I morti di Modena del 9 gennaio 1950

strage-di-modenaIl sangue dei lavoratori era già sta stato sparso, nell’Italia del dopoguerra: a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1 maggio 1947, erano state uccise undici persone (i feriti furono quasi trenta), ad opera del bandito più ricercato di allora, Salvatore Giuliano e la sua banda: ma se chiari erano gli esecutori, ignoti restarono i mandanti, i “burattinai”, anticipazione di quella strategia della tensione che insanguinò la penisola, da quell’ormai lontano dicembre 1969, quando una bomba ad altissimo potenziale esplose all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. Era un’Italia che voleva rinascere dalle macerie della guerra, quella del 1950: le fabbriche, soprattutto fonderie e acciaierie, dovevano riconvertirsi nuovamente alla produzione del tempo di pace. Tra queste, a Modena, le Fonderie Riunite, che durante gli anni del Fascismo avevano visto incrementare la loro produzione proprio in virtù delle commesse statali in ambito militare. Ma il prezzo da pagare era altissimo: con l’ammodernamento, infatti, iniziarono i primi licenziamenti.

eccidio-fonderie-modena-gennaio-1950Nel 1947, dopo una dura vertenza tra i dirigenti delle Fonderie Riunite e la FIOM, furono licenziati ventisei operai: fu così ordinata la prima serrata e il primo sciopero. Un braccio di ferro che durò diversi giorni, prima che Adolfo Orsi, proprietario dello stabilimento, accettasse la vertenza sindacale. Intanto, l’azienda cominciò a lamentare problemi di bilancio, lasciando intravedere la possibilità di licenziamenti di massa pur di far quadrare il bilancio. A luglio 1949, Orsi prese la decisione di licenziare 120 dipendenti, annunciando al contempo la chiusura di uno degli stabilimenti: l’intera città di Modena reagì a questi soprusi, manifestando in piazza e richiamando l’attenzione delle autorità e del Governo. La risposta, invece, fu lo schieramento della Celere, a difesa delle Fonderie. La situazione, a questo punto, precipitò: con il nuovo anno, il 1950, sarebbero stati riassunti soltanto 250 operai su 560, e per il 9 gennaio venne indetto lo sciopero generale.

1950-modena-eccidio-fonderie-1Chi si trovava quella fredda mattina di gennaio di fronte alle Fonderie Riunite ricorda ancora oggi il clima di tensione che si respirava nell’aria: da una parte gli operai, dall’altra gli agenti di Pubblica Sicurezza, che circondavano lo stabilimento. Oltre 20.000 furono le persone che si radunarono dinnanzi ai cancelli: praticamente tutta Modena era vicina ai suoi operai. All’improvviso, però, la Celere caricò i manifestanti: alcuni agenti iniziarono a sparare, causando i primi feriti. Nel caos che ne derivò, con i manifestanti che correvano cercando rifugio, gli agenti proseguirono nel lancio di lacrimogeni. E a sparare. A fine giornata rimasero sulla strada sei persone: Angelo Appiani, operaio, di 30 anni; Renzo Bersani, operaio metallurgico, di 21 anni; Arturo Chiappelli, spazzino, di 43 anni; Ennio Garagnani, carrettiere, di 21 anni; Arturo Malagoli, operaio, di 21 anni. Ma la morte che destò più indignazione fu l’uccisione di Roberto Rovatti, 36 anni, operaio metallurgico: circondato da un gruppo di agenti, massacrato di botte, venne dapprima gettato in un fosse e poi finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. I feriti furono quasi duecento, anche se un conteggio ufficiale non fu possibile stabilirlo: in molti, infatti, non recarono negli ospedali, credendo di venire arrestati e trattenuti dalle forze dell’ordine. Lo sgomento per quanto accaduto fu enorme: in tutta l’Emilia Romagna si ebbero scioperi e manifestazioni spontanee, mentre il 12 gennaio, ai funerali, si radunò una folla di oltre 300.000 persone: lo stesso giorno, il Governo presieduto da Alcide De Gasperi, si dimise, ma solo per il tempo di un rimpasto ministeriale.

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