Le barricate di Parma

Barricate di Parma“Tra le situazioni sospese cui bisogna provvedere vi è quella di Parma. E’ l’ultima roccaforte in mano alle forze antinazionali, rappresenta un luogo di rifugio e un aiuto per il sovversismo italiano”. Così parlava Italo Balbo, futuro protagonista delle trasvolate atlantiche negli Anni Trenta, nell’agosto 1922 a proposito della città di Parma, uno dei pochi capoluoghi italiani in cui si consolidava una ferma opposizione al dilagare del Fascismo. Alle parole di Balbo, che la sera del 3 agosto lasciò la città di Ravenna alla testa di una colonna di Camicie Nere, fecero eco quelle di Filippo Turati, principale animatore del socialismo italiano: “Non raccogliete le provocazioni, non rispondete alle ingiurie, siate pazienti, siate santi: lo foste per millenni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche!”. Difficile realtà, quella parmigiana: dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, del nefasto biennio rosso del 1919-1921 e del dilagare della violenza tra le formazioni fasciste e quelle socialiste (a cui, dal 1921, si aggiunsero quelle comuniste), il 70% della forza lavoro era costituita da mezzadri e braccianti, resi di fatto schiavi dai ricchi possidenti terrieri. La città stessa era il simbolo di questa divisione: il proletariato, la classe operaia e contadina abitava la città vecchia, arroccata quasi a difesa dalla Parma moderna, nuova, dove viveva la borghesia.

Barricate di ParmaLe due città di Parma, oltre che ideologicamente e socialmente, erano anche divise fisicamente dal torrente omonimo che bagna la città: sembrava quasi il set cinematografico di un film con il grande Gian Maria Volonté e, invece, era la realtà in cui si trovavano molte città italiane in quei difficili e incerti anni. Pertanto, quando l’Alleanza del Lavoro, che riuniva i sindacati della sinistra, proclamò per il 31 luglio 1922 lo sciopero generale contro le violenze fasciste, Benito Mussolini emanò una circolare a tutte le federazioni del Partito Nazionale Fascista, secondo cui “se a quarantotto ore dalla proclamazione dello sciopero il Governo non sarà riuscito a stroncarlo i Fascisti provvederanno essi direttamente alla bisogna. I Fascisti debbono, trascorso il suaccennato periodo delle quarantotto ore, e sempre che lo sciopero perduri, puntare sui capoluoghi delle rispettive province e occuparli”. Lo stesso Italo Balbo, sicuro delle sue Camicie Nere e della tacita accondiscendenza della Regia Prefettura, non si sarebbe aspettato una rivolta popolare con fucili, pistole e moschetti, che avrebbe accolto (e poi cacciato) le forze fasciste che puntavano su Parma. Guidati dal socialista internazionalista Guido Picelli, caduto poi durante la guerra di Spagna sul fronte di Gudalajara nel 1937, gli Arditi del Popolo alzarono diverse barricate all’Oltretorrente, nella Parma vecchia, pronti a respingere qualsiasi attacco. Zone della città come Borgo Carra e Piazzale Inzani furono il centro e il fulcro dell’insurrezione: agli insorti si unirono contadini, operai, braccianti, donne e perfino giovani ragazzi e alcuni sacerdoti.

Barricate di ParmaGino Gazzola, ragazzo di appena quattordici anni, fu freddato da un colpo di fucile mentre da un tetto scrutava le vie limitrofe comunicando tempestivamente gli spostamenti dei Fascisti di Balbo. Il tutto, mentre le Guardie Regie e l’Esercito restavano chiusi nelle caserme, aspettando solo l’evolvere della situazione. La lotta durò fino al 6 agosto 1922, quando Italo Balbo radunò le sue forze e lasciò disordinatamente la città. Scrisse nel suo diario personale: “tra qualche minuto lascio Parma. I sovversivi mi hanno dato il saluto delle armi, sparando colpi di rivoltella contro la mia automobile”. Sul terreno, rimasero due morti tra le Camicie Nere e cinque tra gli Arditi del Popolo di Picelli, mentre i feriti furono quasi duecento. Nel pomeriggio, dopo essere stato proclamato lo stato d’assedio, il Generale Enrico Lodomez, comandante della Piazza di Parma, nonché comandante della Scuola di Applicazione di Fanteria, assunse i pieni poteri, portando nuovamente la situazione sotto controllo. Ma la rivolta di Parma dell’agosto 1922 fu anche altro: rappresentò, seppur in forma minore, il prologo di quella guerra civile che insanguinerà l’Italia nel corso del secondo conflitto mondiale e che metterà, l’uno contro l’altro, padri e figli, fratelli e sorelle.

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