Esplorando il Vallo Alpino

Esplorando il Vallo AlpinoAssieme al Quotidiano La Stampa è stato messo in vendita un libro molto interessante, per appassionati di storia e fortificazioni militari: due autori, Mauro Minola e Ottavio Zetta, hanno ricostruito le sorti del Vallo Alpino Occidentale, opera fortificata che correva lungo il confine francese, dalla Valle d’Aostra fino a Ventimiglia. Fu un’opera architettonica molto complessa, che visse sorti e vicende alterne, tra lavori e interruzioni, fino al 1942, anno in cui venne bloccata qualsiasi altra opera di costruzione. Con il Trattato di Pace del 1947, poi, l’Italia fu obbligata a smantellare numerose opere fortificate lungo il confine francese, mentre altre opere difensive ricaddero nel territorio d’oltralpe, a seguito dei cambiamenti territoriali imposti dalle potenze alleate vincitrici del secondo conflitto mondiale. Abbiamo anche noi esplorato il Vallo Alpino, ponendo qualche domanda ad uno dei due autori, Mauro Minola.

1. La storia del Vallo Alpino Occidentale inizia già nel XVIII secolo con la costruzione delle prime opere di fortificazione, prosegue nel XIX secolo, per poi arrivare agli Anni Trenta con un impegno fortificatorio notevole. Quanto territorio comprendeva e per quanto si estendeva lungo tutto il confine francese?

Vallo Alpino OccidentaleIl Vallo Alpino è un sistema fortificato che nasce a metà degli anni Venti del Novecento, per avere la sua massima espansione intorno ai primi anni Quaranta. Le opere fortificate dei secoli precedenti non fanno parte del Vallo Alpino, tranne alcune opere tripliciste (periodo della Triplice Alleanza) costruite nei primi anni del Novecento (Chaberton ad esempio). Il Vallo Alpino copriva l’intera estensione del confine italo-francese, distribuito su tre linee di resistenza. Solo la prima venne completata.

2. Che tipo di opere fortificate comprendeva il Vallo Alpino e di quali artiglierie venne dotato in previsione di un possibile conflitto con la Francia?

Vallo Alpino Occidentale1Opere miste in caverna (cioè scavate in roccia) e calcestruzzo. Alcune casematte più esposte erano realizzate in acciaio. Aveva una grande importanza il mascheramento con l’ambiente circostante, in modo da nascondere le opere fortificate alla vista del nemico. Le armi erano di fanteria: mitragliatrice Fiat 14/35, fucile mitragliatore Breda. Le artiglierie erano di piccolo calibro (cannoni da 75/27, obici Skoda da 100/17 ecc.). All’esterno vi erano anche batterie con medi calibri, ad esempio con il cannone da 149/35.

3. L’Italia entra in guerra il 10 giugno 1940 quando ormai era chiaro che le grandi opere fortificate, come il Vallo Alpino, erano opere superate di fronte al nuovo tipo di guerra introdotto dai Tedeschi, fanteria e carri armati appoggiati dall’aviazione, tanto che la Linea Maginot risultò inutile. Perché allora i lavori di potenziamento durarono fino al 1942?

Batteria CharbetonLe linee fortificate non erano superate. La Linea Maginot fu apparentemente inutile, perché vinta da una tattica che prevedeva attacchi di aggiramento veloci, con l’azione dei carri armati e il concorso dell’aviazione. Ciò andava bene in zone di pianura, come nella Francia del Nord e in Belgio. La Linea Maginot delle Alpi, proprio perché realizzata in zona alpina, dimostrò invece tutta la sua validità: presidiata da guarnigioni ridotte, prevalentemente composte da riservisti anziani e territoriali, riuscì a fermare, con il fuoco delle opere fortificate, ogni tentativo di avanzata italiana sulle Alpi. Per esempio, sul Colle del Monginevro le fanterie italiane si fermarono dopo un paio di chilometri dal confine. Altrettanto dopo il Piccolo San Bernardo. L’unica città francese occupata dal Regio Esercito fu Mentone, sulla Costa Azzurra. Il Vallo Alpino, sebbene non completato, avrebbe probabilmente fatto lo stesso nei confronti di un attacco francese. I lavori continuarono fino al 1942, soprattutto sul confine italo-tedesco (con l’Austria). L’idea era quella di completare le linee di resistenza e di realizzare opere più grosse (le cosiddette Opere 15.000, dal nome della Circolare che ne specificava le caratteristiche), adatte a sopportare l’azione dei nuovi mezzi di attacco.

4. Con la fine della guerra molti settori del Vallo passarono in territorio francese e quelli nel settore italiano furono disarmati in accordo al Trattato di Pace del 1947. Oggi di quelle opere cosa resta?

La maggior parte vennero demolite per disposizione del Trattato di Pace e per recuperare le parti di acciaio, utili per essere reimpiegate a nord-est, dove c’era da ricostruire la nuova linea difensiva contro le forze del nascente Patto di Varsavia. Delle opere demolite rimangono soltanto ruderi, sempre più degradati. In alcune zone, come le Valli del Cuneese (Valle Stura, Val Maira, Val Varaita) parecchie opere non furono demolite con l’esplosivo, ma solo disarmate. Sono integre e ben visibili. Però si tratta sempre di strutture abbandonate da più di 70 anni, occorre molta prudenza nelle visite. Se non si ha una minima esperienza di media montagna e delle elementari tecniche speleologiche, conviene guardarle solo dall’esterno.  Le opere passate in territorio francese non hanno subito interventi di demolizione. Sono perfette ancora oggi, ma senza installazioni interne o armamenti. Il 7 agosto 2016 viene inaugurata l’Opera 261 di Vievola (Tenda, in Val Roya), recuperata ed aperta alle pubbliche visite dai volontari dell’ASVAL, l’Associazione per lo Studio del Vallo Alpino di Imperia. È l’unica opera fortificata del Vallo Alpino occidentale che, fino ad oggi, è stata recuperata e riallestita con materiali originali recuperati da altre fortificazioni.

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