Non poteva che crollare: la Val di Stava piange ancora

Val di Stava“Non poteva che crollare alla minima modifica delle sue precarie condizioni di equilibrio”. Questa la conclusione a cui arrivarono i periti della Commissione d’Inchiesta nominati dal Tribunale di Trento per accertare le cause della tragedia che il 19 luglio 1985 colpì il piccolo abitato di Stava, frazione del Comune di Tesero in Trentino Alto Adige. Qui, alle 12.22, gli argini di un bacino di decantazione, dove venivano gettati i materiali di scarto provenienti da una vicina miniera, cedettero improvvisamente, riversando oltre 180.000 metri cubi di acqua e fango sulle abitazioni situate a valle, spazzando via ogni cosa si trovasse sul cammino di questa “onda anomala”: persone, case, alberi, strade non ressero all’impatto della violenta massa di detriti, venendo trascinati per centinaia di metri. Viaggiando ad una velocità di oltre 90 km/h, il fango e l’acqua torbida cancellarono un intero abitato, trasformandolo in un paese fantasma: i morti furono 268 (di cui tredici mai ritrovati) e solo pochi abitanti sopravvissero. Lo scenario che si presentò ai soccorrittori fu pari a quello di ventidue anni prima, quando una frana si riversò nel bacino della diga del Vajont: allora  morti furono quasi duemila (1917 per la precisione) e, come per il disastro del 1963, anche quella di Stava fu una tragedia annunciata, che si poteva evitare, causata dalla negligenza e dall’imperizia delle società concessionarie della miniera e degli uffici pubblici a cui sarebbero spettati i compiti di monitoraggio delle condizioni di sicurezza.

Val di StavaI processi iniziati immediatamente dopo la tragedia, si conclusero solo nel giugno 1992, arrivando a condannare dieci persone per disastro colposo ed omicidio colposo plurimo. In particolare, i dibattimenti accertarono inconfutabilmente che i responsabili e i direttori della miniera anteposero l’interesse finanziario ed economico alla sicurezza sia dei lavoratori che della miniera stessa, omettendo semplici controlli che avrebbero certamente potuto evitare il crollo degli argini dei bacini di decantazione e la conseguente onda di fango e acqua. Ad oggi, la memoria storica della tragedia è affidata alla Fondazione Stava 1985, voluta dai familiari delle vittime, impegnata in prima linea nella trasmissione di una cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro e, soprattutto, della prevenzione: è con essa, infatti, che capitoli tragici della storia italiana, come Ribolla, il Vajont e Stava, si sarebbero potuti evitare, salvando la vita di migliaia di persone.

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