La Essex e il mito di Moby Dick

Moby Dick“Allora piccoli uccelli volarono stridendo sull’abisso ancora spalancato; un triste flutto biancastro s’infranse contro i margini in pendenza; poi tutto franò e il grande sudario del mare tornò a rollare come rollava cinquemila anni fa”. Così si concludeva il racconto del mare per eccellenza, Moby Dick, dello statunitense Herman Melville, considerato uno dei capolavori per eccellenza della letteratura mondiale. Indimenticabile, poi, il volto austero e pieno d’odio del Capitano Achab-Gregory Peck nella trasposizione cinematografica del 1956 per la regia di John Huston. Una caccia mitica, che contrappone l’uomo alla natura, in un connubio tra bene e male così sottile che è difficile stabilire chi sia la vittima e chi il vero “mostro”. Non certo Moby Dick, la balena bianca (o meglio, il capodoglio) che anni prima aveva strappato la gamba al Capitano Achab, il quale giurerà, “dalle lune di Nibia e per i gorghi di Antares e fino alle fiamme della perdizione” che troverà la sua vendetta. Un lotta che quasi ricorda un’altra grande caccia, quella tra il vecchio pescatore e il grande pesce vela, della famiglia dei marlin (i comuni pesci spada) di Ernest Hemingway, dove il mare, unico grande arbitro, sentenzierà chi vince e chi perde.

Baleniera EssexEppure, Melville, per scrivere il suo romanzo, si ispirò ad un fatto realmente accaduto, quello della Baleniera Essex, comandata da George Pollard, che si spinse in pieno Oceano Pacifico lungo rotte mai battute prima, alla ricerca di nuove prede. Il 20 novembre 1820 la vedetta sulla coffa dell’albero maestro avvistò un branco di capodogli: subito, il comandante diede ordine di calare tre lance e iniziare la caccia. Ciò che gli uomini non sapevano, però, era che i grandi mammiferi marini si trovavano nella stagione degli amori. L’attacco a questo punto fu rapidissimo: un grande maschio colpì due lance, forse scambiandole per giovani rivani, rovesciandole, e puntò dritto contro la stessa Essex. Sebbene con una grossa falla a scafo, la baleniera resse all’urto, ma l’esitazione dell’equipaggio di fronte all’improvviso attacco risultò fatale: in quello che possiamo definire la rivincita della natura sull’uomo, un secondo attacco sventrò in modo irrecuperabile la nave, che iniziò lentamente ad affondare. Nelle sue memorie Owen Chase, primo ufficiale della baleniera, ricorda così l’attacco: “l’animale era orrendo e sembrava animato da un furioso risentimento. Proveniva dal banco in cui poco prima eravamo entrati arpionando tre sue compagne e pareva volere vendicarne le sofferenze”.

Balena bianca.jpgRiuscitisi a salvare calando a mare le scialuppe, gli uomini raggiunsero l’isola di Henderson, dove poterono rifornirsi di viveri e di acqua, grazie ad una vena sotterranea.Era il 20 dicembre 1820 quando approdarono e, quando i balenieri ripresero il mare, esattamente una settimana dopo, tre loro compagni decisero di restare sulla piccola isola: si trattava di Thomas Chapple, di Seth Weeks e di William Wright. Il resto dell’equipaggio affrontò le nuove avversità dell’Oceano Pacifico: uno ad uno gli uomini cominciarono a morire. Il 10 gennaio 1821 esalò il suo ultimo respiro Matthew Joy. Dopo la morte del primo marinaio, due giorni dopo una violenta tempesta divise la scialuppa di Owen Chase dalle altre due. Nei giorni seguenti, tra il 20 e il 28 gennaio 1821, persero la vita altri cinque membri dell’equipaggio: Richard Peterson, Charles Shorter, Lawson Thomas, Isaac Shepherd e Samuel Reed.

E poi la tragedia: la terza lancia, il 29 gennaio, durante una notte di tempesta, fu inghiottita dai flutti marini, ma, cosa peggiore, nelle scialuppe di George Pollard e Owen Chase cominciarono ad esaurirsi le scorte di cibo e acqua. Ormai stremati, i sopravvissuti furono costretti a darsi al cannibalismo: dopo 78 giorni di mare, la terra non era ancora in vista e anche la nuova fonte di cibo si esaurì. La “soluzione” fu trovata, il 1° febbraio, estraendo a sorte un marinaio da sacrificare per la sopravvivenza del resto del gruppo: toccò al povero mozzo Owen Coffin; passarono altri diciassette giorni, in cui morirono altri due marinai, Isaac Coole e Brazilla Ray, prima che il 18 febbraio 1821 il Brigantino Indian traesse in salvo la scialuppa di Owen Chase e i suoi due compagni superstiti, Benjamin Lawrence e Thomas Nicholson. Goerge Pollard e Charles Ramsdale aspettarono, invece, il 23 febbraio 1821 prima che la Baleniera Dauphin avvistasse le scialuppe dei naufraghi. Dei ventuno uomini di equipaggio della Essex, solo otto furono i superstiti: furono tratti in salvo anche i tre uomini rimasti sull’Isola di Henderson.

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