Un Mig senza pilota nei cieli d’Europa

Mig 23Il 1989 è senza ombra di dubbio l’anno di svolta nelle relazioni internazionali: le immagini della folla che il 9 novembre abbatteva a colpi di piccone e martello il “muro della vergogna” che divise una città intera rimarranno impresse per sempre nelle menti, non solo dei Berlinesi, ma di tutti coloro che assistettero, anche solo dalla televisione, a quei momenti. Il 9 novembre 1989, la Germania rientrava a Berlino e Berlino tornava in Germania. Eppure, in estate, un fatto singolare  avrebbe potuto portare i due blocchi a contrapporsi ancora una volta con il dito sul grilletto, con i missili a testata nucleare pronti sulle rampe di lancio. Tutto ebbe inizio la mattina del giorno 4, sulla pista di decollo di una base aerea affacciata sul Mar Baltico, nel nord della Polonia: il Colonnello Nikolaj Skuridin, espero pilota in servizio presso l’871° Reggimento Caccia, si sedette ai comandi del suo Mig 23, uno dei più celebri caccia-intercettori monoposto costruiti dall’Unione Sovietica ed esportati in tutto il mondo. Doveva essere una normale missione di addestramento, una semplice routine per qualsiasi pilota: giusto il tempo di alzarsi in volo, portare a termine una serie di esercitazioni e atterrare nuovamente alla base tra il plauso dei colleghi. Eppure, quella mattina, qualcosa andò storto.

Incidente Mig 23Erano appena passati poco più di quaranta secondi dall’inizio del volo, quando improvvisamente una spia di allarme si accese sulla consolle del Colonnello Skuridin: trovandosi ad un’altezza da terra compresa tra i 130 e i 150 metri, l’apparato motore iniziò a dare segni di cedimento, facendo calare paurosamente la potenza, prima di spegnersi del tutto. Nonostante i tentativi vani di riaccensione, il velivolo iniziò una repentina discesa di quota: non avendo altre possibilità di salvare il velivolo, Skuridin azionò il pulsante per eiettarsi fuori dalla cabina di pilotaggio. Seppure un po’ ammaccato per le sollecitazioni dovute all’espulsione del seggiolino, il pilota riuscì a salvarsi, paracadutandosi in un campo. È a questo momento che successe un ulteriore imprevisto: non credendo ai propri occhi, il Colonnello assistette impotente alla riaccensione del motore e alla risalita in quota del suo Mig 23. Con il pilota automatico inserito, infatti, il velivolo si attestò ad una quota di circa 11.000 metri, proseguendo sulla rotta che era stata precedentemente impostata. Privo di equipaggio, ad una velocità di oltre 900 km/h, nel giro di poco tempo lasciò lo spazio aereo polacco, attraversò i cieli della Repubblica Federale Tedesca, violando alla fine il territorio della NATO.

Incidente Mig 23Erano passate da poco le 10.00 del mattino, quando un puntino luminoso sconosciuto apparve sugli schermi radar occidentali: da una base aerea olandese, subito si alzarono in volo due caccia intercettori americani F15, con il compito di accertare l’identità del velivolo misterioso e di attuare tutte le misure necessarie alla protezione dei cieli della NATO. I piloti statunitensi, accortisi a questo punto che l’aereo, identificato in un Mig 23, viaggiava senza nessuno ai comandi, chiesero il permesso per abbatterlo: l’autorizzazione venne negata, confidando che la sua corsa sarebbe continuata fino al Mar del Nord, dove si sarebbe dovuto inabissare per l’esaurimento del carburante. Intanto, si alzarono in volo anche due Mirage francesi, che fornirono un’ulteriore “scorta”. Il triste epilogo, che sarebbe potuto sfociare in una recrudescenza della Guerra Fredda tra Est e Ovest, si ebbe circa una mezz’ora più tardi: alle 10.37 di quel 4 luglio 1989, proprio per l’esaurimento del combustibile, il Mig 23 si schiantò al suolo colpendo una fattoria, nei pressi della cittadina di Courtrai, nel Belgio fiammingo. Nell’impatto, purtroppo, perse la vita un ragazzo di diciotto anni, Wim De Laere, studente di informatica: un’altra vittima quasi dimenticata di quella Guerra Fredda ufficialmente mai guerreggiata, ma che si lasciò dietro una lunga scia di sangue e di morti dimenticati dalla Storia e dalla Memoria.

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