Alexander Selkirk, il vero Robinson Crusoe

Alexander Selkirk1Quando Daniel Defoe scrisse il suo più celebre romanzo di avventure, Robinson Crusoe, è possibile che si sia ispirato alla sua vicenda: ovvero, quella di Alexander Selkirk, che per quattro lunghi anni, dall’ottobre 1704 al 2 febbraio 1709, visse, dopo essere stato abbandonato dai membri del suo equipaggio, su un isola deserta dell’Arcipelago Juan Fernandez, situato al largo delle coste del Cile. Selkirk, nato in una regione della Scozia nel 1676, fin da ragazzo, attratto dalla vita sul mare e dall’ignoto, prese parte a numerose spedizioni, per lo più scorribande, aggregandosi agli equipaggi di altrettante navi corsare, che incrociavano nei Mari del Sud. Dal carattere spesso scontroso e irascibile, nel 1703 accettò di prestare i suoi servigi prendendo parte alla spedizione del corsaro ed esploratore William Dampier, al comando del St. George, quale secondo ufficiale a bordo del Galeone Cinque Ports, agli ordini del Capitano Thomas Stradling. L’anno successivo, ad ottobre, dopo che i due vascelli avevano preso rotte differenti a causa di dissidi tra i due comandanti, il Cinque Ports fece una breve sosta presso le isole di Juan Fernandez, per rifornire di acqua e viveri: a questo punto, a causa delle dure condizioni del viaggio, Selkirk cercò di convincere alcuni membri dell’equipaggio ad ammutinarsi. Tradito, scoperto dal Capitano Stradling, venne abbandonato da solo sull’isola: poté portare con sé i suoi vestiti, alcuni strumenti da falegname, alcuni libri (tra cui una Bibbia), un moschetto e della polvere da sparo.

Alexander Selkirk2Ebbe, così, inizio la sua lunga avventura di naufrago, durata ben quattro anni. Inizialmente decise di rimanere sulla spiaggia, impaurito dai suoni provenienti dalla foresta: trovò riparo all’interno di una grotta, dove iniziò a cibarsi di piccoli molluschi, in attesa che all’orizzonte comparissero le vele di qualche nave. Rifugiatosi nella lettura, soprattutto dei testi sacri della Bibbia, ebbe modo di pentirsi del suo comportamento spesso scontroso, tenuto a bordo della nave Cinque Ports e, fattosi coraggio, iniziò l’esplorazione dell’isola. Avventuratosi tra la fitta vegetazione, scoprì con grande stupore che, arrangiandosi un po’, sarebbe riuscito a sopravvivere: si costruì un rifugio in legno, costruendo due solide e robuste capanne, iniziò a cacciare capre e altri animali selvatici, tra cui dei gatti, che addomesticò per tenere lontane alcune colonie di topi e roditori sbarcati dalle navi che facevano sosta nell’arcipelago. Riuscì anche, una volta logorati i suoi vestiti, a fabbricarne dei nuovi, utilizzando la lana e le pelli delle capre cacciate nell’entroterra, anch’esse portate dai navigatori portoghesi che raggiunsero l’Arcipelago Juan Fernandez. La salvezza sembrò a portata di mano quando, una mattina, riuscì a scorgere due vascelli in lontananza: la sua gioia, però, durò poco, in quanto le due navi erano spagnole e lui, corsaro scozzese, avrebbe rischiato la tortura e la pena di morte.

Alexander SelkirkIl salvataggio a lungo sperato arrivò soltanto il 2 febbraio 1709, quando la Nave corsara Duke, agli ordini del Capitano Woodes Rogers, approdò sull’isola: ironia della sorte, a bordo si trovava anche William Dampier, lo stesso ufficiale che aveva guidato la spedizione nel corso della quale Alexander Selkirk venne abbandonato. Fu da questo momento in poi che la disavventura di Selkirk si trasformò in una vera e propria fortuna: Rogers, nel 1712, pubblicò un lbro di memorie sui suoi viaggi, dove si soffermò a lungo sull’avventura di Selkirk. Raggiunto da alcuni giornalisti, la sua storia iniziò ad essere pubblicata su quotidiani e riviste, tanto che, quasi un secolo dopo, venne pubblicato un libro interamente a lui dedicato: era il 1835 e portava il titolo Vita e avventure di Alexander Selkirk, il vero Robinson Crusoe. Tornato alla sua casa natale in Scozia, nel piccolo villaggio di Lower Largo, pochi mesi dopo decise nuovamente di imbarcarsi, ancora affascinato dalle sue passate avventure nei Mari del Sud. Il 13 dicembre 1721, a bordo della Weymouth, trovò la morte a causa di un’epidemia di febbre gialla, che aveva flagellato il viaggio della nave: il suo corpo, avvolto in un telo e zavorrato, fu gettato in mare e affidato al “grande sudario del mare”.

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