I comandi protetti della NATO

received_10209629265122454Tornano le recensioni delle novità editoriali e, questa volta, l’argomento trattato è la Guerra Fredda, quel conflitto che vide contrapposte le due Superpotenze, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, con i rispettivi blocchi contrapposti: il Patto Atlantico (la NATO), che riuniva tutti gli alleati di Washington, da una parte, e il Patto di Varsavia, dall’altra, controllato e diretto da Mosca. Anche l’Italia, data la sua posizione strategica nel bacino del Mar Mediterraneo, ma anche per la vicinanza a quella cortina di ferro che, dalle parole di Winston Churchill, calò da Stettino, sul Baltico, a Trieste, nell’Adriatico. L’Italia, poi, confinava con la Jugoslavia di Tito, che, sebbene avesse rotto i rapporti con l’Unione Sovietica nel 1948 rigettando il COMINFORM, l’organizzazione che riuniva tutti i partiti comunisti, era pur vista dal nostro Paese, e di riflesso dall’Alleanza Atlantica, come un possibile avversario. Per questo, abbiamo rivolto alcune domande a Leonardo Malatesta, Direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Storico Militari Divisione Pasubio, autore del volume I comandi protetti della NATO.

1. Una domanda di rito che rivolgiamo a tutti gli autori. Perché questo libro?

Ho incentrato il volume sul periodo della Guerra Fredda perché il tema è ancora da scoprire e ci sono ancora molti lati oscuri.

2. Durante la Guerra Fredda, una delle principali basi NATO era il 1° ROC del Monte Venda. Che genere di base era e quali erano le sue attività?

Il 1° ROC (Regionale Operation Comand), attivo dal 1962 al 1998, ebbe il compito fondamentale della difesa aerea del nord-est italiano, il settore da dove, secondo le informazioni in mano allo Stato Maggiore italiano, poteva avvenire l’attacco delle forze del Patto di Varsavia. Il 1° ROC, come il 2° ROC a Monte Cavo e il 3° ROC a Martina Franca, era un comando protetto, in galleria, all’interno della montagna per difendersi da un attacco atomico. All’interno della galleria vi erano varie agenzie e uffici, con i compiti di difesa aerea e soccorso aereo. Erano i comandi di guerra delle tre regioni aeree. All’interno del sito protetto c’era personale italiano e NATO.

3. E le basi Black Yard e West Star? Avevano altri generi di compiti più specifici?

West Star e Black Yard erano i siti protetti del comando NATO di Verona, lo FTASE (Forze Terrestri Alleate del Sud Europa). Il sito principale era West Star, ad Affi, vicino Verona. Erano dei siti antiatomici, definiti C3 (Comando, Controllo e Comunicazione). All’interno della struttura c’era la zona tecnica, per il condizionamento dell’aria e le varie apparecchiature, e la zona operativa, riservata, a cui non potevano accedere tutti, ma solo chi aveva un determinato pass. Nell’area riservata, c’erano sia militari dell’Esercito che della Marina e dell’Aeronautica, che ventiquattro ore su ventiquattro erano pronti ad una eventuale guerra atomica. I siti erano completamente autonomi e Black Yard era il sito alternato di West Star, che sarebbe entrato in azione se l’altra base non era operativa.

4. Oggi cosa resta di queste basi, simbolo di un’epoca, quella della Guerra Fredda, in cui il mondo era “spaccato” e diviso in due blocchi contrapposti?

Oggi West Star è ancora completamente integra ed è ancora zona militare, gestita dal V Reparto Infrastrutture dell’Esercito Italiano, mentre Black Yard, chiusa nel 2000, è stata oggetto di vandalismo e distrutta. Il 1° ROC del Monte Venda, infine, è stato chiuso nel 1998 e da allora versa anch’esso in abbandono.

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