L’eccidio di Biafra

BiafraLa Repubblica del Biafra fu uno dei Stati che si dichiararono indipendenti durante “l’età d’oro” della decolonizzazione a cavallo tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta del Novecento. Gli ultimi rimasugli del colonialismo occidentale avrebbero avuto ancora vita breve, lasciando però il continente africano in un caos politico e sociale così ampio e devastante da far varare al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numerose operazioni di pace e di ristabilimento dell’ordine, molte delle quali fallite a causa di una politica di non ingerenza negli affari locali (a costo di un altissimo tributo di sangue dei Caschi Blu, come successo agli Aviatori italiani trucidati a Kindu, nell’ex Congo belga): spesso, come avverrà più tardi, nel 1994, per la guerra civile in Rwanda, i contingenti europei si attiveranno solo per porre in salvo i propri connazionali. E’ in questo clima euforico che il Biafra, regione della Nigeria, dichiarò la propria indipendenza il 30 maggio 1967, venendo di fatto riconosciuto solo da una manciata di Stati: Gabon, Haiti, Costa d’Avorio, Israele e Zambia; nonostante ciò, molte Nazioni europee, tra cui la Francia fornirono aiuti economici e militari, intravedendo la possibilità di stipulare nuovi accordi commerciali, specialmente nel campo petrolifero. Questa linea politica fu condotta anche dall’Italia, che nella regione costruì due campi di prospezione petrolifera, Kwale 3 e Okpai, gestiti dall’ENI, in cui lavoravano ventiquattro nostri connazionali.

BiafraNonostante le rassicurazioni fornite sia dal Governo del Biafra che di quello della Nigeria, la guerra civile continuava, facendosi ogni giorno sempre più sanguinosa e violenta. E come spesso accade, chi si trova tra i “due fuochi” rischia di perdere la vita. Così, il 9 maggio 1969, alle 05.30 del mattino, un commando di biafrani armati fece irruzione all’interno del campo Kwale 3, sparando raffiche di mitra contro chiunque capitasse sotto tiro: i tecnici del campo Okpai, udendo gli spari, corsero a vedere cosa stesse succedendo, venendo a loro volta fermati e fatti prigionieri. In Italia, intanto, erano scolpiti ancora nella memoria le prime pagine dei giornali dopo l’eccidio di Kindu, con quei tredici Avieri uccisi e fatti a pezzi a colpi di machete: dopo appena otto anni, un’altra strage aveva colpito un numero ancora imprecisato di nostri connazionali, tecnici dell’ENI rimasti vittime di una guerra civile. Tutti coloro che lavoravano a Kwale 3, dieci Italiani e un Giordano, infatti, furono falcidiati e uccisi dai guerriglieri: Benito Bonvini, Fausto Casarola, Giovanni Dell’Orso, Antonio Falcone, Albino Fermi, Giovanni Giuliano, Ugo Grossi, Claudio Lombardini, Emilio Malchiodi e Enrico Ricciuti trovarono la morte venendo accusati, con prove false e costruite appositamente, di essere mercenari al servizio del Governo Nigeriano. La notizia tardò ad arrivare in Italia e solo il 13 maggio 1969 le famiglie seppero cosa stava avvenendo in uno Stato africano di cui molti ne ignoravano perfino l’esistenza. Gli altri ostaggi, in tutto quattordici, vennero in un primo momento condannati a morte, ma in seguito liberati il 7 giugno successivo, dopo una delicata mediazione condotta dal Sottosegretario agli Esteri Mario Pedini.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...