Voci della Grande Guerra

Voci della Grande GuerraOggi continuiamo con le nostre recensioni di libri: abbiamo rivolto qualche domanda a Valido Capodarca, autore del saggio Voci della Grande Guerra, una raccolta testimonianze dirette della guerra di trincea combattuta dai nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Una testimonianza in grado di restituire la voce a quei soldati partiti per il fronte ormai più di un secolo fa, per andare a combattere una guerra lontana centinaia di chilometri dalle proprie case, lasciando nell’incertezza del ritorno i propri affetti e le proprie famiglie. E allora, questi racconti, narrati direttamente dagli ultimi protagonisti di quella guerra insensata, di quella inutile strage nelle parole di Papa Benedetto XV, restano l’ultima testimonianza di questi soldati, partiti ragazzi poco più che ventenni e, una volta finita la guerra, tornati uomini. Ciò che più colpisce, infine, come anche l’autore ricorda, la mancanza di odio e rancore verso il nemico, verso i soldati austriaci. Ed è proprio la testimonianza di uno di loro a dirci il perché: “erano dei poveri ragazzi come noi, e come noi mandati al macello da ordini superiori”.

1. Iniziamo con una domanda di rito, per niente scontata. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Soldati italiani in trincea

Alla prima domanda posso rispondere raccontando la circostanza nella quale nacque in me l’idea di raccogliere le testimonianze degli ultimi superstiti viventi della Prima Guerra Mondiale. Era l’estate del 1987. Nel corso della stesura del mio Abruzzo, sessanta alberi da salvare, mi ero recato a Torricella Peligna, località Brecciarola, dove avrei dovuto trovare una grande quercia. Arrivai sull’aia di una casa colonica dove la famiglia Di Paolo stava per mettersi a tavola per una festa simpaticissima: tutti e sette i fratelli Di Paolo, tutti maschi, provenienti da ogni parte d’Abruzzo, si erano dati convegno per festeggiare i 95 anni del loro padre, Mariano. Un personaggio eccezionale, Mariano. Confesso che feci fatica a riconoscere subito chi fosse il festeggiato, in quanto egli rivaleggiava in baldanza con i più anziani dei suoi figli. Mi dicevano che alla sua età egli coltivava ancora il suo campicello e accudiva i suoi animali. Appena seppe che ero capitano dell’Esercito, il signor Mariano cominciò a tirare fuori i suoi ricordi di guerra, dicendomi di essere stato Caporalmaggiore dei bersaglieri durante la Prima Guerra Mondiale. Ma a me premeva la quercia, e non stetti ad ascoltarlo. Con uno dei suoi figli più giovani, Franco, mi diressi verso la quercia, distante alcune centinaia di metri. Franco alla guida del trattore, io in piedi, in equilibrio sulla stanga che collegava il trattore al rimorchio. Sobbalzando per cunette, fossi, greppi, raggiungemmo la Quercia: un vero monumento che, ovviamente, aggiunsi al libro. Salutata la cordialissima famiglia, mi incamminai verso casa. Durante il viaggio di ritorno, non pensavo alla quercia, ma a Mariano, e provavo rimorso per non essere stato ad ascoltarlo di più. “Quanti saranno rimasti,ancora vivi, di quella guerra?, mi domandavo, i più giovani hanno quasi novanta anni. Quante storie ci potrebbero raccontare? Perché nessuno raccoglie le loro memorie e le pubblica, prima che l’ultimo di essi sia scomparso?”. Fino ad allora avevo scritto 3 libri dedicati agli alberi monumentali di Toscana (1983), Marche (1984), Emilia Romagna (1986), tutti pubblicati da Vallecchi Editore. Quando nel 1988 pubblicavo il quarto libro della serie Abruzzo, sessanta alberi da salvare, parlando della quercia di Torricella Peligna, lanciavo l’idea affinché qualcuno raccogliesse queste testimonianze e un editore le pubblicasse, ma non pensavo ancora di essere io a farlo. Nel 1989 Il Corpo Forestale pubblicava il Primo volume di Gli Alberi Monumentali d’Italia e nel 1990 il Secondo. A questo punto Vallecchi, forse conscio di non poter reggere la concorrenza con il Corpo Forestale, decideva di interrompere la collana Alberi da salvare, rinunciando a pubblicare il quinto libro della serie, già praticamente pronto per la stampa, sul Lazio. Trovandomi “disoccupato” come scrittore (nella vita lavorativa ero invece ufficiale dell’Esercito, con il grado di maggiore), ripensai a quella mia idea di tre anni prima e mi dissi: “Perché devo aspettare che qualcuno scriva quel libro di memorie? La penna la so tenere anche io; perché non dovrei essere io questo qualcuno? Proviamo!”. Nella primavera del 1990, trovandomi a Tolentino per una serie di 15 giorni di cure idropiniche e avendo perciò molto tempo a disposizione, mi recai presso il comune e chiesi l’elenco di tutti i cittadini maschi nati prima del 1900. Il fatto che, su una città di 20 mila abitanti, ci fossero solo 10 ultranovantenni maschi, mi diede la misura di quanto fosse necessario far presto. Avuto l’elenco, e trovati i numeri sull’elenco, cominciai a telefonare, iniziando dai più giovani, ritenendoli, ovviamente, i più idonei, per ragioni psicofisiche, a ricordare e rispondere. Le prime telefonate furono disarmanti: al telefono rispondeva sempre un familiare dichiarando che il congiunto o era paralizzato, o era incapace di intendere,o altro. Scoraggiato, decisi di puntare sul più vecchio, Ottone Origlia, 95 anni. A sorpresa, al telefono rispose lo stesso Ottone, con voce ferma e mente molto vigile. Mi precipitai subito da lui e realizzai la prima intervista,molto, molto coinvolgente.
Uomini Contro2. Nelle lettere, nelle cartoline e nei racconti che ha avuto modo di leggere, quali erano i sentimenti maggiori che i nostri soldati, tra le trincee, narravano e raccontavano agli amici e alle famiglie lontane?
Non sono in grado di rispondere in quanto per scrivere il mio libro non ho fatto ricorso a lettere, cartoline o racconti già scritti, ma solo a racconti diretti resi da persone ultranovantenni a 75 anni di distanza dagli avvenimenti raccontati. Ci tengo invece a dire qual era il sentimento che, a 75 anni di distanza, ancora viveva nel cuore dei protagonisti. Fu proprio la domanda che rivolsi a Ottone Origlia, il primo intervistato, al termine del suo racconto. Ottone, bersagliere, era stato ferito a una gamba nel corso di un combattimento, con il ginocchio trapassato; una ferita che l’avrebbe reso zoppo per tutta la vita e per la quale non era riuscito a formarsi una famiglia. Alla domanda: “Cosa provi ora, nei confronti di coloro che ti hanno reso zoppo per tutta la vita?”, la sua risposta, a sorpresa, fu: “Erano dei poveri ragazzi come noi, e come noi mandati al macello da ordini superiori”. Questo sentimento di assenza di odio, anzi di autentico rispetto,verso il nemico, l’ho trovato in tutti gli intervistati. Li ho sentiti parlare male della guerra, del Re, di Cadorna, dei disagi, della fame, ma mai del nemico.
Uomini contro3. Oggi ci pare quasi scontato, per avere una qualsiasi notizia, inviare una mail, un messaggio sul cellulare o fare anche una videochiamata. Cento anni fa tutto questo era più che fantascienza. Quanto era importante per i soldati, e di riflesso anche per le famiglie, ricevere e scrivere queste lettere?
Diversi protagonisti mi hanno parlato del momento emozionante dell’arrivo della posta. Arturo Radici Valenti, presidente dell’Associazione Ragazzi del ’99 parla della distribuzione, a reparto schierato, con buste che volavano sopra le teste in direzione del destinatario. La maggior parte, essendo analfabeti, erano costretti a farsi scrivere le lettere da qualcuno (pochi) che sapeva scrivere, ma il Marinaio Pasquale Capriotti, intervistato a 99 anni e 9 mesi, mi raccontò che, dopo essersi fatto scrivere le prime lettere da un certo Antonio, volle e pretese che questi gli insegnasse a scrivere, fino a che, a un certo punto e con grande sorpresa della fidanzata, le poté scrivere la prima lettera da solo. In diversi parlavano del blocco di cartoline postali sulle quali non si potevano scrivere notizie negative, perché c’era la censura. L’uso più stravagante di una cartolina fu quello del sanseverinate Ubaldo Panichelli. Trovandosi a far la guardia presso una stazione dove era parcheggiato un carro cisterna carico di vino, non avendo modo di raggiungere l’invitante liquido, ebbe l’idea di fare una cannuccia con una cartolina, infilarla in una fessura del coperchio e… ubriacarsi.
O il Piave o tutti accoppati!4. Tra tutte le testimonianze raccolte, ce ne è una in particolare che l’ha maggiormente colpita e rimasta impressa?
Quasi tutti i racconti sono stati molto emozionanti. Fra i più coinvolgenti, quello del grande architetto Giovanni Michelucci, un genio della cultura del Novecento, intervistato a 99 anni e mezzo. Era già laureato quando venne mandato, Sottotenente, a comandare un plotone del Genio Pionieri a Caporetto (prima che avvenisse la famosa “rotta”). Dovendo raggiungere a piedi il suo plotone in cima a una montagna, venne sorpreso dal buio. Lontano, vide un fuoco, si avvicinò: erano Austriaci. Aveva sbagliato strada! Salutò, spiegò la situazione e domandò informazioni su dove dovesse andare per raggiungere i suoi uomini e quelli, gentilissimi, gliele diedero; educatamente, ringraziò, salutò e se ne andò verso la parte italiana. Alla mia domanda su come mai non gli avessero sparato o almeno fatto prigioniero, mi rispose: “Ma, secondo lei, quali erano i reciproci sentimenti fra noi e quelli che ci erano stati messi di fronte come nemici? Le trincee erano spesso vicinissime e, se non arrivavano ordini appositi, nessuno avrebbe preso l’iniziativa di attaccar briga. Spesso, anzi, si usciva e si fraternizzava. Da lontano, nella valle, i nostri superiori però osservavano e, sembrava lo facessero apposta, quando si accorgevano che facevamo troppa comunella, davano un ordine di attacco. Una volta venni sorpreso proprio mentre ero tra le due trincee, in sereno colloquio con un sottufficiale austriaco. Ci salutammo con una stretta di mano e ce ne tornammo ognuno verso la propria trincea”. Certamente non dappertutto era così; però, che talvolta si scambiavano lunghe chiacchierate fra le due trincee mi venne confermato anche da Joseph Eichner, l’unico austriaco del mio libro, intervistato a 96 anni.
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