Gli Italiani prigionieri a Kirsanoff

Prigionieri italiani a KirsanoffIl tempo che passa inesorabile rischia di cancellare dalla memoria storie della Prima Guerra Mondiale poco conosciute, relegandole a materia di studio solo per “gli addetti ai lavori”. Una di queste è la storia di quegli Italiani che partirono indossando la divisa austriaca e furono fatti prigionieri dall’esercito russo dello Zar Nicola II durante le offensive in Galizia. A completamento di una ricerca iniziata un po’ di tempo fa, oggi pubblichiamo in maniera integrale un articolo scovato quasi per caso nell’edizione del 16-23 gennaio 1916 della Domenica del Corriere, a firma del Commendatore Adelchi Gazzurelli, Console Generale d’Italia a Mosca negli anni della Prima Guerra Mondiale, che si recò personalmente in visita ai prigionieri italiani arruolati nell’esercito asburgico, e imprigionati nel Campo di concentramento di Kirsanoff, piccolo centro abitato della regione di Tamboff, raggiungibile dopo ben quattordici ore di treno. In questo campo, al momento della visita del Console Gazzurelli, erano detenuti 56 ufficiali e 1209 tra sottufficiali e soldati di nazionalità italiana; e come fece la Domenica del Corriere quasi cento anni fa, riportiamo le parole e le impressioni dello stesso Gazzurelli, che affidò ai giornali e alla memoria.

“Tra i cento e i mille episodi che potrei narrare, due soli voglio raccogliere a prova della nobiltà del forte sangue latino. Ci trovavamo una sera riuniti in circa trecento tra ufficiali e soldati in una camerata ad ascoltare commossi alcuni cori che ripetevano le dolci canzoni triestine, allorquando il piancito sopra il quale stava ammassata una squadra di giovani venne sotto il troppo peso a sfasciarsi fragorosamente, trascinando tutti abbasso. Sarebbe stato facile aspettarsi che da ciò nascesse sia pure un solo istante di sgomento; invece tra quei cari e baldi figliuoli, all’istante istesso della catastrofe, uno gridò con quanta voce aveva: Viva il Re! E quel santo grido ripetuto da trecento soldati echeggiò, documento di prontezza di spirito e di sempre vivo sentimento patriottico. Anzitutto Viva il Re!, e poi si penserà a vedere se vi siano disgrazie. Una delle ultime sere passate a Kirsanoff, mentre gli ufficiali riuniti in circolo attorno a me aprivano i loro cuori alla gioia del ritorno in Patria, capitò di accennare alla possibilità che forse si sarebbero fatti partire prima gli ufficiali e poscia i soldati; e tutti concordemente pensarono che l’abbandonare in massa i loro soldati sarebbe stata azione inumana, giacché i soldati privi dei loro ufficiali, e quindi del loro appoggio, non avrebbero certo potuto più avere alcun aiuto. Inoltre, si pensava come i soldati in verità soffrano materialmente assai più degli ufficiali, sia nell’alloggio che nel vitto e nella mancanza di qualsiasi più piccolo aiuto pecuniario. Ed in uno di quei momenti in cui l’anima umana assurge alle più alte vette dell’eroismo civile, quattro ufficiali ed un medico si offrirono spontaneamente a quest’ultimo sacrificio, dichiarando che qual’ora il Governo del Re avesse voluto lasciarli ancora a Kirsanoff in aiuto e custodia dei 1209 soldati, essi non avrebbero protestato contro tale decisione, ma si sarebbero dedicati con tutte le loro forze, animati da amor di Patria ad aver cura dei loro poveri fratelli di prigionia. Queste anime sublimi debbono essere additate all’ammirazione di tutti”.

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