Le ballate degli antieroi di De André: quindici anni senza Faber

Fabrizio De André“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Così cantava Fabrizio De André in Via del campo. Proprio così: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Il letame, quello descritto da Faber sono i poveri, i ladri, gli assassini, i soldati, i contadini, gli ubriaconi, le prostitute, i pescatori, i drogati, che “se non sono gigli, sono pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Poesie messe in musica, tanto da finire nelle antologie scolastiche delle scuole medie e dei licei. Pochi altri cantautori italiani hanno osato così tanto: descrivere, e raccontare, senza censure, senza pudori, delle realtà sociali degli Anni Sessanta, Settanta, Ottanta, dimenticate dal buon costume e dalla società borghese, presa solo dal boom economico, dalle nuove lavatrici e dalle ultime automobili uscite dalle fabbriche della FIAT. Sono pertanto degli antieroi i personaggi cantati e raccontati da Fabrizio De André. Abbiamo Piero, giovane soldato, strappato alla sua terra, ai suoi campi, alla sua Ninetta, per essere mandato a combattere una guerra senza un perché, contro un nemico del suo “stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”. Piero che appena varcata la frontiera, si ritrova di fronte ad un soldato nemico. Un pensiero, un senso di pietà verso un altro essere umano e l’inutilità di ogni morte. Un pensiero nobile che non salva il nostro antieroe, perché il nemico non gli “ricambia la cortesia”. Troviamo poi Bocca di Rosa, la prostituta per antonomasia delle canzoni di De André, titolo dell’omonima, e forse più nota, sua canzone. Appena arrivata alla stazione di “Sant’Ilario tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario”: ed ecco l’ipocrisia umana, della società italiana, che la caccia dal paese dopo aver chiamato l’ordine costituito, i Carabinieri che “l’accompagnarono al primo treno”. Ma il bigottismo borghese, il pudore squallido, è sopraffatto dall’amore che Bocca di Rosa aveva portato con sé, tanto che “perfino il parroco che non disprezza, tra un misere ed un’estrema unzione, il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione.”

4de_andre_3_harariL’amore, altro tema affrontato da De André, specie quello malinconico, come in La stagione del tuo amore. Storia di una donna che sta invecchiando, il testo si concentra sui suoi ricordi passati, in grado di infondere quel coraggio necessario a godere delle ultime gioie e di sopportare i dolori, poiché “ogni gioia, ogni dolore, puoi ritrovarli nella luce di un’ora”. C’è poi il pescatore, simbolo e immagine di Gesù: questa canzone-parabola ha chiari i richiami alla tradizione evangelica, a quella voglia di aiutare il prossimo senza nulla chiedere in cambio: un pescatore che assopito, viene svegliato da un assassino che, con “due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura”, gli chiede solo un po’ di pane e un po’ di vino. Il vecchio “non si guardò neppure intorno, e versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame”. L’assassino se ne va e qui si apre il “mistero”. Ha forse ucciso il pescatore? De André non ce lo dice e la canzone finisce così, senza giudizi e senza commenti: “Ma all’ombra dell’ultimo sole, s’era assopito il pescatore e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”. Quel sorriso, forse, è solo la gioia e la felicità di aver aiutato un altro figlio di questo mondo. Ed eccolo uno dei personaggi più celebri di tutta la produzione di De André: l’impiegato. Un lavoratore come tanti che, ascoltando la Canzone del Maggio, sulla rivolta parigina del 1968, prende coscienza e si ribella al potere costituito, e in particolare a chi è rimasto a guardare sperando che tutto finisse, con il ritornello che batte come un tamburo: “anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. La storia dell’impiegato prosegue e continua in sogno: immagina di partecipare ad un ballo mascherato a cui intervengono le “celebrità”. Ma a questo ballo non si presenta da solo: è accompagnato da una bomba che “spinta da imparzialità, sconvolge l’improbabile intimità”, poiché distrugge tutto quanto. L’impiegato continua a sognare, questa volta il suo arresto. Si rende conto però che è stato il potere stesso a fare in modo che esplodesse la bomba e l’accusa di strage si trasforma in ringraziamento per aver ucciso ed eliminato dei vecchi residui del potere precedente che davano fastidio al nuovo potere costituitosi: “noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi più brevi dell’ultima emozione, quando uccidevi, favorendo il potere, i soci vitalizi del potere”. È il potere che vince sempre, a scapito proprio dei poveri cittadini, come l’impiegato: il potere giudicante afferma, infatti, che “una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge”. A questo punto l’impiegato si sveglia, tormentato dai sogni precedenti: ha deciso di compiere un attentato. Eccolo trasformato in bombarolo contro i soprusi del potere: “potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani, io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, un po’ del tuo rumore”. Ed, infine, dopo aver compiuto l’attentato, l’impiegato finisce in carcere: ma è qui che prende veramente coscienza e capisce che, lottando da soli, non si potrà mai abbattere il potere. Solo unendo le forze, come gli studenti del maggio francese, le cose potranno veramente cambiare. Ecco che tutti i carcerati protestano assieme e nella loro ora di libertà occupano la prigione perché “di respirare la stessa aria dei secondini non ci va e abbiamo deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà. Venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta, la nostra ultima canzone che vi ripete un’altra volta: per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

faber3Del resto, nella sua meravigliosa produzione musicale, Fabrizio De André stava cantando La cattiva strada, quella strada avversata dal potere e che al potere faceva paura: che tutti gli uomini seguissero non più la legge ma colui in grado di risvegliare le coscienze, grazie al quale si può essere liberi perché, in fin dei conti, “tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”. Nelle sue canzoni Faber si concentra poi anche sulla religiosità e i suoi controsensi: ne Il testamento di Tito, troviamo un paragone tra i Dieci Comandamenti del Vecchio Testamento e ciò che in pratica è da sempre attuato, specialmente all’interno della Chiesa quale istituzione. Tito, uno dei due ladroni crocifissi assieme a Gesù, narra di come ha violato tutti i Comandamenti, tranne, forse, il più significativo: non ammazzare. Invece, è proprio l’istituzione massima che lo ha violato: “guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno”. Questa vera e propria poesia ha forti richiami alle guerre di religione, oggi più che mai attuali: “credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male”. Da rilevare, poi, uno dei concetti da sempre cari a Fabrizio De André: i potenti che rubano coperti dalla legge e mai puniti: “io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”. Forti, in De André, anche i richiami alla letteratura straniera, come in Non al denaro, non all’amore né al cielo, basato su l’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Si incrociano così le vicende di sei personaggi e due sentimenti dell’animo umano: da una parte l’invidia, con un matto, un giudice, un blasfemo; dall’altra la scienza, con un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico. Se in Non al denaro, non all’amore né al cielo, De André si concentra sui sentimenti umani, sul senso di rivalsa del giudice o sui propositi mancati del medico che, se da bambino si promette di aiutare i più deboli per senso di fraterna umanità verso il prossimo, scopre poi che il sistema ha fatto di tutto affinché l’arte della medicina diventi un mestiere come un altro per non morire di fame, in canzoni successive, come La città vecchia, tornano i suoi personaggi preferiti: prostitute, ubriachi, assassini, emarginati sociali. E qui la stoccata finale: “se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”.

de-andreTutta la carriera del grande Faber è stata Una storia sbagliata, dal momento che il pubblico italiano non era pronto, durante gli anni della sua produzione musicale, a testi così “forti”, come non lo era per il cinema di Pier Paolo Pasolini. E proprio a Pasolini è dedicata Una storia sbagliata, scritta su commissione per un documentario sulla vita del regista. In questa canzone De André ripercorre tutto ciò che seguì all’omicidio di Pier Paolo: si passava dalla “storia” da verbale di caserma, “è una storia da carabinieri”, fino a quella raccontata dai giornaletti scandalistici e di serie B, “è una storia da parrucchieri”, fino a diventare “una storia un po’ sputtanata”. Come poter concludere un piccolo tributo a Fabrizio De André? Forse solo ricordando un’ultima canzone, Titti, poco conosciuta dal grande pubblico, ma ugualmente bella e incisiva. La canzone è una lunga lista di opposti, che si incrociano o che hanno qualcosa in comune, perché la vita di tutti i giorni è una lotta, uno scontro-incontro tra due opposti sempre diversi: “come due risposte con una parola, come due desideri per una stella sola”.

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