Partigiani contro partigiani: l’eccidio di Porzus

Il_casolare_presso_il_quale_fu_catturata_la_brigata_Osoppo_da_Mario_ToffaninCi sono pagine di storia mai raccontate, tenute nascoste, magari addirittura negate: e quando le guerre scatenate e combattute sono di tipo ideologico, questo avviene con molta frequenza. Un esempio tra i tanti, forse il più celebre, fu la strage dei circa ventiduemila ufficiali polacchi a Katyn massacrati per ordine di Josif Stalin e gettati in una fossa comune: l’eccidio, compiuto tra il 3 aprile e il 19 maggio 1940, dopo la guerra venne addossato dall’Unione Sovietica alla Germania nazista, per mantenere quell’aura di salvatori e di combattenti per la libertà dei popoli tanto cara al Governo di Mosca. Fu solo con la presidenza di Boris Eltsin, nel 1992, che la Russia ammise pubblicamente la sua colpa, rendendo pubblico una serie di documenti top secret in cui venivano avanzate le proposte di passare per le armi decine di migliaia di ufficiali polacchi arresisi all’Unione Sovietica nel settembre 1939, durante le fasi inziali della Seconda Guerra Mondiale, quando ancora Germania e URSS erano alleate. Ma di eventi tragici, e oscuri, si macchiò anche la resistenza italiana, spesso dettati dall’ideologia di appartenenza delle bande partigiane piuttosto che da una sincera volontà di combattere per la libertà e la democrazia. E’ una storia scabrosa quella che si consumò nelle Malghe di Porzus, in località Faedis nella provincia di Udine, tra il 7 e il 18 febbraio 1945, ancora oggi, a quasi settant’anni da quegli eventi, fonte di numerose polemiche mediatiche sui mandanti e le motivazioni.

Francesco De GregoriMa se la storia è verità, allora vuol dire raccontarla e tramandarla alle future generazioni senza retorica, senza mistificazioni, senza falsificazioni. E allora, come è giusto che sia, nel raccontare questa storia bisogna partire dall’inizio. All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, l’area del Friuli Venezia Giulia, così come l’Istria e la Dalmazia, passarono sotto le dirette dipendenze dell’autorità tedesca, divenendo la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (in tedesco, Adriatisches Küstenland): per la presenza in quest’area delle combattive formazioni partigiane slave del IX Corpo sloveno, la repressione antipartigiana fu molto intensa e cruenta. Assieme all’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, stavano formandosi due formazioni italiane: la Divisione Garibaldi Natisone, costituita prevalentemente da militanti comunisti che erano stati perseguitati dal Fascismo, e la Brigata Osoppo Friuli, con componenti di ispirazione monarchica, repubblicana, democratica, azionista, socialista e laica, nei cui ranghi confluirono in prevalenza militari sbandati a seguito dell’armistizio, decisi a continuare la guerra contro i Tedeschi. Intanto, nella Venezia Giulia, nell’Istria e nella Dalmazia stavano avendo luogo i primi infoibamenti di Italiani, caduti nelle mani dei partigiani slavi: altra storia ancora oggi scomoda da raccontare.

783px-Esumazioni_Bosco_RomagnoTenendo fede alle aspirazioni di Tito, per altro già rivendicate almeno fin dal 1941, la nascente Jugoslavia avrebbe dovuto annettere, a fine guerra, tutti i territori italiani al di là del Fiume Isonzo, ovvero tutto il Friuli Venezia Giulia, Trieste e Gorizia, l’Istria e la Dalmazia: tutte concessioni che, il 17 ottobre 1944, furono appoggiate dal futuro leader del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti, in un incontro personale a Roma con Edvard Kardelj, braccio destro di Tito. Lo stesso Togliatti, ebbe a scrivere che sarebbe stato “un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, la occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito”. L’ordine venne perciò dato: tutte le formazioni partigiane italiane, operanti a est del Fiume Isonzo, sarebbero dovute passare alle dipendenze del IX Corpo sloveno e incorporate all’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo. La Divisione Garibaldi Natisone passò immediatamente alle nuove dipendenze, venendo così schierata in Slovenia a combattere i Tedeschi, facendo ritorno in Italia solo nel maggio 1945; il comando della Brigata Osoppo, invece, si oppose fin da subito, volendo rimanere agli ordini e alle dipendenze del Comitato di Liberazione Nazionale. Il  suo comandante, Francesco De Gregori (già ufficiale del Corpo degli Alpini sul fronte greco-albanese con la Divisione Julia), per di più, redasse un rapporto per il Comando partigiano del Triveneto, in cui esponeva il risultato di successivi incontri tra esponenti jugoslavi e delle Brigate Garibaldi e le mire annessionistiche titine: “Ovunque le formazioni slovene si portino, riempiono i nostri paesi, a scopo di propaganda, di loro bandiere e fanno discorsi, dando ad intendere di trovarsi in territorio già annesso definitivamente alla Jugoslavia”. E concludeva con queste parole: “Questi fatti si rappresentano come aggiunta a quelli già esposti nel nostro rapporto, affinché codesto Comando ne tragga le considerazioni ed adotti i provvedimenti del caso”.

Funerali Brigata OsoppoGià nel gennaio 1945 cominciarono a verificarsi degli incidenti ai danni dei partigiani osovani: il 16, tre di essi, mentre si trovavano in un presidio a Taipana, furono sequestrati e uccisi da partigiani jugoslavi; il comandante De Gregori lanciò un grido di allarme ai suoi superiori, rimanendo però inascoltato: “Questo Comando ha iniziato a gettare i suoi gridi di allarme sulla questione slovena fin dall’ottobre scorso, chiedendo a chi di ragione accordi diplomatici, soluzioni politiche ed apporto di forze per potenziare le possibilità di reazione di questo Comando. Se la situazione politica esige che malgrado tutto quello che è avvenuto, i reparti garibaldini e sloveni debbano essere ancora considerati come reparti amici, vengano elementi politici ad assumere il comando di questi nostri reparti, che nei disagi considerevoli imposti dalla stagione vedono intorno a sé ovunque nemici e non vedono dietro le proprie spalle nessuna forza che li sostenga moralmente e materialmente”. Poco meno di un mese dopo, il 6 febbraio 1945 venne organizzata l’azione contro tutta la Brigata: agli ordini di Mario Toffanin, la 1ª Brigata GAP entrò in contatto con la Osoppo con l’intento di annientarla. Avvicinati con l’inganno (venne usato lo stratagemma che si trattasse di un gruppo di sbandati che fuggivano dai Tedeschi), gli Osovani, ignari, vennero fatti prigionieri. La stessa sorte toccò a Francesco De Gregori. Tutti gli appartenenti alla Brigata Osoppo vennero così inizialmente scortati al comando garibaldino e interrogati, non prima di essere stati costretti a consegnare le armi: almeno uno di essi, il giovane Giovanni Comin, venne ucciso nelle fasi iniziali mentre tentava la fuga. Degli altri non si saprà più niente. Fu solo dopo la fine della guerra, in una serie interminabile di processi, che l’eccidio venne ricostruito. In tutto furono diciassette gli Osovani uccisi, tra cui lo stesso De Gregori; nelle giornate immediatamente successive, poi, come avverrà per Katyn, la locale sezione del PCI mise in circolazione la voce che l’eccidio fosse stata opera di forze nazi-fasciste. I corpi degli uccisi vennero ritrovati il 21 giugno 1945 e, dopo essere stati pietosamente ricomposti, venne celebrato un rito funebre.

Le vicende dei processi che ne seguirono si protrassero fino all’11 luglio 1959, data in cui un decreto presidenziale di aministia fece si che gli imputati, tra cui lo stesso Mario Toffanin, colui che guidò l’eccidio, nel frattempo fuggito nella sua “cara” Jugoslavia, non scontassero neanche un giorno di carcere. A memoria di tutto resta, però, la sentenza del 30 aprile 1954 che definì la strage “un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava”; inoltre, la stessa Corte stabilì l’infondatezza delle motivazioni della strage sempre propugnate da Toffanin, ovvero presunte collaborazioni tra la Brigata Osoppo e forze della Repubblica Sociale Italiana e Tedeschi, decretando al contempo la “profonda avversione verso il nazifascismo” del Comandante Francesco De Gregori.

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