Un’ultima lettera da Stalingrado

Ultime lettere da StalingradoSi avvicina Natale, ormai. Indaffarati come siamo alla ricerca disperata di un ultimo regalo da fare neanche più ci fermiamo a riflettere sul suo vero significato. Nelle strade è un brulicare di luci e addobbi, quasi che il tutto sia una mera gara a chi decora più artisticamente la propria vetrina o la propria finestra. L’inverno del 1942, per molti soldati tedeschi della 6a Armata del Feldmaresciallo Friedrich Paulus fu l’ultimo Natale in cui pensarono alle proprie case lontane, ai propri figli, alle proprie mogli e fidanzate, ai propri genitori. Stretti nella morsa sovietica, accerchiati da tonnellate di acciaio e di cingoli, pochi videro la speranza di uscirne vivi, molti quelli che si affidarono a Dio (sempre che, in quel carnaio, qualcuno ci si affidasse davvero), tanti altri quelli che scrissero le ultime poche righe da poter inviare a casa. Fu così che, il 18 gennaio 1943, dall’ultima pista libera e ancora non occupata dai Sovietici, quella dell’aeroporto di Gumrak, conquistato pochi giorni dopo, decollò l’ultimo aereo con a bordo sette pacchi di lettere, prontamente sequestrati all’atterraggio in Germania. Erano quelle Ultime lettere da Stalingrado, riunite poi, nel 1971, in un piccolo volume che racchiuse in sé tutto il dramma umano di quei soldati. Ne riportiamo qui una tra le più significative, scritta da un ignoto soldato.

Combattimenti casa per casa a Stalingrado“Porre il problema dell’esistenza di Dio a Stalingrado significa negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce doppiamente. Tu mi hai educato, perché mi mancava la mamma, e mi hai sempre messo Dio davanti agli occhi e all’anima. E doppiamente mi rincrescono queste mie parole, perché saranno le mie ultime, e non potrò più dirne altre capaci di cancellarle e di espiarle. Tu sei pastore di anime, padre, e nell’ultima lettera si dice solo la verità, oppure ciò che si ritiene vero. Ho cercato Dio in ogni fossa, in ogni casa distrutta, in ogni angolo, in ogni mio camerata, quando stavo in trincea, e nel cielo. Dio non si è mostrato, quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici o così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame e omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo, e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio, è solo presso di voi, nei libri dei salmi e delle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no!”.

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