In guerra per amore, lo sbarco in Sicilia di Pif

in-guerra-per-amore“La condotta degli Alleati prima e dopo l’occupazione costituì un fattore di primaria importanza per la ripresa nell’isola dell’attività mafiosa. L’azione degli Alleati servì almeno in parte a ridare forza alla mafia, a restituirla, con nuove energie, alla sua funzione di guardia armata del feudo, a creare infine le premesse di quel collegamento tra mafia e banditismo che avrebbe insanguinato per anni le pacifiche contrade dell’isola”. Così si esprimeva, nel  1976, il Senatore Luigi Carraro, membro della Commissione Antimafia della Sesta Legislatura nella sua relazione finale: era, forse, la prima volta che veniva discusso, e messo nero su bianco, che il fenomeno mafioso in Sicilia era tornato a prosperare e a rifiorire a partire da una data precisa, quella del 10 luglio 1943, ovvero quando oltre 160.000 uomini delle forze alleate diedero avvio all’Operazione Husky, l’inizio della campagna d’Italia. E di recente, un giovane regista, Pif, ha portato sul grande schermo proprio la collusione tra esercito americano e mafia: nel film In guerra per amore, uscito nelle sale italiane a fine ottobre 2016, è raccontata la storia di un giovane soldato italo-americano, Arturo Giamarresi che, sbarcato al seguito del grosso delle truppe d’oltreoceano, si ritrova quasi per caso arruolato nell’OSS, l’Office of Strategic Services, il “padre” della futura CIA. Entrato a far parte dell’intelligence, diverrà l’instancabile braccio destro di un giovane ufficiale dai saldi principi, il Tenente Philipp Catelli, anch’egli “in guerra per amore”, come avrà modo di dire al suo sottoposto: se, infatti, Giamarresi si è arruolato per fare visita a Crisafulli, piccolo centro di fantasia nel cuore della Sicilia, il padre di Flora, la giovane amata a Brooklyn, di cui intende chiedere la mano, il Tenente Catelli è partito volontario perché, da emigrato di origine italiane, ha un grosso debito d’amore verso la sua nuova Patria d’adozione: quello di aver accolto lui, la sua famiglia e tanti altri emigrati italiani.

in-guerra-per-amore1La storia che ci racconta Pif, tra una risata e un’altra, racconta di una Sicilia in cui il fenomeno mafioso, sebbene sopito dopo vent’anni di Fascismo, non è scomparso del tutto: e, infatti, prima di raggiungere il suolo siciliano, gli Americani decidono di prendere precisi accordi con uno dei massimi esponenti della mafia italo-americana, Lucky Luciano, allora detenuto nel carcere di Sing Sing. Bastano poche sue parole fatte pervenire agli “uomini d’onore” in terra siciliana, affinché i nuovi occupanti dell’isola non abbiano alcun tipo di problema. Emblematica, a questo punto, la frase pronunciata proprio dal Tenente Catelli durante la scarcerazione di alcuni presunti antifascisti siculi: “Mi dica la verità. Qua di antifascisti non ce ne è nemmeno uno vero?”. E , in effetti, l’AMGOT, l’Allied Military Government of Occupied Territories, sotto la guida del Tenente Colonnello Charles Poletti, capo degli Affari Civili della 7a Armata americana, si servì di mafiosi già imprigionati dal Fascismo per amministrare i territori durante l’occupazione dell’isola. Il Capitano Edward Scotten, del servizio di intelligence americano, citato alla fine del film da Pif, in un suo rapporto dell’ottobre-novembre 1943, riportava come “molti Siciliani si lamentano del fatto, ed è la cosa più inquietante, che nostri molti interpreti di origine siciliana, provengono direttamente da ambienti mafiosi statunitensi. La popolazione afferma che i nostri funzionari sono ingannati da interpreti e consiglieri corrotti, al punto che vi è il pericolo che essi diventino uno strumento inconsapevole in mano alla mafia”.

in-guerra-per-amore2E se nel film di Pif i personaggi sono frutto di fantasia, dal giovane soldato Arturo Giamarresi al Tenente Catelli, non lo è la figura del boss Don Calò, soprannome di Calogero Vizzini, futuro sindaco mafioso di Villalba, nominato proprio dall’AMGOT. Così come sono reali Michele Sindona e Lucky Luciano, Vito Ciancimino e Giuseppe Genco Russo, futuri esponenti di quella criminalità collusa con il potere politico dell’immediato dopoguerra. E proprio come In guerra per amore, nel volume Controstoria della Liberazione, dello storico Gigi di Fiore, sono ricordate le strade che, secondo il Capitano Scotten, le forze americane avrebbero dovuto seguire in Sicilia nei confronti del fenomeso mafioso: “azione diretta e violenta; tregua negoziata con i capimafia; rinuncia a ogni tentativo di controllare la mafia, lasciandole spazi e margini di manovra. Alla fine, gli Alleati seguirono la terza via alla Ponzio Pilato, con l’alibi di essere solo di passaggio. Di fatto, in quel modo fu lasciata mano libera ai capibastone e ai loro interessi. L’ottanta per cento dei comuni siciliani della provincia di Palermo finì sotto il controllo di mafiosi e separatisti”. La mafia,a partire da quel 10 luglio 1943, tornava ad uccidere d’estate.

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