Portella della Ginestra: il sangue dei lavoratori

Portella della GinestraOrmai il 1° maggio, per i giornali e la stragrande maggioranza della popolazione, è diventata sola una giornata da rotocalco televisivo, con i dati di share del “grande concertone” di Roma. Ma la Festa del Lavoro, almeno per noi Italiani, dovrebbe essere una giornata di memoria e raccoglimento: pochi sanno, o ricordano, quello che successe il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, piccolo centro abitato alle porte di Palermo. Ma non dobbiamo stupircene: solo nel 2012, un Presidente della Repubblica si è recato in visita istituzionale sul luogo della strage, là dove morirono undici persone, per lo più bambini e ragazzi, di età compresa tra gli 8 e i 19 anni. Era la prima festa del lavoro che veniva celebrata dopo il ventennio fascista: e tra bandiere rosse e tanti tricolori italiani, circa duemila lavoratori, quasi tutti contadini, si erano riuniti a Portella per una manifestazione di protesta contro il latifondismo, per l’occupazione delle terre incolte e abbandonate e per festeggiare la vittoria del Fronte Democratico Popolare, l’alleanza tra Partito Comunista e Partito Socialista, che aveva strappato alle elezioni regionali 29 seggi contro i 21 della Democrazia Cristiana.

Portella della GinestraL’Italia era una democrazia ancora fragile, che stava cercando il suo “posto” nella nuova Europa, con molte città ancora da ricostruire e una popolazione ridotta alla fame. Per di più, nel Meridione, stava nuovamente dilagando il fenomeno mafioso, insediatosi immediatamente dopo lo sbarco alleato in Sicilia: stretti legami, accertati da più parti, anche in via giudiziaria, vedevano colluse le autorità americane e gli “uomini d’onore” d’oltreoceano, che prepararono il terreno e i contatti per la successiva occupazione dell’isola. E ancora, l’intelligence americana, terminata la guerra e indirizzata l’Italia verso la democrazia, era preoccupata della possibile avanzata comunista nella penisola, con un PCI in forte ascesa e con sempre più consensi tra la popolazione contadina in cerca di riscatto. Ma nessuno avrebbe immaginato cosa sarebbe successo quel maledetto 1° maggio 1947: durante un comizio, dalle alture circostanti del Monte Pelabe furono sparate numerose raffiche di mitra, seguite da diverse esplosioni tra la folla radunata. Undici morti e 27 feriti fu il bilancio ufficiale di un’azione che, secondo la Magistratura, fu organizzata da Salvatore Giuliano e la sua banda, utilizzati come manovalanza dai latifondisti preoccupati di possibili sollevazioni e agitazioni popolari e come messaggio politico a seguito della vittoria del Fronte Popolare.

Portella della GinestraMa, forse, successe qualcosa di più quella mattina. Alcune indagini hanno dimostrato che le sorgenti di fuoco furono più di una e i colpi non partirono solo dal Monte Pelabe; inoltre, per poter lanciare delle granate tra la folla sarebbero stati necessari degli equipaggiamenti militari che la banda di Giuliano non aveva. E allora chi sparò veramente a Portella della Ginestra? Sono state fatte tante ipotesi, ma nessuna certezza. Il Premier Matteo Renzi ha affermato di voler togliere il segreto di stato sulle stragi, disponendo la declassificazione di carte e atti su Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Piazza della Loggia, Ustica, Stazione di Bologna e Rapido 904. E Portella della Ginestra? Non c’è, cancellata e dimenticata ancora una volta. Eppure, se vogliamo veramente capire cosa fu la strategia della tensione in Italia, chi erano i mandanti e gli esecutori, e, soprattutto, i reali interessi politici dietro a tante morti, dobbiamo proprio partire da quel 1 maggio di sessantasette anni fa, nella piana di Ginestra, ai piedi del Pelabe, dove si abbattè “il piombo della mafia e degli agrari per stroncare la lotta dei contadini contro il feudo”.

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