Da Nenana a Nome: la corsa del siero

Gunnar Kaasen e BaltoC’è una statua di bronzo nel Central Park di New York. Sul basamento, ai piedi del cane, un Siberian Husky, si legge: “Dedicata all’indomabile spirito dei cani da slitta, che trasportarono sul ghiaccio accidentato, attraverso acque pericolose e tormente artiche, l’antitossina per 600 miglia da Nenana, per il sollievo della ferita Nome nell’inverno del 1925. Resistenza, Fedeltà, Intelligenza”. Il fido animale a quattro zampe è Balto, divenuto popolare tra i più piccini nel 1995, dopo che è stato realizzato un film d’animazione per la produzione di Steven Spielberg. Tutto ha inizio i primi giorni del gennaio 1925, quando nella piccola cittadina di Nome, all’estremità meridionale dell’Alaska, il medico locale, il Dottor Curtis Welch, diagnosticò ad alcuni bambini una acuta infiammazione alle tonsille: nulla di preoccupante, quindi, guaribile in pochi giorni e con qualche sciroppo. Ma ben presto qualcosa cambiò: i piccoli malati, infatti, cominciarono a morire e sempre di più quelli che si ammalavano. La causa era un’altra, ben più grave: difterite. In poco tempo, scoppiò l’epidemia e le riserve di siero antidifterico si esaurirono ben presto. Il 20 gennaio venne lanciato via radio un grido disperato d’aiuto: “Nome che chiama! Nome che chiama! Abbiamo uno scoppio di difterite, no siero! Abbiamo bisogno d’aiuto!”. Alla chiamata di soccorso rispose l’Ospedale di Anchorage, nei cui depositi si trovavano ben 300.000 unità di siero: un pacco di quasi dieci chili, che sarebbe giunto fino a Nenana via treno, ultima stazione ferroviaria dell’Alaska. A quel punto, dovevano essere percorsi altre 600 miglia, circa mille chilometri: scartata l’idea di utilizzare il mezzo aereo a causa del rigido inverno e delle tormente, la scelta ricadde sui musher e i loro fidi cani da slitta.

Leonard Seppala e TogoFu così organizzata una staffetta composta da venti mute di cani da slitta, abituati ad addentrarsi anche nei giorni più freddi e senza luce, nei quasi invisibili percorsi delle piste sommerse dalla neve. I conduttori dei cani erano semplici postini, corrieri, taglialegna, gente comune, ma che si ritrovarono ad essere dei veri e propri eroi: affrontarono crepacci, lastre di ghiaccio instabili, tempeste e bufere di neve, temperature di molti gradi sotto lo zero, che in certi casi raggiungevano i -50°, con punte di -70° C. La corsa del siero, la corsa che doveva riportare la speranza e la vita a Nome, ebbe inizio tra il 27 e il 28 gennaio 1925, quando Wild Bill Shannon percorse la prima tappa, da Nenana a Tolovana: 83 km in quasi undici ore. A Tolovana, il prezioso carico venne preso in consegna da Edgar Kalland, che percorse 50 km fino a Manley e consegnò il tutto a Johnny Folger, che proseguì per ulteriori 45 km fino a Fish Lake. Nella giornata del 29 gennaio, si alternarono altre sette staffette: Sam Joseph, Titus Nikolai, Dave Korning, Dan Green, Harry Pitka, Bill McCarty e Edgar Nollner, per un totale di 313 km, fino alla cittadina di Galena. Nel frattempo, da Nome, era partita una con a capo il grande Togo, uno dei Siberian Husky più celebri in tutta l’Alaska, vincitore di numerose competizioni e corse: il musher era Leonard Seppala, ritenuto uno dei più capaci e affidabili.

Balto appena giunto a NomeDa Galena, inatnto, ripartì George Nollner, che percorse 29 km fino a Bishop Mountain consegnando l’antitossina a Charlie Evans: erano le 05.00 del mattino e il termometro segnava -64°. Dopo altri 48 km e aver raggiunto Nulato, fu la volta di Tommy Patsy che, per 58 km, percorse le piste innevate fino a Kaltag; da qui la staffetta, per 64 km, fu portata avanti da Jack Screw, fino a Statua di BaltoOld Woman. Erano passati appena quattro giorni dall’inizio della corsa e, nella notte tra il 30 e il 31 gennaio, Victor Anagick percorse in sei ore 54 km, fino a Unalakleet, che raggiunse poco dopo le 03.00 del mattino. Intanto Nome era sempre più vicina, distante solo poco più di 207 miglia: fino a Shaktoolik, per 64 km, ci pensò Myles Gonangnan. La corsa, fino ad ora svoltasi senza grossi problemi, ebbe un blocco improvviso: dopo appena mezzo miglio da Shaktoolik, la muta di cani di Henry Ivanoff si scontrò contro una renna sbucata improvvisamente dalla foresta, che fece aggrovigliare i legacci e le funi della slitta e dei cani. Ma proprio quando sembrava che tutto andasse storto, sbucò dalla fitta nebbia e dalla foschia Leonard Seppala, che era riuscito ad intercettare la staffetta. Bisognerebbe a questo punto scrivere una nuova storia solo per l’incredibile corsa nella neve di Seppala e del suo cane guida Togo, che da soli percorsero l’incredibile distanza di 260 miglia, quasi 420 km. Giunse fino a Golovin, dove fu sostituito da Charlie Olson che, per 40 km, la portò fino a Bluff dove lo aspettava l’ultimo staffettista: Gunnar Kaasen, il quale avrebbe percorso l’ultimo tratto di 85 km facendo affidamento sul capo muta Balto. In sette ore e mezzo, anche se congelato, il siero raggiunse Nome, tra gli applausi della popolazione. In tutto, erano state percorse 674 miglia (1084 km), in quasi 127 ore e mezza, un record mondiale. Ma dopo gli onori, per Balto si aprì un periodo infelice: venduto ad un circo, maltrattato e malnutrito, con una artrite in avanzamento, grazie ad una campagna di solidarierà, un uomo d’affari di Cleveland, George Kimble, diede inizio alla corsa per Balto. In poco più di due giorni, riuscì a raccogliere quasi duemila dollari e a riscattarlo, affidandolo alle cure del medico veterinario dello zoo di Cleveland, che mai più lascerà: qui, Balto morì il 14 marzo 1933 all’età di undici anni, venendo imbalsamato e conservato al Museo di Storia Naturale. Togo, invece, continuò ad essere un cane da slitta, il preferito di Leonard Seppala. La corsa di Togo ebbe termine nel 1926, all’età di sedici anni: il suo padrone, che mai se ne volle separare, lo fece imbalsamare, per donarlo al piccolo Museo della Iditarod di Wasilla, dove ogni anno ha luogo la rievocazione della corsa del 1925.

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