La battaglia di Tagrift

La Colonna Graziani a TagriftCome ricordano Emilio De Bono e Angelo Piccioli nella munumentale opera La Nuova Italia d’Oltremare, monografia in due volumi del 1933 sull’opera civilizzatrice italiana in Africa, dopo la fine del primo conflitto mondiale, quando “nel 1921, Sua Eccellenza Volpi assunse il Governo della Tripolitania, la situazione politico-militare era la seguente: militarmente, la nostra occupazione era limitata a Tripoli, ad Homs e alla ristrettissima fascia costiera che comprende le Oasi di Zanzur, El Maia, Tuebia Gargusa, Zavia, Sorman, Agilat e Zuara. E, quantunque così limitata, essa imponeva tuttavia l’impiego di forze ingenti ogniqualvolta si dovevano attraversare zone e territori anche immediatamente vicini alle nostre basi; politicamente, il nostro potere effettivo soltanto sulle popolazioni dell oasi costiere a occidente di Tripoli, sugli abitanti della breve zona di Homs e su quella parte, minima invero, della popolazione Nuah el Arba ed Ursceffana, che viveva nelle immediate vicinanze di Azizia”. Il Conte Giuseppe Volpi, Governatore della Tripolitania dal 16 luglio 1921 al 3 luglio 1925, infatti, diede avvio ad una incisiva campagna di riconquista dei territori libici, che dal 1911-1912 l’Italia rivendicava suoi possedimenti coloniali dopo l’impresa libica voluta da Giovanni Giolitti, ma che di fatto erano stati abbandonati a partire dal 1915 in balia di bande ribelli e tribù nomadi.

Rodolfo Graziani a Bir TagriftLa riconquista della Tripolitania ebbe così inizio all’alba del 24-25 gennaio 1922, con lo sbarco a Misurata Marina di una colonna di Carabinieri Reali e Zaptié, gli indigeni arruolati tra le file dell’Arma: le operazioni si svolsero con eccezionale rapidità e poche perdite tra le forze coloniali italiane inviate in Libia, tanto che nel giro di pochi mesi, buona parte del territorio era riconquistato. Non mancarono celebri battaglie, combattute con estremo coraggio dall’una e dall’altra parte: nomi come El Ukim, Giosc e Slamot riportano ancora oggi nella mente dei pochi anziani e capi villaggio libici ancora in vita, le battaglie e gli scontri con cui le tribù affrontarono gli Italiani sbarcati a gennaio. La campagna libica, intanto, procedeva, tra una rapida avanzata e l’altra, verso Iefren (ottobre 1922), Garian (novembre 1922), Tarhuna e Msellata (gennaio-febbraio 1923): il Tricolore tornava a sventolare nella quarta sponda italiana del Mediterraneo. Consolidate le teste di ponte e le aree riconquistate, si procedette al disarmo della bande e delle tribù, per evitare ribellioni e proteste armate: presto, sarebbero state occupate anche Zliten, Orfella e Zella; con l’occupazione della Sirte nel novembre 1924, la riconquista italiana della Tripolitania poté considerarsi conclusa, anche se molte aree sperdute nel deserto non erano assolutamente pacificate: una di queste era la conca di Bir Tagrift, che nel febbraio 1928 fu teatro di una cruenta battaglia.

Caduti di Bir TagriftIl 24 febbraio 1928, a tarda sera, una colonna italiana guidata da Rodolfo Graziani si accampò a circa 15 chilometri dalla conca di Tagrift, per proseguire l’avanzata il giorno successivo. Il terreno, immerso in una forte depressione desertica, non avrebbe certamente aiutato la manovrabilità delle forze italiane: lo sapevano le tribù sinussite, circa 1500 uomini guidati da Sef En Nasser, che attesero pazientemente nascosti dalle dune che tutta la colonna scendesse il costone roccioso, che in caso di precipitosa fuga delle truppe di Graziani avrebbe rappresentato un ostacolo insormontabile. Immediatamente a contatto con il nemico, il 25° Battaglione eritreo, dalle ore 08.00 circa del mattino, dimostrò grande valore nel respingere numerosi attacchi laterali e frontali del nemico, tanto che nelle parole di Emilio De Bono “i nostri ascari, in piedi, sprezzanti, spavaldi, incuranti del fuoco, dettero magnifica prova di coraggio, di resistenza, di dedizione suprema”. Lo scontro durò fino al pomeriggio, vedendo la disfatta delle bande di Sef En Nasser e il dilagare delle truppe di Graziani: in tutto caddero 92 tra ufficiali, soldati ed ascari, tra i quali, una particolare menzione meritò il Capitano Marino Fabbri, del VI Battaglione libico, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante la Compagnia di avanguardia di una colonna indigeni, incontrato l’avversario e intuito il pericolo che correva la propria colonna dislocata nel fondo di un uadi, attaccava e respingeva risolutamente l’avversario assicurando, in tal modo, un ulteriore sviluppo favorevole del combattimento ed il conseguimento del successo. Tale scopo raggiungeva col cosciente olocausto della propria vita confermando così le preclari qualità di comandante e di eroico combattente sempre dimostrate in numerosi precedenti combattimenti. Bir Tagrift, Tripolitania, 25 febbraio 1928″.

Lo scontro di Bir Tagrift, nelle parole di Emilio De Bono nel testo che abbiamo citato all’inizio, “qualora venga considerato nel complesso delle operazioni che lo precedettero e delle quali esso costituisce il coronamento conclusivo, apparisce qual è: una delle vittorie più significative e più decisive, non pure delle campagne libiche dall’occupazione ad oggi, ma di tutte le campagne coloniali italiane. Ecco perchè quel fiore di giovinezza che si batté in faccia al roccione di Bir Tagrift, dinanzi al proprio generale, il quale, dall’alto del suo posto di comando, dominava, tra il fischiar di palle, sprezzante del pericolo, sicuro, invulnerabile, ha, per noi coloniali, un fascino di leggenda e di poesia. E lo deve avere, d’ora innanzi, per tutti gli Italiani”.

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