L’ultimo Tricolore a Capo Guardafui

Faro Capo GuardafuiDopo la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna e l’entrata nel secondo conflitto mondiale dell’Italia, le colonie dell’Africa Orientale si trovarono fin da subito ad affrontare numerose criticità, sia tattiche che militari. Il comandante italiano, il Duca Amedeo D’Aosta aveva inizialmente predisposto un piano tanto ardito quanto difficilmente attuabile: penetrare per oltre 2500 km seguendo il corso del Fiume Nilo, attraverso il Sudan, così da potersi ricongiungere alle armate italiane in Libia e ricevere i rifornimenti e i rinforzi dai porti sul Mar Mediterraneo e sul Mar Rosso. Dallo stato maggiore di Roma giunse, però, l’ordine di rimanere sulla difensiva e rispondere solamente alle azioni del nemico, in modo da risparmiare le forze per successive operazioni più vaste. Con una rapida azione del Generale Guglielmo Nasi, nell’agosto 1940, intanto era conquistata la Somalia britannica. Ma il prolungamento del conflitto favorì gli Inglesi, che poterono predisporre una vasta offensiva, contando su continui rinforzi e rifornimenti e, soprattutto, truppe fresche: in tutta fretta, le forze italiane iniziarono a reclutare civili e locali e, sebbene la forza complessiva ammontasse a quasi 340.000 uomini, molti possedevano un addestramento sommario e insufficiente. Il 21 gennaio 1941 scattò l’offensiva inglese, che trovò all’inizio scarsissima resistenza, tanto che il Duca D’Aosta diede ordine di ritirarsi oltre il Fiume Giuba e abbandonare importanti centri e porti come Chisimaio. Entro il 20 febbraio, le perdite italiane ammontarono già ad oltre 30.000 tra morti, feriti, dispersi e prigionieri.

Capo GuardafuiCon le forze italiane in rotta, i comandi impegnati ad organizzare l’estrema difesa ad oltranza (celebri le giornate dell’Amba Alagi, di Gondar, di Massaua e di Culqualber), nello stesso giorno in cui il Negus Hailé Selassié entrava ad Addis Abeba, gli Inglesi completavano l’occupazione di Bosaso ed iniziarono a muovere verso Capo Guardafui, luogo dove sorgeva il celebre faro intitolato a Francesco Crispi. La torre, a forma di fascio littorio, alta ben diciannove metri, venne realizzata nel 1930 su una struttura già preesistente, divenendo un’importante punto di riferimento per le navi mercantili e militari in transito da e verso il Mar Rosso. Nelle settimane che precedettero il conflitto, però, le forze italiane incaricate della difesa della struttura marittima, iniziarono a predisporre una serie di misure difensive, che andavano fino al vicino villaggio di Tohen e spensero la luce di segnalamento, per ostacolare il naviglio nemico in navigazione nel Golfo di Aden. Il 18 maggio 1941, quando sul crinale dell’Amba Alagi Amedeo D’Aosta riceva l’onore delle armi, dopo che settemila soldati italiani si erano opposti per oltre un mese ad una forza di 40.000 Inglesi, un commandos inglese, appoggiato dal mare dalla marina indiana, mise piede sul tratto di spiaggia antistante il Faro Crispi: era l’ultimo baluardo nell’Africa Orientale dove sventolasse ancora il Tricolore italiano. Obiettivo primario dell’operazione era la conquista del faro, da effettuarsi cercando di limitare i danni alla struttura, specialmente per quanto riguardava la luce di segnalazione. Subito venne ingaggiata una furiosa battaglia che si concluse solo tre giorni più tardi, 21 maggio: a Capo Guardafui il Faro Crispi tornò nuovamente in funzione, permettendo alla Royal Navy di transitare in piena sicurezza. L’Africa Orientale Italiana non esisteva più; era terminata un’epopea, ma stava per nascerne un’altra: Amedeo Guillet.

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