Ayrton Senna: da mito a leggenda

Ayrton SennaI miti non nascono per caso e, soprattutto, non nascono tutti i giorni. Possono essere esistiti personaggi famosi, importanti o influenti, ma che non saranno mai dei miti. E, spesso, per entrare nella leggenda, i miti di cui parliamo sono predestinati a morire giovani, ma nei loro anni di vita vissuta non avranno, in nessun caso, alcun rimpianto: a guardarli, a vedere le loro foto, si legge nei loro occhi una certa malinconia, come se sapessero già che il destino li aspetta presto, troppo presto, al varco. E vedere oggi, cinquantaquattro anni dopo la sua nascita, avvenuta il 21 marzo 1960, le foto e i filmati di Ayrton Senna, il pilota di Formula 1 per antonomasia, quella malinconia di essere veramente il più grande di tutti viene letta dagli appassionati di motori come un libro aperto. Tre mondiali vinti, nel 1988, nel 1990 e nel 1991, correndo per la McLaren, dopo essersi costruito passo dopo passo prima in Toleman e poi in Lotus, per un totale di ottanta podi, di cui ben quarantuno primi posti: questi sono solo numeri per cronache sportive o analisi sterili di statistica, ma che rendono bene l’idea di chi era Ayrton Senna Da Silva, nato a San Paolo, in Brasile, di cui Alex Zanardi, rimasto tragicamente privo degli arti inferiori in un gravissimo incidente, dirà che “una sua dote immensa era la fantasia, la capacità di farsi venire in mente mosse decisive in porzioni di tempo inarrivabili per i rivali”.

Ayrton SennaIn uno sport dove si vince o si perde, dove si diventa mito o si sprofonda nell’anonimato per centesimi di secondo, Ayrton era, anzi è (perché nella memoria di chi lo vedeva correre non è mai morto) un perfezionista, forte sull’asciutto come sul bagnato, che magari non spingeva la sua macchina al limite ma che sapeva cogliere ogni errore dell’avversario e sfruttare magnificamente ogni curva, ogni chicane, ogni parabolica, ogni rettilineo. E trentaquattro anni dopo, alle ore 14.17 del 1° maggio 1994, durante il Gran Premio di San Marino a Imola, da mito diventa leggenda: alla curva del Tamburello un braccetto della sospensione della sua Williams si rompe, diventa una freccia mortale che lo colpisce nell’unico punto in cui il casco è più sottile, è più vulnerabile. All’interno del suo abitacolo, quando i medici e i tecnici di gara estrassero il suo corpo ormai privo di vita, trovarono una bandierina austriaca: l’avrebbe voluta sventolare sul podio in memoria di Roland Ratzenberger, pilota austriaco debuttante morto il giorno prima, durante l’ultima fase delle qualifiche.

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