Un anno maledetto per l’informazione italiana

Andrea RocchelliUn anno nero, il 2014, per l’informazione e il giornalismo italiano. In un momento segnato da crisi internazionali ed umanitarie, dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla Libia all’Iraq, e di epidemie che sembrano inarrestabili nell’Africa più povera, due sono i giornalisti caduti sul fronte dell’informazione, armati solo di una telecamera o di una macchina fotografica. Andrea Rocchelli era nato nel 1984 nella città di Piacenza e, finiti gli studi, aveva sempre dimostrato una grande passione per il giornalismo d’inchiesta, e una voglia di raccontare la realtà al meglio delle sue possibilità: per lui, non esistevano confini, verità di comodo o notizie da utilizzare solo per qualche scoop. Lui, la storia, la voleva raccontare così come accadeva, con una macchina fotografica appesa al collo ed uno zaino in spalla: non gli interessavano i servizi su carta laminata, da rotocalco, scritti e inventati dietro un computer comodamente seduti ad una scrivania. Andrea, la notizia, la voleva vivere di persona, andando nei luoghi dove essa accadeva, scambiare quattro chiacchiere in giro per il mondo. E questo, in un mondo in continuo subbuglio, fatto di guerre mai raccontate e spesso dimenticate, voleva (e vuole) dire rischiare in prima persona. Ne nascono pochi di questi giornalisti. E quelli che nascono spesso non tornano indietro: Ilaria Alpi, Almerigo Grilz, Maria Grazia Cutuli, Graziella De Palo. E adesso anche Andrea Rocchelli. Perché Andrea, da quella sua ultima guerra da raccontare, non è più tornato: il 25 maggio di quest’anno, quando un’addormentata Italia era persa dietro alle elezioni europee, un colpo di mortaio spezzava la sua giovane vita, in una Sloviansk distrutta e violentata dalla guerra civile ucraina.

Simone CamilliCosì come l’ultima guerra ci è stata narrata da Simone Camilli, il fotoreporter di 35 anni originario di Pitigliano, un piccolo comune in provincia di Grosseto. Valido reporter di guerra, collaboratore di agenzie internazionali, tra cui la Associated Press, con la sua videocamera filmava il volto più tragico di un conflitto che si trascina ormai da quasi cinquant’anni, quello palestinese. E la recente guerra tra le forze di Israele ed Hamas andava raccontata a tutti i costi, come monito per un’addormentata Europa adesso alle prese con il Califfato islamico dell’ISIS nel nord dell’Iraq. Simone era come sempre a Gaza: questa volta aveva deciso di filmare il disinnesco, da parte di un gruppo di artificieri palestinesi, di una grossa bomba israeliana inesplosa. Gli stessi ordigni inesplosi che, anche dopo la fine ufficiale dei combattimenti, uccidono e mutilano i corpi inermi di tanti bambini che ci finiscono sopra. Per gli artificieri era un’operazione di routine, un disinnesco come tanti, ma sempre da trattare con estrema attenzione: eppure, questa volta qualcosa non ha funzionato. Un lampo improvviso, poi un boato assordante: Simone non c’era più, dilaniato dallo scoppio dell’ordigno. Era il 13 agosto, quando una stanca Italia partiva per le ferie estive e il ponte di Ferragosto.

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