Alla scoperta della Polveriera di Signa

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Polverira Nobel di Signa (6)Abbiamo cominciato ad occuparci delle vecchie caserme sparse un po’ ovunque su tutto il nostro territorio, dismesse dopo la fine della Guerra Fredda oppure dopo la sospensione del sevizio di leva a partire dal 1 gennaio 2005: molti di questi immobili versano ormai in stato di completo abbandono e degrado, soprattutto per la mancanza di un’ordinaria manutenzione alle strutture, divenendo spesso rifugio per i senza tetto e luoghi ideali per lo spaccio di sostanze stupefacenti, soprattutto quelle situate in luoghi isolati e lontani dalle città. Oggi ci occupiamo di uno dei più imponenti polverifici militari abbandonati fin dal 1964, quando le esigenze belliche dei due conflitti mondiali l’avevano reso di vitale importanza strategica per la fabbricazione di munizioni per le artiglierie italiane di grosso calibro. La Polveriera Nobel venne edificata a partire dal 1913 nei boschi vicino a Carmignano, nel Comune di Signa nella Provincia di Firenze, grazie alla vicinanza di una stazione ferroviaria, che permetteva una rapida comunicazione con i principali capoluoghi del Centro Italia. I boschi delle colline adiacenti, inoltre, fornivano una relativa protezione dalle osservazioni delle nascenti aviazioni militari, nonché una lontananza dai centri abitati. Infine, la confluenza dei fiumi Ombrone e Arno completavano l’isolamento pressoché totale di tutta la zona. Ma, soprattutto, molto importante era la presenza nella zona di miniere di pirite, da cui veniva estratto il componente principale per la produzione di esplosivi. Così, prima con la campagna in Libia nel 1911-1912 e poi con la Grande Guerra, la Polveriera Nobel assunse un ruolo strategico e militare di primaria importanza.

Polverira Nobel di Signa (8)In tempo di pace, lo stabilimento vide una parziale riconversione per la produzione e sperimentazione di fertilizzanti agricoli e vari composti chimici; con l’avvicinarsi dei nuovi “venti di guerra”, a partire con la campagna in Etiopia del 1935-1936, la fabbrica acquisì nuovamente una forte importanza militare: vennero scavate nuove gallerie nelle colline adiacenti, furono costruiti nuovi impianti e nuovi stabilimenti e anche una linea ferroviaria interna. Scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e la Polveriera Nobel si trovò in prima linea nel conflitto: ingenti furono le commesse da parte delle Forze Armate di esplosivi a base di nitroglicerina. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, e il caos totale che ne seguì, la fabbrica a partire dal 1944 venne requisita dalle autorità tedesche divenendo, da quel momento, bersaglio di azioni di sabotaggio da parte delle formazioni partigiane, che iniziavano ad organizzarsi nelle colline toscane. L’11 giugno 1944 avvenne il più clamoroso sabotaggio all’intero stabilimento: una formazione partigiana, composta da otto persone, fece esplodere un convoglio ferroviario fermo su un binario morto, distruggendolo completamente e danneggiando alcuni fabbricati della Polveriera. L’esplosione fece detonare quasi 1600 quintali di materiale esplosivo, scavando un enorme cratere lungo la ferrovia e rendendola inagibile per diversi mesi, bruciando per diverse centinaia di metri il bosco circostante e riuscendo a scoperchiare i tetti delle abitazioni della vicina località di Poggio alla Malva. Nell’azione dinamitarda rimasero uccisi anche quattro degli otto partigiani: Bruno Spinelli, di 43 anni, Ariodante Naldi, di 21 anni, e i fratelli Bogardo e Alighiero Buricchi, rispettivamente di 24 e 19 anni. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale la Polveriera Nobel perse progressivamente importanza, soprattutto per le fabbricazione di nuovi e più moderni esplosivi sintetici. Le commesse statali delle Forze Armate Italiane calarono per poi cessare del tutto. Anche se venne tentato un salvataggio riconvertendo tutto l’impianto per la produzione di pesticidi e fertilizzanti agricoli, la struttura venne chiusa a partire dal 1958. Nel 1964 cessarono le operazioni di bonifica dagli ultimi prodotti esplodenti e chimici e dal quel momento tutta l’area giace inutilizzata: la vegetazione ha preso il sopravvento e le strutture cominciano piano piano a risentire dell’usura dei decenni, iniziando lentamente a crollare.

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