Sessantacinque anni di diritti umani

Articolo inserito nella raccolta antologica di letteratura dell’Accademia Gioachino Belli dell’ottobre 2013 dedicata alla XIV Edizione del Premio Nazionale Letterario d’Arte e Cultura “Maria Santoro”

Palazzo di Vetro dell'ONUSessantacinque anni fa, il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votava e approvava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, secondo cui tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono uguali, senza distinzioni di sesso, razza, religione, lingua o idee politiche. Ma dopo sessantacinque anni, torna alla memoria dal lontano 1961 quanto affermato da Peter Benenson: basta sfogliare qualsiasi quotidiano, italiano e internazionale, per trovare la notizia che da qualche parte nel mondo i più elementari diritti umani sono violati ed ignorati. Bombardamenti su civili inermi con armi di distruzione di massa bandite da tutte le convenzioni sugli armamenti, come le micidiali bombe al fosforo e a grappolo di cui sono vittime le popolazioni della Striscia di Gaza. Regimi dittatoriali in cui le minoranze politiche sono perseguitate e incarcerate e le rivolte della popolazione per la propria autodeterminazione sono represse nel sangue, come da oltre un anno avviene in Siria. Ma anche minoranze etniche che lottano per la propria identità culturale sono spesso vittima di violenze e sopraffazioni, non solo dei propri governanti, ma anche delle multinazionali estere alla ricerca di “nuove strategie commerciali” per aumentare i propri profitti: vengono alla mente le lotte della popolazione dei Karen, in Birmania, da decenni impegnati in una guerra silenziosa contro il governo di Rangoon e dei suoi traffici di stupefacenti verso l’Occidente addormentato. E in un mondo sommerso dai servizi giornalistici in diretta, solo le azioni estreme di auto immolazione dei monaci tibetani, ci fanno tornare alla mente che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” e che “essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Già, è sempre quella Dichiarazione di sessantacinque anni fa che parla, al suo primo articolo.  Ma se poi guardiamo alla realtà, non c’è un posto al mondo in cui quei diritti, sanciti e sottoscritti, siano davvero applicati. Decine di milioni di persone muoiono ogni anno per la fame; undici milioni di bambini ogni anno muoiono per malattie facilmente prevenibili e curabili; centinaia di migliaia restano uccisi a causa della guerra ed i suoi effetti: bombardamenti, rappresaglie, mine anti uomo; ogni trenta secondi, nel mondo, muore un bambino; oltre centodieci milioni non vanno a scuola e si perdono nei mercati del sesso, della droga, delle armi e del traffico di organi; più di un miliardo di persone continua a non avere accesso all’acqua potabile ed un terzo della popolazione mondiale non dispone di servizi igienici. Queste cifre, fornite dalle agenzie delle Nazioni Unite sono “al ribasso”, in un mondo dove i morti ormai non si contano neanche più. E per coloro che si sono dimenticati di quella ingombrante Dichiarazione, vista come una limitazione al proprio potere personale, basta ricordare che lei è sempre presente, con i suoi trenta articoli, scritti nero su bianco, senza possibilità di interpretazioni: ciascun individuo ha diritto alla vita e alla libertà e non deve mai essere sottoposto o essere tenuto in stato di schiavitù.

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