Moby Prince: una tragedia senza un perché

Moby Prince in navigazioneLa sera del 10 aprile 1991, terminate le operazioni di imbarco dei passeggeri, la sala del bar di prua era affollato da famiglie e membri dell’equipaggio, che assistevano alla partita di coppa tra il Barcellona e la Juventus. La nave si chiamava Moby Prince ed era uno dei tanti traghetti che facevano la spola tra il porto di Livorno e quello di Olbia, in Sardegna; a bordo, si trovavano 65 uomini di equipaggio, agli ordini del Comandante Ugo Chessa, e 75 passeggeri. Alle 22.03, il traghetto mollò gli ormeggi e si diresse verso l’uscita del porto e delle ostruzioni. Alle 22.25, un SOS fece gelare il sangue agli addetti del porto di Livorno: il Moby Prince dichiarava l’emergenza, chiedeva aiuto. A bordo regnava il panico, le fiamme stavano avvolgendo il bianco scafo con la balena blu e i fumi tossici invadevano un locale dopo l’altro. Ma cosa era successo? Durante la manovra di uscita, la nave passeggeri aveva speronato la petroliera Agip Abruzzo, penetrando con la prua la cisterna numero 7, contenente petrolio: la marea nera si riversò sul traghetto e le successive scintille provocate dallo sfregamento della lamiera delle due navi, incendiò rapidamente le quasi 300 tonnellate di greggio che investirono i ponti e le paratie del Moby. Fu un vero inferno: a bordo, dei 140 uomini imbarcati, solo uno riuscì a salvarsi, gettandosi in mare e rimanendo aggrappato ad una cima che pendeva lungo le paratie della nave. Gravemente ustionato, ma vivo, il giovane mozzo Alessio Bertrand, di Napoli, fu l’unico a sopravvivere in mezzo al mare in fiamme.

Moby PrinceMa come è possibile che 139 persone a bordo di un traghetto appena fuori la rada di Livorno siano morti in maniera così atroce? Perché i mezzi di soccorso dei Vigili del Fuoco e della Capitaneria di Porto impiegarono quasi mezz’ora a raggiungere il traghetto in fiamme? Eppure, il mayday del marconista del Moby Prince raggiunse le autorità portuali, anche se molto debole: “Mayday! Mayday! Mayday! Moby Prince! Moby Prince! Moby Prince! Mayday! Mayday! Mayday! Moby Prince! Siamo in collisione, siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Mayday! Mayday! Mayday! Moby Prince! Siamo in collisione ci serve aiuto!”. I primi soccorsi al traghetto vennero portati da due ormeggiatori, Mauro Valli e Walter Mattei, i quali raccolsero anche il mozzo Bertrand, l’unico superstite: fu allora che iniziarono i misteri mai chiariti, su una vicenda che si incrocia con la vicina Base di Camp Darby, navi russe e strani traffici, su cui due anni dopo si concentrò anche Ilaria Alpi. Eppure, stranamente, nessuno pensò ai 139 uomini a bordo del Moby Prince: solo alle 03.30 un ormeggiatore salì sul ponte, giusto il tempo necessario per agganciare un cavo per trainare lo scheletro fumante in porto. E i misteri continuarono la mattina dell’11 aprile, quando la grande nave giunse all’ingresso in rada: in un filmato girato da un elicottero dei Carabinieri, e riproposto da Giovanni Minoli in una puntata di La storia siamo noi dedicata al disastro, si nota un uomo riverso sul ponte completamente integro; all’ingresso in porto, lo stesso uomo risulta, invece, completamente carbonizzato. Allora, qualcuno era ancora vivo a bordo del Moby, essendo riuscito a fuggire dalle fiamme. Perché nessun soccorritore salì a bordo per verificare la presenza di sopravvissuti?

Moby PrinceSubito, si parlò di disattenzione, di errore umano e di una fitta nebbia che avvolgeva il porto di Livorno. Anzi, addirittura, le numerose sentenze parlarono della cosiddetta nebbia di avvezione, che può provocare un banco di nebbia improvviso, a causa dell’incontro tra aria calda e umida con la fredda acqua del mare: eppure, nonostante sia un fenomeno molto comune in mare, pare strano che proprio l’Agip Abruzzo sia stata avvolta da questo fitto banco di nebbia. E numerose sono le testimonianze che escludono la presenza di nebbia, tra questi allievi dell’Accademia di Livorno, piloti dell’Alitalia e, soprattutto, i primi soccorritori: tra queste, quella del Capitano della Guardia di Finanza Cesare Gentile che, uscito con una motovedetta per prestare soccorso, dichiarò che “in quel momento c’era bellissimo tempo, il mare calmissimo e una visibilità meravigliosa”. Ma quello che c’era era il fumo, provocato dall’incendio del petrolio fuoriuscito dalla cisterna della petroliera: ma è strano, per uomini di mare, confondere la nebbia con il fumo. E, anzi, lo stesso marconista della Agip Abruzzo, poco dopo la collisione, nel richiedere aiuto e assistenza, dichiarò che vedeva chiaramente il porto di Livorno: eppure, le sentenze del tribunale ricercarono in ogni modo di avvalorare la tesi della nebbia, come motivo della tragedia. Perché? Andava forse tenuto nascosto qualcos’altro? Andavano forse coperte le navi americane militarizzate che facevano spola verso Camp Darby? Che ruolo ha la nave Galant II, che poco dopo la tragedia mollò in tutta fretta gli ormeggi e si allontanò comunicando un nome fittizio, quello di Theresa? E che ruolo ha avuto la nave 21 Oktobar II, ufficialmente in porto per riparazioni, ma che secondo molte testimonianze impegnata a imbarcare carburante? La stessa 21 Oktobar II tornerà alla ribalta nelle indagini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, su presunti traffici di armi e rifiuti tra Italia e Somalia. Ma questa è un’altra storia.

Intanto, il prossimo 10 aprile, la città di Livorno si prepara a commemorare il ventitreesimo anniversario della tragedia. Di una tragedia costata la vita a 139 persone, tra passeggeri e uomini d’equipaggio. Una tragedia senza un colpevole, e, soprattutto, senza un perché.

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