Resistere a Unterluss

Internati Militari ItalianiE’ impossibile immaginare quali furono i sentimenti, gli stati d’animo e gli interrogativi che dovettero porsi tutti quei soldati italiani che, a partire dall’8 settembre 1943, data dell’armistizio tra l’Italia e le forze alleate, si ritrovarono privi di ordini e con una difficile scelta da compiere. Ci fu chi non depose le armi nonostante le intimazioni delle forze tedesche: a Cefalonia, a Corfù, a Porta San Paolo  nei pressi di Roma, le forze italiane si impegnarono in aspri, quanto disperati, combattimenti contro gli ormai ex alleati. E migliaia di loro vennero fatti prigionieri, trasferiti nei campi di concentramento in Austria, Germania e Polonia. Questa è la storia di 44 di questi soldati, chiamati IMI, Internati Militari Italiani, definizione che lasciava aperte numerose incognite, in quanto non essendo riconosciuti come dei veri e propri prigionieri di guerra non avrebbero goduto delle garanzie date dalla Convenzione di Ginevra. E anche la successiva costituzione della Repubblica Sociale Italiana non migliorò le cose: la stessa azione dell’Ambasciatore a Berlino Filippo Anfuso, volta a migliorare le condizioni dei prigionieri italiani, si risolse, di fatto, in un mezzo fallimento.

Gli Eroi di UnterlussEd è in questo contesto che si cala la storia di 44 ufficiali italiani, passati alla storia come Gli Eroi di Unterluss, titolo omonimo di un recente saggio di Andrea Parodi, storico e giornalista di origini torinesi. Tutto ha inizio quando 214 militari del Regio Esercito, detenuti in un campo di concentramento in Germania, l’Oflag 83 vicino la cittadina di Wietzendorf, nella Bassa Sassonia, si rifiutarono di eseguire i lavori coatti a cui erano obbligati dai soldati tedeschi della Wermacht: era il 16 febbraio 1945 quando avvenne il primo rifiuto, ovvero prendere parte ai lavori per la costruzione di un campo d’aviazione “civetta”, per attirare i raid alleati lontani dall’aeroporto di Dedelsdorf. Sei giorni dopo, il 24 febbraio, un ufficiale della Gestapo, assieme ad un reparto di SS, scelse a caso ventuno prigionieri per essere fucilati, quale esempio per chiunque avesse continuato la protesta. E’ a questo punto che si compie l’atto eroico dei 44 ufficiali, che si fecero avanti e si offrirono al posto dei loro compagni scelti per la decimazione. Dopo ore di attesa snervante, la pena capitale venne commutata nella detenzione nel campo per detenuti comuni e delinquenti di Unterluss. Qui, tra le vessazioni delle guardie e degli altri prigionieri, i soldati italiani subirono violenze e abusi di ogni genere.

Oflag 83Come ricorda Parodi nelle pagine del suo libro, “delle otto settimane previste, i 44 ne sconteranno sei. Non perché i Tedeschi saranno magnanimi, ma perché il 9 aprile arriverà l’ordine di evacuazione del campo: gli Inglesi erano alle porte e arriveranno infatti tra l’11 e il 12 aprile. Ma prima che finisse la quinta settimana, già due di loro moriranno”. I Tenenti Alberto Pepe e Giuliano Nicolini, infatti, moriranno a causa delle privazioni e delle violenti percosse ricevute all’interno del campo: moriranno, rispettivamente, il 4 e il 6 aprile 1945. Ma non saranno, purtroppo, gli unici a non fare rientro in Italia. Il Sottotenente Giorgio Tagliente, considerato solo un peso, acausa delle sue condizioni di salute, dalle guardie tedesche intenzionate a sgomberare il campo di prigionia prima dell’arrivo degli Alleati, venne giustiziato con un colpo di pistola alla nuca, sull’orlo di una fossa comune: era il 9 aprile 1945. Alla fine, in sei mancheranno all’appello: oltre a Pepe, Nicolini e Tagliente, moriranno anche i Sottotenenti Giovanni Anelli, Giorgio Balboni e Michele Rinaudo. E’ sempre Parodi che racconta: una volta liberati, “per ognuno dei reduci di Unterluss, così come degli altri 550.ooo IMI che torneranno nelle proprie case tra l’estate 1945 e l’estate 1946, inizierà un nuovo capitolo: il difficile reinserimento”.

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