La Brigata Folgore e la tragedia della Meloria

Sergente Maggiore Caria“Con alto senso di generosa solidarietà e con ardimentoso slancio, chiedeva di partecipare volontariamente alle difficili operazioni di recupero delle salme dei propri commilitoni rimaste prigioniere, sul fondo del mare, nel relitto di un aereo, inabissatosi in tragiche circostanze. Malgrado la violenta avversità degli elementi naturali, non desisteva dall’effettuare ripetute, rischiose missioni, fin quando restava vittima del proprio indomito valore, facendo olocausto della giovane vita e legando, così, il suo destino a quello dei commilitoni caduti. Nobile esempio di completa dedizione al dovere e di sublime abnegazione. Largo della Meloria, Livorno, 18 novembre 1971”. Con questa motivazione venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria ad un giovane Paracadutista ventiseienne della Brigata Folgore, il Sergente Maggiore Giannino Caria, effettivo al IX Battaglione Sabotatori Paracadutisti, deceduto nel novembre 1971 nel tentativo di estrarre i corpi di 46 Paracadutisti, suoi commilitoni, e di sei soldati inglesi dopo che il velivolo su cui viaggiavano, un C130K Hercules, era precipitato in mare a sette chilometri circa dalla città di Livorno, in un’area conosciuta come Secche della Meloria. Quella che doveva essere un’operazione di addestramento si rivelò essere, invece, una delle più gravi sciagure che colpirono le Forze Armate Italiane dal secondo dopoguerra. Ancora non erano accadute la tragedia del Monte Serra, dove perirono 38 Allievi dell’Accademia Navale di Livorno, e l’incidente che costò la vita a 35 Marinai volati giù da un viadotto autostradale nel 1983. Quando, il 9 novembre 1971, i dieci velivoli della RAF, la Royal Air Force britannica, decollarono alla volta della zona di lancio, nessuno si sarebbe immaginato la tragedia che si sarebbe delineata di li a poco.

hbhjIl primo a decollare fu Gesso 1, che si sarebbe diretto sopra la zona di lancio in Sardegna ed avrebbe rilasciato i Paracadutisti che avrebbero segnalato l’area ai successivi nove velivoli. Era le 04.55. Alle 05.41 si alzò dalla pista di decollo Gesso 2, cui seguirono tutti gli altri C130, distanziati l’uno dall’altro di quindici secondi. Quando Gesso 5 comunicò di aver visto un’improvvisa fiammata in mare, tutti i velivoli comunicarono il proprio nominativo di riconoscimento. Tutti tranne uno: Gesso 4. Intanto l’esercitazione, nome in codice Cold Stream, proseguiva e il Comandante della Brigata Folgore, Generale Ferruccio Brandi, Medaglia d’Oro al Valor Militare nella battaglia di El Alamein, poté essere informato soltanto quando toccò terra con il proprio paracadute. Subito vennero individuati in mare, nell’area delle Secche della Meloria, grandi macchie di olio, il carrello di Gesso 4 e gli zainetti dei militari che si trovavano a bordo: in tutto, 46 Italiani e sei Britannici. Il relitto dell’aereo venne individuato soltanto sei giorni più tardi, il 15 novembre, a causa delle pessime condizioni meteorologiche, a circa cinquanta metri di profondità, dai Dragamine Faggio e Ontano della Marina Militare Italiana. Due giorni più tardi, arrivata sul luogo della tragedia la Nave Appoggio Incursori Pietro Cavezzale, presero avvio le operazioni di recupero dei corpi: in appoggio giunse dall’Inghilterra anche la Nave Layburn. Fu in queste frenetiche fasi che le acque della Meloria strapparono un’altra vita: quella del Sergente Maggiore Caria, rimasto incastrato nel relitto dell’aereo durante le concitate ricerche dei corpi dei commilitoni. Il recupero dei corpi si protrasse a lungo, fino al 10 febbraio 1972: a questa data, Nave Cavezzale aveva recuperato trentotto corpi. Altri ne vennero recuperati nei mesi seguenti, spesso su segnalazione di pescatori locali: dieci di loro non vennero più individuati.

nazione-meloriaEra piena Guerra Fredda. Ma nonostante tutto, sebbene sia rimasta una guerra non guerreggiata, almeno sul territorio dell’Europa Occidentale, si moriva ugualmente. La NATO si addestrava in previsione di un’invasione da parte dell’Unione Sovietica e degli Stati del Patto di Varsavia, simulando le condizioni più realistiche possibili. Come per la tragedia di Gesso 4. La Commissione d’Inchiesta che venne istituita trovò la causa principale del disastro nella particolare tipologia di volo radente adottata dai velivoli: volare bassi sul mare, così da sfuggire ai radar, per poi prendere quota repentinamente al momento del rilascio dei paracadutisti. Probabilmente, fu durante questa simulazione di volo che l’aereo, prendendo quota, tocco con la coda la superficie del mare, facendolo spezzare in due tronconi che si inabissarono in pochi secondi con i militari ancora legati ai propri posti. L’indomani, 10 novembre 1971, scriveva Dino Buzzati: “Erano allegri e pieni di speranza come al solito, ieri mattina, all’atto di imbarcarsi nel mastodonte dell’aria. Nessuno sapeva del misterioso appuntamento che li aspettava tutti insieme, con i sei compagni britannici, a distanza di pochi minuti. La vita, si può dire, era appena incominciata. Una esosa fatalità stava per dire: basta. Ora se ne vanno, con i sei compagni stranieri. Spalla a spalla si allontanano dritti, pallidi si, ma senza un tremito, a testa alta, con quel passo lieve e fermissimo che nei tempi antichi si diceva appartenesse agli eroi e che oggi sembra completamente dimenticato”.

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