La storia di chi partì austriaco e tornò italiano

Trincea in GaliziaIl tempo, si sa, è il più ingrato fenomeno della vita dell’uomo e della storia, che con il suo scorrere inesorabile rischia di far dimenticare tante storie spesso sconosciute. E’ quello che comincia ad accadere con le storie dei nostri bisnonni, soldati poco più che ventenni sui fronti della Prima Guerra Mondiale, dal Carso all’Isonzo, dall’Adamello alla Bainsizza, dalle Dolomiti al Piave. Ma ancora di più è stata inghiottita dalla storia e dal tempo l’odissea di quei soldati che partirono per il fronte con le insegne regie dell’Impero Asburgico e che tornarono sudditi di Vittorio Emanuele III: essi erano, prima del conflitto, una delle tante minoranze etniche che componevano il gigantesco Impero Austro-Ungarico, a fianco di Serbi, Croati, Sloveni, Cechi e Slovacchi. Da sempre, la politica di Vienna, per evitare possibili ribellioni e insubordinazioni tra quei reparti formati dalle minoranze di nazioni con cui si trovava in guerra, fu quella di inviare i soldati delle minoranze etniche in territori lontani: così capitò per gli Italiani irredenti di Trento e Trieste, della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, che affrontarono i soldati dello Zar sul fronte russo. In questo settore la guerra che fu combattuta fu molto diversa da quella sul fronte occidentale: a causa delle grandi distanze tra il vero e proprio fronte e le linee di comunicazione, si assistette ad una guerra di movimento, fatta di lunghe avanzate e sanguinosi combattimenti. L’esercito russo arrivò fino ai Carpazi e fu solo grazie all’intervento tedesco e del vecchio Generale Hindenburg che l’Austria riuscì a riprendersi dalle numerose sconfitte.

Trincea in GaliziaFu durante le offensive russe in Galizia nel 1914 che molti di questi soldati austriaci, ma di nazionalità italiana, vennero fatti prigionieri: basti pensare che delle quaranta divisioni schierate sul fronte orientale, non rimasero che dei miseri resti. La guerra che si stava combattendo risvegliò il nazionalismo all’interno dei reparti, l’incubo peggiore dell’Imperatore Francesco Giuseppe e dei suoi generali: i Cechi disertavano in massa e gli Italiani si davano prigionieri. E poi cominciò l’odissea: la rivoluzione russa del 1917 lasciò sguarnito il fronte orientale, permettendo all’Austria di togliere ingenti risorse militari e rischierarle sul fronte italiano. La conseguenza più immediata fu Caporetto, ma tutti si dimenticarono dei circa 25.000 irredenti che erano ormai in mano dei Russi. Per questi prigionieri “sui generis”, la prima tappa forzata fu l’Ucraina, a Kiev, dove venivano impiegati come manodopera nelle fattorie, nelle fabbriche e nelle industrie, a scavare trincee o nella logistica dei trasporti al fronte. Molti ebbero anche la fortuna di guadagnare qualche rublo da spendere durante le pause e le ore di libertà. A onor del vero, allo scoppio delle ostilità nel 1914, lo Zar Nicola II offrì al Governo di Roma la possibilità di far rimpatriare tutti i soldati di nazionalità italiana presi prigionieri: ma a quel tempo, il nostro Paese era ancora alleato dell’Austria e membro della Triplice Alleanza; solo dal 24 maggio 1915, la nostra ambasciata a Pietrogrado si interessò all’intera questione.

Prigionieri italiani a KirsanoffInizialmente vennero tutti raccolti a Kirsanov, piccola cittadina nei sobborghi di Tambov, a sud-est di Mosca: qui giunse una missione diplomatica italiana, comandata dal Tenente Colonnello Achille Bassignao, con il compito di rintracciare tutti i prigionieri italiani e di avviarne il rimpatrio. Ne fu animatore il Maggiore dei Carabinieri Marco Cosma Manera, che operò tra mille difficoltà militari e, soprattutto, burocratiche. Ma solo coloro che avevano parenti in Italia erano effettivamente favorevoli alle offerte della missione diplomatica; tutti gli altri nutrivano una certa diffidenza, temendo di venire nuovamente arruolati e mandati a morire in chissà quale settore del fronte. Inoltre, la propaganda austriaca aveva dipinto il Regno d’Italia come una monarchia tirannica e autoritaria, che sfruttava la sua popolazione per soddisfare soltanto le esigenze e i piaceri di pochi; infine, l’entrata in guerra della Bulgaria a fianco degli imperi centrali aveva chiuso qualsiasi passaggio attraverso i Balcani, lasciando aperte solo lunghe vie disagevoli e pericolose. Nel settembre 1916 partì il primo scaglione di 1720 prigionieri irredenti che, navigando tra le acque artiche, giunse prima a Glasgow, poi a Cherbourg e, infine, a Torino: nei mesi seguenti se ne succedettero molti altri. Ma oltre novemila uomini rimasero bloccati all’indomani della rivoluzione di Lenin del 1917 e l’unico modo per lasciare il territorio russo fu quello di attraversare la Siberia e raggiungere, dopo un viaggio di quasi due mesi, Tientsin e Pechino, in Cina. Questi furono costretti ad arruolarsi come volontari nel corpo di spedizione italiano in Cina, presente fin dal 1901 con la Concessione di Tientsin, e mandati a combattere nella steppa e nella taiga con gli eserciti dell’Intesa contro i Bolscevichi. La nuova guerra si svolse lunga la Transiberiana e gli Italiani, con il loro contingente, ebbero il compito di proteggere la linea ferroviaria dagli attacchi dei nuclei rivoluzionari. Terminata la Prima Guerra Mondiale, venne la fine anche di questa “strana guerra” tra gli eserciti bianchi e rossi, anticipazione della futura guerra mondiale delle ideologie: l’Italia decise di ritirare il suo contingente che lasciò la zona d’operazioni il 7 agosto 1919. Ritornati a Pechino, imbarcati sul Piroscafo Nippon, il primo gruppo di irredenti provenienti dalla fredda Siberia giunse a Trieste il 12 febbraio 1920: erano partiti per la guerra austriaci, tornavano, dopo più di sei anni, italiani.

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