Il SIM del Generale Amé e gli atti di sabotaggio in Italia dal 1940 al 1943

Generale Cesare Amé“Risulta che in alcune località sono stati tagliati, e in qualche parte asportati, fili a terra posti per le immediate esigenze di collegamenti telefonici militari”. Questo breve comunicato, della Regia Prefettura di Catania, venne pubblicato su Il Popolo di Sicilia l’1 febbraio 1941: a prima vista potrebbe sembrare un furto simile a quelli che interessano i nostri giorni i filamenti di rame lungo le linee ferroviarie e telefoniche, operato da delinquenti comuni o vere e proprie bande criminali. Una rilettura più attenta, però, delinea una diversa prospettiva: ciò che riportava il quotidiano siciliano era in realtà un vero e proprio atto di sabotaggio, capitolo storico-militare ancora poco conosciuto della guerra mondiale combattuta sulla penisola italiana, ancora prima dello sbarco alleato dell’estate 1943. Uno studio in proposito, condotto da Giacomo De Antonellis a metà Anni Settanta, ha riportato come nei quasi quattro anni di guerra (dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943), i Tribunali Speciali agirono contro 163 casi di spionaggio e 293 episodi di sabotaggio: per far fronte a tutto ciò, avrebbe dovuto provvedere il SIM (Servizio Informazioni Militari) che, sotto la direzione del Generale Cesare Amé, poteva disporre di quasi 1500 uomini.

Il nemico vi ascoltaDivisi in otto sezioni, i compiti affidati al Generale Amé e ai suoi uomini, andavano dal monitoraggio sul territorio dei nuclei clandestini antifascisti alla censura, fino alla scoperta di spie nemiche, azioni di sabotaggio ed elaborazione delle informazioni provenienti da reti spionistiche italiane in patria e all’estero. Certamente, il lavoro più importante era quella svolto dalla Terza Sezione, che aveva il compito di stroncare sul nascere le attività delle spie nemiche e dei sabotatori. Numerosi furono i successi riportati dal SIM, ma diversi furono anche gli insuccessi, dovuti soprattutto al mancato recepimento del pericolo dai comandi militari nei teatri operativi, come ad esempio il sabotaggio, il 14 giugno 1942, condotto da commandos britannici contro l’aeroporto di Heraclyon: il risultato fu di quindici aerei distrutti, nonostante gli allarmi diramati dal Servizio Informazioni due giorni prima. Già dopo il primo anno di guerra, comunque, un grave pericolo proveniva dalla Venezia Giulia, dove le forze partigiane slave, consolidatesi e rafforzate, misero a segno degli arditi colpi di mano: il 28 febbraio 1941, fu affondato nel porto di Spalato il Piroscafo Senio e gravemente danneggiato il Mercantile Maritza. Attentati a linee ferroviarie, telefoniche ed elettriche si fecero più insistenti, preoccupando i vertici militari: il SIM inasprì la lotta, colpendo duramente la rete clandestina. Il 18 aprile 1942, quindici partigiani caddero prigionieri mentre si accingevano a compiere nuove azioni. Alla fine dell’anno, furono catturate, in tutta Italia, settanta tra spie e sabotatori: tra questi, alcuni agenti francesi infiltratisi dalla Svizzera nel Nord Italia; a Palermo e a Napoli, spie dei servizi segreti di Londra e Washington, mentre a Roma fu sgominata una rete guidata da un cittadino finlandese che operava per conto dei Sovietici.

Il nemico vi ascolta1Altra azione sventata dalla Terza Sezione guidata personalmente dal Generale Amé, fu la cattura di un gruppo di commandos inglesi, il 10 febbraio 1941, mentre tentava di ricongiungersi con un sommergibile della Royal Navy in attesa al largo delle coste italiane. Tra gli arrestati, anche un cittadino italiano, il fiorentino Fortunato Picchi, antifascista trasferitosi a Londra. Ma il principale terreno della guerra silenziosa delle spie fu la Sicilia, da dove avrebbe presumibilmente avuto inizio l’invasione alleata dell’Italia. E in numerose occasioni il SIM giocò un ruolo di primo piano: a metà del 1941 venne catturata e smantellata una rete spionistica britannica a Palermo; l’anno seguente, il 27 novembre 1941, Emilio Zappalà e Antonio Gallo furono fucilati dopo essere sbarcati nei pressi di Catania da un sommergibile britannico con compiti di ricognizione e segnalazione delle fortificazioni militari lungo la costa. Pochi giorni dopo, a dicembre, il Reparto P (Prelevamenti), guidato dal Maggiore dei Carabinieri Manfredi Talamo, si infiltrò nei locali dell’Ambasciata americana a Roma, trafugando i codici crittografici statunitensi, rilevatisi di primaria importanza all’inizio della campagna italo-tedesca nel Nord Africa. Infine, nella primavera del 1943, un altro agente di Londra venne catturato pochi chilometri fuori Augusta.

Non tradite mio figlioPurtroppo, però, nel giugno 1943, venne condotta a Gerbini l’azione di sabotaggio più eclatante del conflitto: nell’aeroporto locale erano presenti quasi 150 velivoli, tra italiani e tedeschi, preziosi per la difesa della Sicilia e di Pantelleria. Un gruppo di commandos riuscì a penetrare all’interno dell’area e a provocare una serie di esplosioni che distrussero il deposito carburanti e munizioni, limitando così le operazioni aeree proprio quando gli Alleati stavano per dare inizio all’Operazione Husky. Dalla destituzione di Benito Mussolini all’aprile-maggio 1945, il Servizio Informazioni Militari subì fasi alterne: il Maresciallo Pietro Badoglio, non fidandosi appieno del Generale Amé, che tenne un comportamento ritenuto ambiguo durante la crisi del luglio 1943, lo destituì nell’agosto successivo, pochi giorni prima della firma dell’armistizio di Cassibile, commissariando il servizio e destinando il suo capo ad una rete operativa a Lubiana, mentre lo stesso SIM venne dapprima riorganizzato autonomamente e poi sempre più posto sotto controllo alleato, fino a quando, il 16 novembre 1944, il Luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, decretò il suo scioglimento. Al Generale Cesare Amé, resta ancora oggi il riconoscimento di aver creato in Italia una delle prime strutture operative e funzionali moderne, capaci di adattarsi alle esigenze belliche e in grado di infliggere pesanti perdite al nemico: bisognerà aspettare il 1949, perché rinasca una nuova rete spionistica italiana, il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate), di cui il Generale De Lorenzo, dal dicembre 1955 all’ottobre 1962, ne divenne il capo indiscusso.

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