La rivolta dei minatori di Lena

Domenica di sangue 1905Le truppe zariste avevano già dato prova di sapere stroncare nel sangue le sollevazioni popolari di contadini, operai e minatori che protestavano contro la politica di Nicola II, contro le condizioni inumane di lavoro e l’elevata imposizione fiscale: il 22 gennaio 1905, come conseguenza della disfatta russa contro il Giappone, in quella che è passata alla storia come la Domenica di sangue, la Guardia Imperiale lasciò sul campo un numero imprecisato di morti e feriti, durante una manifestazione pacifica che stava dirigendosi verso il Palazzo d’Inverno, a San Pietroburgo. Gli organi di stampa del Governo, parlarono di 130 morti e 299 feriti, sebbene gli organi di polizia minimizzarono la “conta” delle vittime per evitare nuove e più sanguinose proteste; a tal proposito, Vladimir Nevskij, storico russo, vittima nel 1937 delle purghe staliniste, parlò di non meno di un migliaio tra morti e feriti. Come conseguenza diretta della rivoluzione del 1905 fu che, dopo gli operai delle fabbriche di San Pietroburgo, la protesta si allargò anche al mondo rurale, così che contadini, braccianti, minatori e operai presero a riunirsi in consigli rivoluzionari, i famosi soviet, così da dirigere e coordinare gli scioperi, mantenere la disciplina e l’ordine tra i manifestanti e, cosa più importante, avanzare richieste precise e coordinate al governo centrale. Un nuova ondata rivoluzionaria seguì la disfatta navale di Tsushima, quando il 27 giugno 1905, l’equipaggio della nave da battaglia Potemkin si ammutinò contro gli ufficiali, sparando due salve di cannone contro la sede del governo zarista a Odessa.

Massacro della LenaTutto ciò fece da corollario alla nuova protesta che coinvolse i minatori del bacino della Lena, uno dei più grandi fiumi che si snodano nella Siberia prima di gettarsi nel Mar Glaciale Artico. La regione vedeva un fiorire di miniere d’oro, con migliaia di minatori che lavoravano a grandissime profondità in condizioni così precarie e disagevoli che gli incidenti mortali erano una routine quotidiana. Sull’onda di quanto era avvenuto sette anni prima a San Pietroburgo, anche gli operai delle miniere decisero di unirsi in comitati e scendere in sciopero: oltre a migliori condizioni di lavoro, chiedevano anche aumenti salariali, turni di lavoro meno massacranti e un miglior servizio nella distribuzione e nella qualità del cibo. Il 29 febbraio 1912 migliaia furono gli uomini che scesero simultaneamente in sciopero, bloccando di fatto l’intera produzione industriale e l’estrazione del prezioso metallo: se in un primo momento la direzione della miniera cercò di mediare con gli scioperanti, il Governo già a metà marzo iniziò a far confluire nella regione numerosi contingenti di soldati, provenienti dalla vicina città di Kirensk. Quando venne intimato, il 17 aprile, lo scioglimento di tutti i comitati, gli operai diedero inizio ad una marcia pacifica, a cui presero parte non meno di 2500 persone: arrivati a contatto con la gendarmeria imperiale, il comandante delle truppe, Capitano Nicolai Treshchenkov ordinò di aprire il fuoco sui dimostranti: fu un vero massacro. I giornali dell’epoca parlarono di 250 morti e 270 feriti. La notizia della strage si diffuse velocemente in tutta la Russia zarista, portando ad un crescente malumorere nella classe operaia e a continue e numerose manifestazioni e scioperi di protesta.

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