Un genocidio all’ombra della Grande Guerra

Marcia forzata di prigionieri armeni - 1915Da quasi un anno l’Europa stava combattendo la sua grande guerra civile, con gli eserciti della Triplice Intesa e Allenza contrapposti dal fronte occidentale, che correva lungo il Belgio e la Francia, fino al confine orientale, nella Prussia e nella Russia zarista. La Belle Epoque era finita, con quei due colpi di pistola sparati da un giovane nazionalista serbo contro l’erede al trono d’Austria-Ungheria e sua moglie nelle strade di Sarajevo. E i morti e i feriti si contavano già a milioni, con intere città e villaggi devastati dalle bombe e dai combattimenti, con i soldati-contadini di entrambi gli schieramenti sacrificati in poche centinaia di metri nella terra di nessuno, sprofondati nel fango delle trincee. Da questo punto di vista, il primo conflitto mondiale fu l’ultima guerra del passato e, al tempo stesso, la prima dell’epoca moderna: non solo si faceva ricorso a teniche belliche del passato, ma la tecnologia vide l’apparizione di mitragliatrici, aerei, sommergibili, carri armati e gas asfissioanti. Ma fu anche l’ultima combattuta per mere ragioni dinastiche, di conquista e territoriali e la prima che vide contrapposti schieramenti ideologici diversi: e, come neanche trent’anni dopo dimostrerà il secondo conflitto mondiale, dove a combattere non sono più i soldati ma l’ideologia, la guerra, già di per sé orribile e spaventosa, perde anche la poca umanità e il minimo senso dell’onore che sono rimasti negli uomini. Non si cerca più di annientare il nemico dal punto di vista militare, ma lo si cerca di cancellarlo dalla memoria e dalla storia: il nemico perde la sua forma, la sua sostenza e viene idealizzato in una sorta di “male assoluto”, dove ogni mezzo per ucciderlo diventa lecito. Anche lo sterminio. Anche il genocidio.

ArmeniCosì, a partire dall’anno 1915, anzi dal 24 aprile (negli stessi giorni in cui l’Italia si aggingeva a firmare il Patto di Londra per entrare nel conflitto a fianco della Triplice Intesa), all’interno dell’Impero Ottomano iniziarono una serie indiscrimanata di arresti nei confronti della elité intellettuale armena, etnia che storicamente popolava i territori dell’Anatolia Orientale, le cui tracce risalgono fino al VI Secolo Avanti Cristo. Nel periodo antecedente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, infatti, nei vasti territori turchi si erano imposti al governo i Giovani Turchi, movimento nazionalista che, se da un lato mirava a sostituire lo stato autocratico in una monarchia costituzionale, non fecero mai mistero di sognare una Turchia omogenea dal punto di vista etnico e religioso; inoltre, molti Turchi temevano che la popolazione armena potesse allearsi con il vicino russo, servendo tra le fila dell’esercito dello Zar, di cui l’Impero Ottomano era uno storico avversario: per questo motivo, già nelle prime fasi del conflitto mondiale, molti furono gli Armeni che si arruolarono nell’esercito russo, mentre i Francesi, in maniera più o meno velata, armavano segretamente la resistenza armena, incitandoli a rovesciare il governo legittimo e fare uscire l’Impero Ottomano dal conflitto. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, vennero compiuti i primi arresti a Costantinopoli, che proseguirono poi nei giorni seguenti: in poche settimane, qualche migliaio tra scrittori, giornalisti, poeti e anche delegati al parlamento turco furono deportati in Anatolia. Ma, certamente, il genocidio della popolazione armena è collegata alle tristemente famose marce della morte, che coinvolsero circa 1.200.000 persone: centinaia di migliaia furono le persone che morirono per fame, sete, percosse ed esecuzioni durante estenuanti marce forzate attraverso il deserto.

Hrant DinkE, come spesso accade quando un genocidio avviene per ideologia, le controversie maggiori avvengono quando si arriva alla macabra conta delle vittime: se da un lato anche gli attuali governi tuschi tendano a minimizzare l’evento (ancora non lo hanno riconosciuto pubblicamente), le fonti armene tendono, ovviamente, a gonfiarlo. Lo storico inglese Arnold Toynbee, per diversi anni addetto dell’intelligence britannica nell’Anatolia, ha ipotizzato che i morti possano aggirarsi attorno a 1.200.000, tenendo conto anche dei censimenti per etnia compiuti alla viglia del primo conflitto mondiale; parimenti, Mehmed Talat Pasha, esponente di punta del movimento dei Giovani Turchi, ha stimato il numero delle vittime in poco più di 300.000; oggi, la comunità degli storici è propensa ad accettare una cifra simile a quella proposta di Toynbee. Ma il genocidio armeno, anche cento anni dopo, continua a mietere i suoi morti: il 19 gennaio 2007, a Istanbul, tre colpi di pistola mettevano fine alla vita di Hrant Dink, giornalista di origini armene, che dalle colonne del suo quotidiano chiedeva solo un po’ di giustizia per il suo popolo cancellato dalla storia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...