La Grande Guerra al cinema

All'ovest niente di nuovoTorneranno i prati di Ermanno Olmi o Lacrime delle Dolomiti di Sesto di Hurbert Schonegger, ma anche War Horse di Steven Spielberg sono soltanto alcune delle ultime pellicole che hanno portato sul grande schermo gli anni del primo conflitto mondiale. Tema molto sfruttato, quello della Grande Guerra: già durante il conflitto, infatti, vennero girate le prime pellicole, utilizzando spesso immagini reali “catturate” al fronte dai primi cineoperatori. Ma fu negli anni immediatamente successivi, tra gli Anni Venti e Trenta, che i registi cominciarono a dare grande risalto alla prima guerra moderna che l’Europa dovette affrontare nei suoi primi anni di vita. Quelli che per noi sono da considerarsi delle pietre miliari della cinematografia, pertanto, li abbiamo inseriti in questo nostro articolo. Ci scusiamo con i lettori se non troveranno qualche Westfronttitolo ma, come spesso accade quando si parla di film, sono scelte soggettive e, soprattutto, sarebbe impossibile elencarli tutti. Abbiamo così stilato una classifica, che certamente potrà essere arricchita da eventuali commenti, se lo vorranno, dei lettori. Il primo, ovviamente, che non poteva assolutamente mancare è All’ovest niente di nuovo del 1930, per la regia dello statunitense Lewis Milestone, tratto dall’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale: riuscì ad aggiudicarsi i due più ambiti Premi Oscar, quello di miglior film e miglior regia, riportando sul grande schermo la cruda realtà del conflitto terminato da poco più di dieci anni. Parimenti, dello stesso anno, è il tedesco Westfront di Georg Wilhelm Pabst, dove accanto alla guerra e alla morte viene affrontato anche il tema delle nevrosi e malattie da trincea, con l’indimenticabile scena dell’ufficiale impazzito, forse l’unico che, nella sua lucida follia, comprende il dramma di una gioventù spezzata di fronte ai reticolati.

glory *Arriviamo al 1932 e Frank Borzage dirige Gary Cooper in Addio alle armi, trasposizione dell’omonimo romanzo-diario di Ernest Hemingway e della sua esperienza di autista di ambulanze sul fronte italiano. Un film premiato con due Oscar, per la fotografia e il sonoro, dove accanto alla gioia per la fine della guerra e l’armistizio, accanto all’esultanza dei soldati per aver detto addio alle armi, si lega il dramma personale del giovane Tenente Frederic Henry e dell’infermiera Catherine Barkley. La grande guerraDobbiamo aspettare il 1957 e il grande Stanley Kubrick per vedere Kirk Douglas vestire i panni del Colonnello Dax in Orizzonti di gloria, in cui il dramma delle esecuzioni sommarie è affrontato con la cruda realtà della fucilazione di un soldato ferito: l’episodio avvenne realmente l’11 ottobre 1914, quando il Sottotenente Jean Julien Marius Chapelant venne legato ad una barella e sollevato per poter essere fucilato dal plotone di esecuzione. E poi ci sono i due grandi del cinema italiano: Alberto Sordi e Vittorio Gassman che ne La grande guerra di Mario Monicelli (1959) ci fanno vedere come il soldato italiano, strappato alla propria terra da una guerra che nessuno capiva, i cui delicati equilibri nessuno comprendeva, sebbene intenzionato a portare solo “la pelle a casa” sia sempre pronto a compiere, quando chiamato, il proprio dovere fino alla fine: ed ecco allora che i soldati Jacovacci e Busacca, considerati dai loro commilitoni come dei vigliacchi pronti ad imboscarsi, verranno fucilati dagli Austriaci pur di non rivelare al nemico importanti informazioni sulle forze italiane.

La caduta delle aquileGli Anni Sessanta si aprono con la straordinaria interpretazione di Peter O’Toole e di Alec Guinnes nel biografico Lawrence d’Arabia, diretti da David Lean, tanto da far aggiudicare alla pellicola ben cinque statuette: miglior film, miglior regia, miglior scenografia, miglior montaggio, miglior sonoro e migliore colonna sonora. Segnò uno spartiacque questo film: divenne, Uomini Controinfatti, il primo vero kolossal che narrò le vicende del primo conflitto mondiale, impresa tentata ma non sfruttata a pieno dalla pellicola di Kubrick. Il 1966 vede narrate l’ascesa e la caduta del Tenente Bruno Stachel, abile  e spregiudicato pilota della caccia tedesca in La caduta delle aquile, pronto a tutto pur di aggiudicarsi la tanto ambita Blue Joyeux NoelMax, la più alta decorazione militare al valore attribuibile ai singoli militari. Con Uomini contro (1970) è nuovamente il cinema italiano ad approdare sulla scena della cinematografia mondiale, grazie alla regia di Francesco Rosi e al binomio Gian Maria Volonté-Alain Cuny, nelle rispettive parti del Tenente Ottolenghi, fervente socialista rivoluzionario, e del Generale Leone, sprezzante della vita dei propri soldati ma, forse, prima vera vittima di tutto il conflitto, in quanto incapace di capirne l’evoluzione tecnologica e l’anacronismo degli assalti con le fanfare in testa. Tratto da Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, vide, nel nostro Paese, l’ostracismo e la censura da parte degli ambienti militari, i cui tempi non erano ancora maturi per affrontare determinate tematiche: l’essere poi girato due anni dopo la contestazione del 1968 divenne, suo malgrado, il protagonista della contestazione giovanile nei confronti del servizio di leva. A fatti realmente accaduti è poi il film del 2001 di Russell Mulchany Il battaglione perduto, che narra le vicissitudini del 77° Battaglione dell’US Army, di fatto lasciato solo ad affrontare i Tedeschi senza cibo e senza acqua: a rendere ancora più tragica la sorte per i soldati americani è l’inefficienza dell’artiglieria che, invece di colpire le postazioni tedesche, colpiranno con il “fuoco amico” le linee dei soldati d’oltreoceano. Abbiamo infine Joyeux Noel, di Christian Carion, dove le notte della Vigilia di Natale del 1914 i soldati sul fronte occidentale si riscoprirono uomini e non più bestie pronte ad uccidersi l’un l’altro: ecco allora che vengono gettati i fucili, ci si incontra nella terra di nessuno tra le trincee e i reticolati e vengono intonate le canzoni del Natale e gli inni religiosi.

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