Tarnova, l’ultima battaglia

Tarnova della SelvaTarnova della Selva rappresentava, alla fine del 1944, l’ultimo baluardo a difesa della città di Gorizia dai partigiani slavi del Maresciallo Tito, intenzionati a dilagare in tutto il Friuli Venezia Giulia, occupando e annettendo alla nascente Jugoslavia i territori italiani fino alle porte di Venezia. Per far questo, dal 1943, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre, si stava compiendo nella Venezia Giulia e in Istria una sistematica pulizia etnica di elementi non slavi, la stessa che vedrà coinvolti cinquant’anni dopo i Serbi, i Croati e i Bosniaci dopo la dissoluzione dello stato jugoslavo, a dimostrazione che la nazione creata da Tito era un coacervo di popoli e culture diverse. Molti finirono nelle foibe e tanti altri deportati nei campi di prigionia: ma non furono uccisi e imprigionati solo coloro che erano membri delle forze di occupazione italo-tedesche, ma anche tanti esponenti dei comitati di liberazione nazionale che non si rifacevano all’ideologia comunista. Un esempio, sopra a tutti, lo sterminio della Brigata partigiana Osoppo ad opera di elementi comunisti delle Brigate Garibaldi alleate con il IX° Corpo sloveno di Tito.

Battaglia di Tarnova della Selva

In questo scenario si cala la difesa dell’abitato di Tarnova, nel gennaio 1945, ad opera dei militari del Battaglione Fulmine della Decima Flottiglia MAS del Comandante Junio Valerio Barghese, l’eroe Medaglia d’Oro al Valor Militare degli attacchi contro le navi inglesi a Gibilterra. Il piccolo centro abitato, ormai spopolato ed evacuato dalla popolazione civile, si trovava in una posizione altamente strategica, poiché dominava la Statale 307 che collegava Aidussina a Gorizia, una delle principali arterie viarie carsiche. A partire dal 9 gennaio 1945, il Battaglione Fulmine, dopo aver rilevato precedenti reparti operanti nella zona, alle prime avvisaglie di un’offensiva slava, decise la fortificazione dell’area, procedendo alla costruzione di diversi fortini e nidi di mitragliatrici, con campi minati disseminati tutto intorno. Forte di 216 uomini al comando del Tenente di Vascello Elio Bini, la 1ª Compagnia difendeva il settore nord dell’abitato, la 2ª Compagnia quello sud e la 3ª Compagnia Volontari di Francia quello occidentale (la Compagnia dei Volontari di Francia era costituita dai figli degli immigrati italiani arruolati presso la Base di Bordeaux). Nonostante la dislocazione dei piccoli reparti, il Generale Giorgio Farotti, del Battaglione Barbarigo, nel suo libro di memorie Sotto tre bandiere giudicò la difesa di Tarnova “una vera trappola per coloro che avrebbero dovuto presidiarle, anziché un’efficiente posizione di resistenza”: questo perché, nonostante i chiari segnali di un’imminente offensiva, il Battaglione Fulmine era costituito da sole compagnie di fucilieri, armati soltanto di mitragliatrici e privi di mortai da 81 mm; inoltre, nei giorni precedenti, era stata allontanata dalla zona una batteria di artiglieria da 75/13, che certo avrebbe potuto efficacemente contrastare le forze titine.

Postazione del Fulmine a TarnovaI primi, sporadici, combattimenti iniziarono tra il 12 e il 13 gennaio 1945 vedendo coinvolte inizialmente le pattuglie dei Volontari di Francia in perlustrazione, mentre isolati colpi di mortaio cominciarono a colpire l’abitato di Tarnova, senza però causare né morti né grossi danni agli uomini del Fulmine. Ma il 19 gennaio, verso le 05.40 di notte, una pioggia di granate cominciò a riversarsi sulle postazioni italiane, investendo in pieno tutti i capisaldi: i partigiani slavi, nonostante la superiorità numerica di tre a uno, alle ore 13.00 non erano riusciti a penetrare tra le linee della Decima MAS, riportando al contempo pesantissime perdite: oltre ottanta morti e 150 feriti, a fronte di dodici Marò uccisi e 25 feriti; inoltre, in arditissime azioni, vennero catturate anche armi pesanti, tra cui diversi mortai, che furono prontamente utilizzate contro gli attaccanti. Il giorno seguente l’assalto jugoslavo riprese più furioso che mai, appoggiato in larghissima parte dal fuoco dei mortai, che distrussero uno per uno i bunker tenuti dalla 3ª Compagnia Volontari di Francia: i Marò, costretti a ripiegare per le pesanti perdite subite (sessantadue morti e ventisette feriti), posero la loro nuova linea di difesa in alcune abitazioni situate in posizione dominante. Da tenere presente che, armati di sole mitragliatrici, ressero l’urto di oltre 1500 slavi, costoro armati di mortai e, alcuni reparti, anche di cannoni anticarro, con cui demolirono ulteriormente altri bunker con all’interno i loro difensori.

Funerali dei MaròA corto di munizioni e realizzando rudimentali bombe a mano utilizzando cassette portamunizioni e scatolette di viveri vuote, la forza del Battaglione Fulmine si ritrovò pressoché dimezzata, tra morti, feriti e dispersi (di questi ultimi, fatti prigionieri, vennero poi fucilati dai partigiani slavi). Nella notte del 21 gennaio, cogliendo di sorpresa gli stessi Jugoslavi, sicuri dell’imminente capitolazione degli ultimi reparti italiani, il Fulmine tentò, con successo, una sortita verso sud, riuscendo, al costo però di nove caduti, di alleggerire la pressione avversaria e riconquistare alcune posizioni perdute. Ormai erano rimasti abili al combattimento solo una trentina di uomini in tutto, che si asserragliarono nelle loro ridotte reggendo nuovamente gli attacchi del nemico: la mattina, una colonna italo-tedesca composta dai Battaglioni Valanga e Sagittario della Decima MAS, da tre carri  tedeschi e da un’aliquota di polizia germanica, mossero in direzione di Tarnova, rompendo l’accerchiamento e traendo in salvo gli ultimi superstiti. Ritiratisi da Tarnova, i Titini non risparmiarono quei Marinai feriti che avevano trovato riparo all’interno di una abitazione del paese, adibita a posto di medicazione. I superstiti del Battaglione Fulmine rientrarono a Gorizia, dove furono accolti tra gli applausi della popolazione per lo scampato pericolo di essere conquistati da Tito: nei giorni seguenti, furono celebrati i funerali degli uomini caduti, al cospetto dell’intera popolazione. Per l’eroismo dimostrato, lo Stendardo del Battaglione Fulmine venne decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Tra i decorati, il giovane Marò Aldo Bordin in forza al Battaglione Fulmine, di appena 19 anni, insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Portatreppiede di mitragliatrice per due giorni cooperava a respingere con micidiali scariche forti ondate nemiche assalenti la sua posizione. Colpito una prima volta alla testa continuava a combattere. Ridotta la posizione ad un cumulo di macerie da precisi colpi di mortaio pesante rimaneva volontariamente sul posto contrastando a colpi di moschetto l’avanzata dei reparti nemici. Colpito una seconda e terza volta prima di cadere freddava a bruciapelo un soldato nemico, magnifico esempio di generoso coraggio e di dedizione al dovere. Tarnova della Selva, 20 gennaio 1945”.

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