L’epopea dei Kamikaze giapponesi

Gruppo di piloti KamikazeIl suo significato è Vento Divino, dall’unione delle parole kami (divinità) e kaze (vento). La prima traccia nella storia del termine Kamikaze risale al lontanissimo 1281, quando il nome venne coniato per indicare il leggendario tifone che protesse il Giappone distruggendo la flotta di invasione dei Mongoli guidati da Kublai Khan. Passarono i secoli e il Pilota Kamikazetermine venne largamente utilizzato per indicare quei piloti che, appositamente addestrati, compivano attacchi suicidi, schiantandosi contro le navi alleate che operavano nel teatro del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. A differenza, però, di quello cui siamo abituati a pensare e a vedere trasposto nei grandi kolossal cinematografici di Hollywood, tra cui il celebre Tora! Tora! Tora! e il più recente Pearl Harbor, entrambi sull’attacco del 7 dicembre 1941 alla flotta americana di stanza nelle Hawaii, i primi reparti costituiti esclusivamente da Kamikaze non compariranno nei cieli di guerra non prima della fine del 1944.

Takijiro OnishiPersa l’iniziativa già nel 1942, con la pesante sconfitta subita al largo delle Midway, e tornati gli Alleati decisamente al contrattacco, visto anche il superamento tecnologico dei caccia Zero ad opera dei Corsair e dei Mustang, che inflissero gravi perdite alla flotta aerea giapponese, i comandi nipponici iniziarono a ideare nuove metodologie di attacco ai convogli navali alleati, in grado di poter infliggere gravi danni e ingenti perdite. Con il protrarsi del conflitto e le perdite subite dall’Impero del Sol Levante, con l’inizio della battaglia del Golfo di Leyte nell’ottobre 1944, il Vice Ammiraglio Takijiro Onishi, ispirato dall’azione suicida dell’Ammiraglio Masabumi Arima, schiantatosi con il suo velivolo contro la Portaerei USS Franklin il 15 ottobre 1944, due giorni dopo, il 17, propose la costituzione di una forza d’attacco speciale, composta da piloti volontari che, ai comandi dei loro velivoli, si sarebbero schiantati contro le navi alleate per infliggere loro più danni possibile. “Non penso che ci sia un’altra maniera di eseguire l’operazione che mettere una bomba da 250 kg su uno Zero e farlo sbattere contro una portaerei per metterla fuori combattimento per una settimana”: con queste parole, Onishi divenne il padre dei piloti Kamikaze.

Kamikaze contro la USS ColumbiaIl 24 ottobre 1944, forte di 24 piloti volontari, nacque il primo reparto di Kamikaze, agli ordini del Colonnello Asaichi Tamai. In ogni caso, testimonianze di numerosi militari alleati riportano già un attacco suicida il 21 ottobre precedente, compiuto da un pilota mai identificato contro l’Incrociatore HMAS Australia, della Marina Australiana, colpito con una bomba da 200 kg. Sebbene nell’attacco morirono una trentina di marinai, la bomba non esplose, Attacco kamikaze contro la Missourilimitando i danni alle sovrastrutture esterne della nave: nell’attacco, morì anche il Comandante dell’Australia, Capitano Emile Dechaineaux. Da allora, le cronache riportarono una escalation di attacchi Kamikaze, il cui “picco” principale venne registrato con la battaglia di Okinawa dell’aprile-giugno 1945. Equipaggiati con un particolare tipo di aereo studiato per l’occasione, il Nakajima Ki-115, realizzato con una struttura in legno e il carrello sganciabile dopo il decollo per venire nuovamente impiegato per altri velivoli, gli attacchi dei piloti giapponesi si concentrarono fin da subito sui cacciatorpediniere americani di scorta e a protezione delle forze da sbarco dei Marines. L’offensiva vide l’utilizzo di 1465 velivoli che seminarono distruzione: almeno ventuno navi americane vennero affondate e un numero non meglio precisato di altro naviglio alleato. Alla fine del conflitto, un rapporto del Dipartimento della Difesa Americana stabilì che “approssimativamente 2800 attaccanti kamikaze affondarono 34 navi della marina, ne danneggiarono altre 368, uccisero 4900 marinai e ne ferirono oltre 4800. Nonostante l’allarme dei radar, l’intercettazione in volo ed un massiccio fuoco antiaereo, il 14% degli attacchi Kamikaze giungeva fino all’impatto contro una nave; circa l’8,5% delle navi colpite dagli attacchi kamikaze affondò”.

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