Cadere in terra di Somalia: la battaglia del pastificio

Battaglia del Pastificio“Si è rotto l’incantesimo” titolarono i quotidiani italiani il 3 luglio 1993: all’improvviso, in una calda estate come quella di oggi, la guerra civile in Somalia entrò prepotentemente nelle case degli Italiani. Il giorno precedente, infatti, tre soldati, il Sottotenente Andrea Millevoi, il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi e il Paracadutista Pasquale Baccaro erano rimasti uccisi a Mogadiscio, durante i combattimenti tra il Contingente Italiano Ibis, inserito all’interno dell’Operazione UNOSOM delle Nazioni Unite, e i miliziani del “signore della guerra” Mohamed Farah Aidid. I feriti furono 36, tra cui i più gravi risultarono essere il Sottotenente Gianfranco Paglia, che riportò gravi lesioni spinali, e il Sergente Maggiore Giampiero Monti, ferito seriamente all’addome. Quella mattina tutto si sarebbe dovuto svolgere secondo una routine quotidiana: l’Operazione Canguro 11, decisa dal Comando ITALFOR, avrebbe condotto nel centro della capitale somala due colonne blindate, denominate Alfa e Bravo, incaricate di rastrellare vie e quartieri alla ricerca di armi di vario genere. Ma qualcosa non funzionò. Forse venne sequestrato un grande deposito di armamenti; forse, come qualcuno vociferò in seguito, il “canguro” aveva nel suo marsupio una sorpresa: la cattura dello stesso Generale Aidid. Comunque sia, quella mattina, a Mogadiscio, si scatenò l’inferno. Tra l’altro, meno di un mese prima, 5 giugno, ben ventitré soldati pakistani della forza delle Nazioni Unite erano rimasti uccisi nel tentativo di catturare la stazione radio da dove la fazione di Aidid trasmetteva gli incitamenti a continuare la guerra civile.

RESTORE HOPEAd operazione quasi ultimata, mentre le prima colonne di mezzi corazzati stavano rientrando alla base, un convoglio composto da alcuni VCC-1, veicoli da trasporto truppe, si imbatté in una serie di barricate erette dai Somali, da cui cominciarono a piovere proiettili da tutte le direzioni: i miliziani, usando donne e bambini per proteggersi, aprirono il fuoco sui soldati italiani anche con mezzi anticarro, i famigerati RPG. Un razzo centrò in pieno un VCC uccidendo sul colpo il Paracadutista Baccaro, effettivo del 186° Reggimento Folgore, e ferendo all’addome, aprendo una profonda ferita, il Sergente Maggiore Monti. Con la battaglia che si faceva sempre più cruenta, la colonna Alfa venne deviata in soccorso delle colonne rimaste bloccate, facendo decollare in supporto anche gli elicotteri A129 Mangusta e AB205. Non potendo fare uso dei cannoni delle blindo Centauro e dei carri M60, inizialmente solo le mitragliatrici di bordo aprirono il fuoco, proteggendo le truppe a terra che tentavano di rimettere in moto il veicolo colpito: in questo frangente rimase ucciso il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi, del 9° Reggimento d’Assalto Col Moschin. Frattanto, giunse sul posto il grosso della colonna Alfa, di cui facevano parte i Sottotenenti Millevoi e Paglia: sportisi fuori per meglio coordinare le azioni dei loro uomini e dirigere il fuoco delle mitragliatrici di bordo, furono raggiunti dai colpi sparati dai cecchini, che uccisero quasi all’istante Andrea Millevoi, del Reggimento Lancieri di Montebello, e ferirono gravemente Gianfranco Paglia.

Battaglia del PastificioIl bilancio della battaglia fu assai grave per le forze italiane, impegnate nel primo vero combattimento fuori dai confini nazionali dalla fine del secondo conflitto mondiale. Negli anni e decenni precedenti, già altri soldati erano caduti: gli Avieri a Kindu, il Fuciliere del San Marco Filippo Montesi in Libano, Carlo Olivieri in Sinai, gli elicotteristi delle Nazioni Unite a Podrute, solo per citarne alcuni. Ma i fatti del 2 luglio 1993 furono diversi: portarono la guerra nelle case degli Italiani, con i servizi dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. Si era rotto l’incantesimo e, da quel momento, il nostro Paese dovrà pagare un alto tributo di sangue in terra somala: dodici caduti tra i militari (compresa l’Infermiera della Croce Rossa Maria Cristina Luinetti) e due civili, i giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in un agguato per le vie di Mogadiscio dopo le loro inchieste e indagini sui traffici di armi e rifiuti tossici. E la guerra civile, mai sedata e placata, è ancora in atto.

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