Ciaculli, l’Italia che scoprì cosa volesse dire Mafia

La Giulietta della strageNel triste anniversario appena trascorso della vile uccisione del Vice Questore Antonino “Ninni” Cassarà e dell’Agente Roberto Antiochia, avvenuto a Palermo il 6 agosto 1985, ad opera della mafia siciliana, vogliamo ricordare tutti quei servitori dello Stato, spesso sconosciuti o dimenticati dalla storia, che pagarono con la propria vita la lotta contro Cosa Nostra. Tra queste, una strage in particolare segnò uno spartiacque di non ritorno, dove la mafia “alzò il tiro”, inquadrandosi, tra l’altro, come la fine della prima guerra di mafia in Sicilia, tra i cui protagonisti spiccò Tommaso Buscetta. Il 30 giugno 1963, infatti, venne compiuto il più grave attentato fino allora tentato, che portò alla morte di cinque Carabinieri, di due militari dell’Esercito Italiano e di un Poliziotto. Quella che è passata alla storia come la strage di Ciaculli, borgata agricola alle porte di Palermo, segnò nelle coscienze di molti Sicliani, e degli Italiani, la fine dell’illusione del boom economico, delle lavatrici ultimo modello e dei televisori in ogni casa. Erano ancora lontani gli echi sordi delle bombe sui treni e di Piazza Fonatana, dei morti ammazzati dal terrorismo, di giovani ventenni sprangati e fagocitati negli scontri di piazza tra “rossi e neri”, anche se si avvertivano i primi segnali.

Funerali delle vittime di CiaculliQuel 30 giugno 1963, però, all’inizio delle ferie estive, l’Italia tutta scoprì il vero significato della parola Mafia. La sera precedente, infatti, un’autobomba era esplosa dinnanzi l’autorimessa del boss Giovanni Di Peri, uccidendo il custode, Pietro Cannizzaro ed il fornaio Giuseppe Tesauro. Poche ore dopo, una telefonata anonima alla Questura di Palermo, segnalò la presenza di un’autovettura sospetta poco fuori il capoluogo siciliano, in Località Ciaculli. Sul luogo di recarono diverse pattuglie dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e degli Artificieri dell’Esercito Italiano. Individuata la vettura, un Alfa Romeo Giulietta, vennero recisi alcuni cavi elettrici collegati ad una bombola e, dopo un’ulteriore ispezione esterna, venne dichiarato il cessato allarme. Ma così non era. Un secondo ordigno, composto da “bacchette” di tritolo era stato posizionato all’interno del bagagliaio: non appena venne tentata la sua apertura, una potente esplosione investì tutti coloro che si trovavano nei pressi della Giulietta. Persero la vita in sette: il Tenente dei Carabinieri Mario Malausa, il Maresciallo della Polizia Silvio Corrao, il Maresciallo dell’Esercito Pasquale Nuccio, il Maresciallo dei Carabinieri Calogero Vaccaro, il Soldato Giorgio Ciacci e gli Appuntati dei Carabinieri Eugenio Altomare e Marino Fardelli. A proposito della strage, scriverà Michele Russotto, nel suo saggio La Sicilia e gli Anni Sessanta: “Al posto dell’automobile carica di tritolo si alza un fungo nerastro pieno di metallo e brandelli umani che ricadono per terra e sugli alberi del vicino agrumeto”. Solo a distanza di decenni lo Stato ha voluto riconoscere il loro sacrificio: era il 27 ottobre 2011, ben 48 anni dopo quella tragica estate, quando venne conferita alla loro memoria la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria.

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