostante il mare fortemente agitato, gli uomini della “nave bianca” dimostrarono grandi doti marinaresche portando in salvo, nella totale sicurezza, tutti quanti i naufraghi. Il 3 settembre, l’unità salpò nuovamente diretta verso le coste del Nord Africa, trasportando personale medico e attrezzature sanitarie destinate all’Afrika Korps del Generale Rommel: durante la navigazione, la notte dell’11 settembre 1942, nonostante procedesse illuminata per segnalare che non si trattava di una nave da guerra, alle 00.45 venne silurata da un aereo inglese: dopo dieci ore di agonia, la bianca nave affondò, portando con sé ventisette uomini di equipaggio, mentre il resto degli uomini e delle infermiere venne tratto in salvo dopo due giorni ed una notte trascorsi in mare.

Nel corso del conflitto, la nave ospedale Arno aveva effettuato complessivamente quasi sessanta missioni come nave ospedale, trasportando e salvando dalle acque oltre 6100 naufraghi e prestando le necessarie cure mediche ad oltre 17.200 tra feriti e malati.

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