Firenze, saltano i ponti

Battaglia di FirenzeEra considerato uno dei ponti più belli, non solo della città di Firenze, ma dell’Italia intera. C’è chi azzarda che era anche più bello del Ponte Vecchio, con le sue case affacciate sull’Arno dorato che scorre lento sotto di esso, con il suo Corridio Vasariano e le antiche botteghe dei maestri orafi. Capolavoro di Bartolomeo Ammannati, che seguì i disegni preparati da Michelangelo, il Ponte di Santa Trinita era Santa Trinitadiventato, con le sue arcate dolci e sontuose, motivo di vanto e orgoglio per un’intera città. E quando il fronte, nella torrida estate di agosto 1944 si attestò a Firenze, in tantissimi contavano sulla proclamazione, da parte delle autorità tedesche in luglio, del capoluogo toscano quale Città Aperta. Intanto, in città, iniziarono a giungere sempre più numerosi gli sfollati dalle campagne vicine, mentre le prime avanguardie alleate raggiungevano la periferia dell’Oltrarno, arrivando in vista di Firenze dal Belvedere di Piazzale Michelangelo. Subito, in quei frenetici giorni, iniziò la mediazione per risparmiare la culla del Rinascimento dai danni della guerra: il 29 luglio 1944, l’Arcivescovo Elia Dalla Costa vide sfumare ogni speranza, non appena i Tedeschi affissero per tutta la città i manifesti rivolti alla popolazione di sgomberare immediatamente le proprie abitazioni lungo Borgo San Jacopo, Via dei Bardi, Via Guicciardini, Via Por Santa Maria e le zone limitrofe. Anche il diretto interessamento del Console tedesco Gerhard Wolf di risparmiare quanto più possibile la città furono vani. Le forze tedesche, infatti, non avrebbero fatto l’errore compiuto a Roma, ovvero lasciare la Capitale senza colpo ferire, senza tentare di rallentare in qualche modo l’avanzata anglo-americana: due giorni dopo, 31 luglio, tutti i ponti sull’Arno, compresi Ponte Santa Trinita e Ponte Vecchio, vennero minati.

Ponte Santa TrinitaDa questo momento fu soltanto un conto alla rovescia. In città, per le strade, non si vedeva anima viva, quasi nessuno aveva il coraggio di avventurarsi fuori, neanche per andare alla ricerca di acqua e cibo. Il 3 agosto, il comando tedesco proclamava lo stato d’emergenza: chiunque fosse stato trovato per le strade, sarebbe stato immediatamente passato per le armi. È a questo punto che, tra il 3 e il 4 agosto 1944, accadde l’irreparabile. I Fiorentini vennero svegliati da boati sordi e violenti. Le strade sembravano sprofondassero, tanto forti furono le vibrazioni e le onde d’urto. Qualcuno più coraggioso si riversò in strada, con il cuore in gola e il fiato sospeso: iniziò un passaparola velocissimo, via via che il fumo e la polvere iniziarono a disperdersi. E, quello che fino ad allora era stato soltanto un pensiero, prese sempre più corpo: i ponti di Firenze non esistevano più, fatti saltare dalle truppe tedesche che avevano sgomberato l’Oltrarno. Si salvò soltanto il Lieblingsbrucke, il ponte preferito di Adolf Hitler, quel Ponte Vecchio di cui si innamorò durante la sua visita a Firenze, assieme a Benito Mussolini, nel 1938. Ma vi un ponte, quella notte, che non volle cedere, che fino all’ultimo sfidò la barbarie di chi violentò una città intera, la sua arte e la sua storia: il Ponte di Santa Trinita, da sempre ritenuto il più bello.

Firenze devastataRicorda così, nelle sue memorie, Piero Calamandrei: “Alla prima esplosione sul cader della notte scrollò appena le spalle e restò in piedi. Allora i manigoldi ritentarono di far saltare i piloni, ma invano. Allora lavorarono alla disperata tutta la notte ad avviluppare in una gabbia d’esplosivo l’intera arcata: e solo così, vicino all’alba, riuscirono a farlo saltare. Questo affannarsi notturno di ombre crudeli contro il ponte che resisteva somiglia ad una scena di tortura: anche il vecchio ponte, colpevole di aver resistito, fu condannato a perire di morte lenta, sotto i supplizi dei Tedeschi”. I Fiorentini, e il mondo intero, dovettero aspettare fino al 16 marzo 1958 per ammirare nuovamente il capolavoro dell’Ammannati: sotto la guida dell’Architetto Riccardo Gizdulich e dell’Ingegnere Emilio Brizzi, che seguirono fedelmente gli antichi progetti, Santa Trinita venne infine ricostruito “come era e dove era”, con le sue arcate, i suoi piloni e le quattro statue delle Stagioni ricollocate ai quattro angoli di accesso del Ponte.

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