Alessandro Tandura, per tre mesi spia oltre il Piave

Assalto di un Reparto di ArditiPopolo strano, noi Italiani. Siamo capaci di emozionarci per le grandi imprese di eserciti stranieri, come lo sbarco in Normandia, e poi ci dimentichiamo dei nostri soldati, che per ardimento e coraggio non furono secondi a nessuno. Chissà, forse lo facciamo per evitare di essere tacciati come un popolo militarista, che non ama la pace e vuole la guerra. Anche quando i telegiornali e i quotidiani ci parlano degli scontri a fuoco in Afghanistan (e precedentemente in Kosovo, nei Balcani, in Libano e in Iraq) tendiamo a minimizzare l’accaduto, meravigliandoci che durante una missione di pace in zona di guerra i nostri ragazzi con le stellette possano fare ricorso alle armi. Fosse anche solo per difesa, le commissioni di inchiesta sul perché si sia sparato sono sempre “dietro l’angolo”. Guai, poi, a parlare di atti eroici durante il secondo conflitto mondiale, quella guerra perduta e che dopo settant’anni lascia ancora tante ferite aperte. E lo stesso vale anche per la Prima Guerra Mondiale, combattuta dai nostri bisnonni e che abbiamo sentito tante volte narrare dai nostri parenti più anziani. Ma siamo un popolo che dimentica: dimentichiamo il sacrificio dei Ragazzi del ’99, che sacrificarono i loro diciotto anni sul fronte del Piave; dimentichiamo quanti si lanciarono in un assalto disperato alle trincee nemiche armati solo di pugnali e bombe a mano; dimentichiamo che in luoghi come Redipuglia sono sepolti oltre centomila caduti di quella “inutile strage” che aspettano solo un nostro commosso ricordo.

Alessandro TanduraE ormai dimenticata è la storia di Alessandro Tandura, arruolatosi volontario a ventun’anni nel Regio Esercito Italiano, venendo assegnato al 1º Reggimento Fanteria Re. Col grado di Caporale partecipò alle prime offensive italiane allo scoppio del conflitto sul Monte Podgora, dove, durante un aspro combattimento, venne ferito ad un braccio. Dopo la convalescenza venne promosso al grado di Sergente e assegnato ad un reparto mitraglieri; di grandi doti morali e spiccate capacità di comando, venne notato dai suoi ufficiali superiori e, dal 1917, avviato al corso per allievi ufficiali, fino alla sua nomina a Sottotenente avvenuta l’11 ottobre dello stesso anno, poche settimane prima del disastro di Caporetto. Il 27 dicembre 1917, nonostante una infermità contratta in servizio, chiese ed ottenne di fare rientro al fronte, venendo assegnato al 20º Reggimento d’Assalto Fiamme Nere con il quale prese parte a tutte le azioni del Basso Piave, compresa l’espugnazione della testa di ponte di Capo Sile. Ma ciò che fece entrare Alessandro Tandura nella leggenda fu la sua selezione per un’operazione segreta oltre la linea del Piave, in territorio controllato dal nemico: oggi sarebbe stata eseguita da un reparto di truppe speciali ma nel 1918 venne affidata ad un giovane Tenente degli Arditi, senza alcuna esperienza di spionaggio.

Tandura_aereoIl Colonnello Amelio Dupont, suo diretto superiore e comandante dell’ufficio informazione, così riassunse la missione al giovane Tandura: “Noi abbiamo bisogno di gente che si infiltri tra le file del nemico per osservare e riferire. Il compito è estremamente difficile, non glielo nascondo. Ma io conosco gli ufficiali veneti, so quanto stia loro a cuore di prendere la rivincita di Caporetto. Non entro nei particolari dell’impresa: Tenente Tandura, si sente di accettare quanto le propongo?”. E Tandura accettò. Ma ancora più sbalordito fu il modo in cui si infiltrò dietro le linee nemiche: lanciandosi nel vuoto da un aereo, diventando così il primo paracadutista della storia. Il lancio, effettuato nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1918, avvenne in maniera rapida e silenziosa: catturato due volte dagli Austriaci, riuscì a fuggire rocambolescamente, continuando a portare avanti la sua missione di intelligence, fino al 30 ottobre, giorno in cui prese avvio l’offensiva finale italiana che culminò con la battaglia di Vittorio Veneto. Tre mesi passati a spiare e cercare di carpire più segreti possibili, riferendo al suo comando, tramite l’utilizzo di piccioni viaggiatori, ogni movimento del nemico. Decorato con quattro Medaglie d’Argento al Valor Miltare, tre di Bronzo, cinque Croci di Guerra, una Medaglia d’Oro al Valor Civico, nonché della Croce di Guerra Belga, il Re Vittorio Emanuele III, alla fine delle ostilità, gli appunterà sul petto anche la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Animato dal più ardente amor di Patria, si offriva per compiere una missione estremamente rischiosa: da un aeroplano in volo si faceva lanciare con un paracadute al di là delle linee nemiche nel Veneto invaso, dove, con alacre intelligenza ed indomito sprezzo di ogni pericolo, raccoglieva nuclei di ufficiali e soldati nostri dispersi, e, animandoli col proprio coraggio e con la propria fede, costituiva con essi un servizio di informazioni che riuscì di preziosissimo ausilio alle operazioni. Due volte arrestato e due volte sfuggito, dopo tre mesi di audacie leggendarie, integrava l’avveduta e feconda opera sua, ponendosi arditamente alla testa delle sue schiere di ribelli e con esse insorgendo nel momento in cui si delineava la ritirata nemica, ed agevolando così l’avanzata vittoriosa delle nostre truppe. Fulgido esempio di abnegazione, di cosciente coraggio e di generosa, intera dedizione di tutto se stesso alla Patria. Piave-Vittorio Veneto, agosto-ottobre 1918”.

Alessandro Tandura morirà a Mogadiscio il 29 dicembre del 1937, dopo aver descritto la sua avventura in Tre mesi di spionaggio oltre Piave; suo figlio Luigi, durante il secondo conflitto mondiale, effettivo al 5° Reggimento Alpini, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò a far parte della Brigata partigiana Osoppo, il 28 giugno 1944, rimase ucciso durante uno scontro a fuoco mentre, da solo, copriva la ritirata dei suoi compagni. Come il padre prima di lui, venne anch’egli insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

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