Il coraggio degli Ascari

Il coraggio degli AscariIn anteprima quasi assoluta, oggi pubblichiamo un’intervista a Vito Zita, storico e saggista, autore de Il coraggio degli Ascari, opera in due volumi in cui sono raccolte le storie (e le medaglie) conferite dal Regno d’Italia alle truppe indigene delle sue colonie, per atti di valore e di altruismo, in tempo di pace come in guerra. Una storia, questa, spesso dimenticata: le guerre in Africa, del resto, sono quasi sempre narrate dalla parte dei soldati in tenuta kaki, quasi ignorando l’alto tributo di sangue che venne pagato dalle truppe di colore arruolate con compiti di ordine pubblico e di presidio, ma anche come vere e proprie unità combattenti, inquadrate in compagnie, reggimenti, squadroni di cavalleria e “bande”: celebre il Gruppo Bande Amhara, forte di 1700 uomini, comandato dal Tenente Amedeo Guillet. Come ricorda lo stesso autore, “dopo quattro anni di ricerca delle fonti, verifiche e controlli negli archivi, ricerca delle fonti iconografiche e stesura delle didascalie, ricerca delle immagini delle Medaglie al Valore e stesura delle relative schede, nasce il libro Il coraggio degli Ascari. Un impegno lungo oltre 1300 pagine in due volumi, che contiene oltre 19.000 nominativi, con le relative motivazioni, di militari eritrei, somali, libici e etiopi che hanno combattuto sotto le insegne italiane dal 1890 al 1943 e che sono stati insigniti di Medaglia al Valor Militare”.

1. Iniziamo con una domanda di rito. Da dove nasce l’idea di scrivere un libro interamente dedicato a quegli Ascari che, durante il servizio nelle Forze Armate del Regno d’Italia, vennero decorati al Valor Militare?

Cavalleria ascaraCome ricercatore e storiografo, da circa venti anni mi occupo di storia coloniale. La ricerca, avviata quattro anni fa, nasce dalla volontà di dare una testimonianza di gratitudine verso coloro che si dedicarono con dedizione e valore fino all’estremo sacrificio meritandosi la stima e la riconoscenza nostra e di chi condivise con loro la vittoria come la sconfitta. Al tempo stesso vuole essere anche un contributo alle nuove generazioni in modo che possano avere ricordo, orgoglioso, di quelle passate. Nel libro vengono presentati in modo cronologico i nomi e le motivazioni delle Medaglie al Valor Militare attribuite ai militari indigeni che combatterono sotto le insegne italiane fra il 1890 ed il 1943. Il libro verrà presentato il prossimo 4 novembre ad Asmara alla presenza dell’Ambasciatore italiano, di funzionari del governo eritreo, membri di associazioni italiane quali la Casa degli Italiani e l’Associazione Nazionale Reduci d’Africa ed enti locali, quali l’Associazione Mutilati di Guerra d’indipendenza, la Biblioteca di Asmara ecc.

2. Tanto è scritto sulle guerre d’Africa, dall’acquisizione delle prime “licenze commerciali” nel Corno d’Africa alle battaglie di Adua e Dogali, per non parlare della guerra in Libia e in Etiopia e del secondo conflitto mondiale, dall’Africa Orientale al Nord Africa. Quanto influì l’apporto delle truppe indigene al nostro esercito coloniale?

Ascari della PAIIndubbiamente l’apporto delle truppe indigene non fu affatto trascurabile ed è cresciuto nel tempo. Basti considerare che agli esordi del colonialismo, nel 1885 dopo l’avvicendamento fra Turchia e Italia nel possedimento di Assab, il Colonnello Tancredi Saletta, comandante del Corpo di Spedizione inviato con il compito di occupare militarmente Massaua, incarica Ascari schierati a Dessiè nel 1936l’albanese Asan Oga Osman, già comandante sotto i turchi-egiziani dei basci-buzuk (dal turco “teste matte”), di reclutare, ma meglio sarebbe dire ingaggiare, vista la natura mercenaria del rapporto, una compagnia di cento effettivi al servizio del Corpo Speciale per l’Africa. Solo due anni dopo, nel 1887, salgono a circa 1900. Nel 1929 il totale delle nostre truppe indigene dislocate nelle varie colonie, Mitraglieri dello Squadrone Penne di falcoammontava a circa 40.000 indigeni. La situazione all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 il numero dei militari indigeni è di circa 188.000 uomini. Comunque, in genere, indipendentemente dall’epoca di riferimento, dopo un tempo brevissimo, riuscivano a diventare degli ottimi soldati. Il problema particolare che ha riguardato queste truppe, è che l’indigeno, in generale, vedeva nel servizio militare, la soluzione del problema della vita sua Squadrone ascaro in rivistae di quella della sua famiglia. In mancanza di danaro e senza la possibilità di procurarsene con altro mezzo, egli si arruolava. Raggranellato un gruzzolo durante il servizio, allo scadere di esso, si congedava per tornare ancora sotto le armi, al sopraggiungere di nuove necessità economiche. Ma bisogna tener presente che, col progredire della società nelle colonie, ci sarebbe stata sempre maggiore richiesta di mano d’opera indigena per i bisogni delle varie imprese agricole ed industriali, sicchè essi avrebbero potuto trovare più conveniente lasciare il mestiere delle armi ed impiegare in modo più redditizio il loro lavoro. Di conseguenza, si sarebbe potuto anche inaridire quella sorgente alla quale si attingeva così abbondantemente, per la costituzione delle nostre forze militari coloniali. Nonostante questa evenienza, non venne contemplata l’applicazione dell’obbligatorietà del servizio militare anche agli abitanti indigeni delle colonie, almeno fino al 1936. Da queste brevi considerazioni nacque la necessità di affrontare il problema del reclutamento dell’elemento indigeno. Fin dalla fine degli Anni Venti, anche alla luce delle esperienze coloniali di altre nazioni europee, si tese ad escludere un esercito composto esclusivamente di truppe di colore per favorire la soluzione che contemplava la formazione dell’esercito coloniale con reparti bianchi e con reparti di colore. In tale maniera, si intendeva mantenere presso quelle popolazioni un ascendente morale; si evitava la possibilità, per quanto lontana e problematica, di quelle insidie e tradimenti di cui le storie di tutti gli eserciti coloniali hanno sanguinosi ricordi; si favoriva l’afflusso degli indigeni alle pacifiche opere del lavoro e della civiltà; si otteneva il vantaggio di impartire una più perfetta istruzione militare ad un maggior numero di italiani e si poteva, in talune circostanze, cooperare alla risoluzione di passeggere crisi di disoccupazione nella madrepatria. In conclusione, si andò verso l’antico assioma militare tali gli ufficiali tale truppa. E ciò era ancor più vero nell’ambiente coloniale, dove, per il maggior contatto fra quelli e questa, per la speciale psicologia degli indigeni, per il fatto che i reparti vivono ciascuno di una vita a sè, quasi indipendente e per la maggior parte del tempo in azione, la truppa, ancor più profondamente, risente l’influenza personale degli ufficiali, i quali, più che in ogni altro ambiente, possono dare una impronta del tutto particolare ai loro reparti, che finiscono per prendere effettivamente la fisionomia del loro capo e per valere quanto egli vale.

3. Tra i tanti Ascari distintisi e decorati al Valor Militare c’è qualche storia che ti ha colpito particolarmente?

Gruppo Squadroni dell'AmharaLa ricerca contempla oltre 19.000 nominativi, è arduo fare una scelta così particolare e certamente citarne uno, sembrerebbe di mancare di rispetto a tutti gli altri. Leggendo le motivazioni delle medaglie conferite, non è raro cogliere non solo il cameratismo fra commilitoni, ma anche la tenacia del figlio che soccorre il padre colpito e dopo averlo soccorso, comunicare la sua morte all’ufficiale e riprendere a far fuoco sull’avversario fino ad immolare la sua vita sul campo. Oppure le innumerevoli occasioni in cui un militare indigeno sacrifica la sua vita vedendo il suo comandante che stava per essere sopraffatto, gettandosi davanti e facendogli scudo col proprio corpo. O le ancora più numerose occasioni in cui un militare torna indietro per salvare la vita del compagno colpito, per riportarlo alle proprie linee. Insomma le brutture della guerra vengono mitigate da quel sentimento umano di pietà e soccorso, di fratellanza e rispetto che sovrasta l’orrore e la morte. Immagini che non conosciamo assolutamente nella storia militare della nostra nazione e che solo il cinema hollywoodiano ha reso evidente con episodi di militari americani nella Seconda Guerra Mondiale o ancor di più nella crudezza della guerra vietnamita

4. Al termine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia perse le sue colonie. Cosa capitò a queste “truppe di colore” una volta ricostituitisi i governi legittimi o divenuti gli Stati indipendenti?

Ascari di MarinaCon la fine della guerra in Africa Orientale Italiana nel 1941, i corpi militari impegnati furono sciolti ed i militari congedati. Normale che i soldati siano rientrati nei loro territori di provenienza ed abbiano ripreso le normali attività che conducevano prima del conflitto. Alcuni Ascari avevano seguito come intendenti gli ufficiali superiori in Italia già al termine del conflitto con l’Etiopia del 1935-1936 e qui rimasero per alcuni anni ma si è persa ogni traccia di loro. Per coloro che rimasero nei territori di appartenenza, ci sono poche notizie a parte la Somalia e l’Eritrea. Per quel che riguarda la Libia, al termine della guerra rimase fino al 1951 sotto l’amministrazione fiduciaria della Gran Bretagna e della Francia. L’ONU favorì la ricostituzione della monarchia che fu destituita con la salita al potere di Gheddafi nel 1969. Da quel momento la Libia divenne un paese “chiuso” e ben poco si seppe dei loro Ascari presso Tucrufaffari interni. In Somalia, dopo la fine della guerra si instaurò una amministrazione inglese fino al novembre 1949, quando l’ONU decise di assegnare l’amministrazione fiduciaria all’Italia per dieci anni, dal 1º aprile 1950 fino al 1º luglio 1960, quando la Somalia divenne indipendente. Molti degli ex militari somali entrarono a far parte dei quattro ricostituiti battaglioni indigeni e delle forze di polizia Ascari dell'Eritreacoordinati ed addestrati dagli Italiani. Subito dopo il termine dell’amministrazione fiduciaria italiana, la giovane repubblica somala affrontò due guerre contro l’Etiopia (1964 e 1977) per la contesa del territorio dell’Ogaden popolato da Somali ma rimasto all’Etiopia. Da allora una lunga escalation di guerre civili, rivoluzioni e carestie che hanno sfiancato la popolazione fino alla situazione attuale. Durante la Missione Ibis (1992-1994) agli Italiani appena arrivati si presentò un L'Ascaro Sciréanziano somalo di nome Scirè che chiedeva di essere nuovamente arruolato. Fu subito “adottato” dagli Incursori del Col Moschin, i quali realizzarono per lui una piccola baracca dove l’anziano combattente pose il suo acquartieramento, avendo cura di farsi portare un venerando fucile Mod. 91 dal nipote. Tutte le mattine si presentava per l’ispezione al Generale Loi, facendo ruotare con insospettabile maestria il fucile per mostrare quanto fosse pulito. Al termine della Missione Ibis, Sciré, gratificato con i gradi di Maresciallo, fu accompagnato dai nostri militari all’ospedale di Merika. Partendo lo videro salire sulla terrazza per salutarli, commosso da questo secondo e definitivo addio. L’Etiopia contribuì in misura minore rispetto alle nazioni vicine alla formazione dei reparti coloniali del Regio Esercito e per un tempo certamente minore. Dopo il rientro nel 1941 dal suo esilio in Gran Bretagna Hailè Selassiè I avviò un profondo processo di riforme fra cui quello dell’esercito. Non ci sono notizie precise come per la Somalia sul ruolo avuto dai nostri ex militari, ma è plausibile che come in ogni paese sconvolto dalla guerra abbiano fatto ritorno alle loro case per riprendere le occupazioni di anteguerra. I quotidiani italiani si sono occupati nel 2003 dell’unico ex Ascaro che si trova in una casa di riposo romana. Si trattava di Beraki Ghebreslasie, nato in Etiopia ad Adinebri, ma vissuto in Eritrea. Si arruolò nel 1933 nel Regio Esercito e combattè a fianco dei nostri sodati nella seconda guerra italo-abissina del 1935-1936 e nell’ultima resistenza a Gondar contro gli Inglesi nel 1941, sotto il comando del Generale di Corpo d’Armata Guglielmo Nasi. Dal 2007 non ci sono più notizie di lui. L’Eritrea fu la colonia che fornì il maggior numero di militari ai reparti coloniali se è vero che nel 1940 circa il 30% della popolazione attiva serviva sotto le armi. Con la sconfitta degli Italiani, gli ex Ascari ripresero le loro normali attività che svolgevano da civili. Fino alla fine del 1951, pur sempre sotto l’amministrazione inglese, sono rimasti in Eritrea dei militari italiani come guardie della Polizia Africa Italiana con fini di addestramento delle forze di polizia locali. Dopo la guerra, di fronte alla prospettiva, che poi si verificò, di una federazione (annessione) con l’Etiopia, gli Eritrei chiesero di tornare con l’Italia. Hamid Idris Awate, il fondatore del braccio armato del Fronte di Liberazione dell’Eritrea, colui che diede il via alla lotta per l’indipendenza dell’Eritrea, era stato un Ascaro e un agente dei servizi segreti italiani. Il nostro Paese è sempre stato insensibile a questi affetti. Nel 1950 Roma garantì agli Ascari una pensione di 100 euro (200 euro ai decorati) l’anno, senza la reversibilità per le mogli perché molti di essi hanno più di una moglie. Nel 2004 (seduta n. 460 del 3/5/2004) l’Onorevole Ramponi fece una proposta di legge per l’estinzione degli assegni di pensione e degli assegni straordinari annessi alle decorazioni al Valor Militare conferiti agli ex militari già dipendenti dalla cessata Amministrazione italiana dell’Eritrea, mediante liquidazione di una somma una tantum pari a quattro annualità di pensione. Gli Ascari rifiutarono e continuarono a prendere il loro assegno annuale. Ancora oggi i pochi superstiti residenti ad Asmara, vengono invitati dall’Ambasciata italiana il 4 novembre per la celebrazione della festa delle Forze Armate e tenuti ospiti per il pranzo. Nel 1993 risultavano ancora viventi in Eritrea circa 1100 Ascari, nel 2006 ne erano rimasti circa 260.

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