L’esplosione del Panigaglia

PanigagliaCostruito ai Cantieri del Muggiano di La Spezia nel 1923, il Panigaglia, in servizio nella Regia Marina quale nave per il trasporto di munizioni e come posamine, fu largamente impiegato fin dalle prime fasi del conflitto. L’equipaggio, composto da tre ufficiali e 61 tra sottufficiali e graduati, compì sempre e comunque il proprio dovere, anche quando si palesarono all’orizzonte le tragiche e incerte giornate legate all’armistizio dell’8 settembre 1943. L’Unità, infatti, venne requisita dalle forze tedesche che occuparono la città ligure: un mese dopo, in ottobre, il Panigaglia venne gravemente danneggiato da un bombardamento aereo, semiaffondando nella rada del porto, dopo essere stato centrato da alcune bombe. La Kriegsmarine decise in ogni modo il recupero della nave e, ribattezzata Westmark, continuò a svolgere il compito principale della posa di campi minati. Dopo il recupero del relitto, a partire dal 28 settembre 1944 iniziò il suo servizio sotto la bandiera della Marina del Terzo Reich, prima di essere autoafondato dai Tedeschi nelle ultime settimane prima della resa (alcune fonti riportano la data del 19 aprile 1945, altre quella del 29 successivo, a insurrezione già avvenuta). Con la guerra conclusa, l’Italia e la sua Marina si apprestarono a subire le condizioni imposte al tavolo della pace dalle Nazioni vincitrici del conflitto. E il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 riguardò da vicino anche la Nave Panigaglia: fu tra quelle che dovevano essere cedute agli Alleati, in questo caso alla Francia, a partire dal 1948, così come previsto dall’Annesso XII al Trattato stesso. Certo fu che, nonostante le cessioni fossero state contenute, molti furono i malumori espressi dagli uomini della Marina Militare: tra questi, lo stesso Ammiraglio Raffaele De Courten, che rassegnò le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore. Il destino, però, volle che il Panigaglia fosse una delle poche, se non l’unica, nave adibita a trasporto munizioni ancora in linea, in un momento nel quale le Forze Armate procedevano alla smilitarizzazione e allo smantellamento delle fortificazioni lungo i confini e nelle isole del Mar Mediterraneo. Per questo, il piccolo posamine (durante i vari lavori di recupero ne fu ridotta la stazza di quasi 400 tonnellate), venne impiegato per la smilizarizzazione dell’Isola di Pantelleria, così come imposto dal Trattato di Pace.

Nave PanigagliaSulla piccola isola, occupata dalle forze alleate già nel giugno 1943, vi era ancora un grande quantitativo di munizioni, proiettili d’artiglieria e di vario genere, nonché esplosivi. Durante una di queste missioni, lasciata Pantelleria, il 21 giugno 1947 la nave, agli ordini del Tenente di Vascello Agostino Armato e con a bordo 65 uomini di equipaggio, avrebbe dovuto sbarcare oltre 300 tonnellate di materiale esplodente nella rada antistante Porto Santo Stefano, alle pendici del Monte Argentario, per essere poi stoccate presso i depositi di Pozzarello. A coadiuvare le operazioni si unirono anche dodici operai civili, che, sotto lo sguardo del loro superiore, Armando Loffredo, iniziarono le operazioni di sbarco su due pontoni gallegianti. A questo punto, qualcosa andò storto. A raccontare l’episodio, lasciamo che sia la cronaca di allora, con uno stralcio de L’Unità del 2 luglio successivo: “Il primo allarme pare si sia avuto verso le 11, quando uno scoppio a prua, apparentemente di scarsa gravità, faceva avvertire i marinai che qualche cosa di grave stava per accadere. Subito i membri dell’equipaggio si precipitavano, seguiti dai dodici operai addetti allo sbarco, verso il luogo minacciato. Il capobarca Armando Loffredo, domandava se doveva allontanarsi o no con il barcone, che era già quasi completo del carico da trasportare a terra. Non faceva in tempo a ricevere la risposta. In breve tutta la coperta divenne un inferno di esplosioni: saltavano in aria i piccoli mucchi di munizioni accatastate sul ponte in attesa del trasbordo e con esse saltavano in aria pezzi di coperta che ricadevano con lugubri tonfi nel mare. Le esplosioni si propagarono sottocoperta e alle 11:10 con un fragoroso boato, mentre il semaforo di Monte Argentario trasmetteva verso terra disperati segnali di soccorso, saltava in aria l’intero deposito di munizioni. Poi saltavano le caldaie e getti di vapore bollente si levavano in aria. La nave si rovesciava immediatamente”. In quella drammatica mattina morirono in 68, tra militari e civili: si salvarono soltanto dieci membri dell’equipaggio, che per puro caso si trovavano a terra, lontani dal luogo dell’esplosione, tra cui lo stesso comandante, il Tenente di Vascello Armato.

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