Inferno a Chernobyl

ChernobylIl 1986 non iniziò sotto i migliori auspici per la storia della scienza: il 28 gennaio, dopo appena 73 secondi dal lancio, lo Space Shuttle Challenger esplodeva in volo davanti alle telecamere di tutto il mondo, uccidendo i sette membri dell’equipaggio. Era dai tempi delle tragedie dell’Apollo 1 e delle Soyuz 1 e 11 che non veniva segnata una battuta d’arresto all’esplorazione spaziale. Ma niente fu in confronto a quanto accadde appena tre mesi dopo, nei territori dell’Ucraina, a circa 100 km a nord di Kiev. Il 26 aprile, alle 01.23 ora di Mosca, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose, proiettando sul terreno circostante migliaia di tonnellate di materiale altamente radioattivo. L’esplosione, circa dieci volte più potente della bomba atomica sganciata nell’agosto 1945 sulla città giapponese di Hiroshima, sprigionò una mortale nube tossica e radioattiva che avrebbe vagato per i cieli dell’Europa, giungendo fino in Italia. E come nella migliore tradizione sovietica, le autorità di Kiev e di Mosca cercarono di tenere nascosta la tragedia, per non intaccare il prestigio socialista e rivelare al mondo che l’industria nucleare creata dal Comunismo fosse in realtà fallace e carente in ogni sua parte. A cominciare dalla sicurezza. Ma quello che fu il peggior disastro nucleare (almeno fino a quello del 2011 che interessò l’impianto di Fukushima, in Giappone) ebbe inizio da un test di sicurezza, programmato e schedulato da tempo, che avrebbe garantito la sicurezza del reattore “fiore all’occhiello” della tecnologia sovietica.

LiquidatoriA monitorare il reattore erano preposti alcuni tra i migliori tecnici: Leonid Toptunov, Aleksander Akimov, Boris Stolyarchuk e Anatoly Dyatlov, considerato allora uno degli ingegneri nucleari più esperti di tutta l’Unione Sovietica. Era passata da circa mezz’ora la mezzanotte quando il test, considerato una routine per gli ingegneri nucleari, ebbe inizio. Eppure, fin dall’inizio delle prove il disastro era annunciato: secondo le direttive dell’ente dell’energia atomica sovietica, la potenza del reattore si sarebbe dovuta mantenere tra i 700 e i 1000 Megawatt, mentre Dyatlov decise di portarla a circa 200 Megawatt, così da poter risparmiare l’acqua che avrebbe dovuto raffreddare il reattore. Così, quando la potenza iniziò a scendere repentinamente, i tecnici nella sala controllo tentarono con ogni mezzo di arrestare la rapida discesa di potenza. Ma nonostante tutto, nonostante le problematiche in corso, il test sarebbe continuato. Anzi, sarebbe ripartito daccapo. L’ultima, fatale, decisione fu la disattivazione delle 211 barre di boro, che rappresentavano una sorta di freno alle barre di uranio per la produzione di vapore e, quindi, di energia elettrica: la loro disattivazione avrebbe reso il reattore incontrollabile in caso di emergenza o avaria. A questo punto, un sempre più rapido conto alla rovescia verso il disastro era iniziato. Il test che Dyatlov si preparava ad iniziare prevedeva di fermare la turbina principale e attendere che i generatori d’emergenza entrassero in funzione: tra lo spegnimento del primo e l’accensione degli altri, però, sarebbero trascorsi circa quaranta secondi, durante i quali le pompe dell’acqua dovevano continuare a funzionare per permettere al reattore di raffreddarsi.

Liquidatori ChernobylCon l’arresto della turbina, i successivi sessanta secondi segnarono la vita della centrale di Chernobyl e degli abitanti della città di Prypjat, che ospitava gli operai e le loro famiglie. L’aumento di vapore all’interno del nocciolo del reattore, che fece di fatto evaporare la poca acqua presente, fece aumentare di centinaia di volte la pressione. A distanza di pochi secondi, due violente esplosioni distrussero il tetto della centrale e il reattore 4. Ci vollero trentasei ore prima che le autorità sovietiche decidessero di evacuare Prypjat: trentasei ore fatali per moltissimi abitanti, esposti a dosi letali di radiazioni che ne distrussero nelle settimane e negli anni seguenti l’organismo. La catena dei soccorsi cercò in ogni modo di arrestare la fuoriuscita di materiale radioattivo: per giorni, quelli che sono passati alla storia con il nome di liquidatori, pompieri, personale della protezione civile e tecnici della centrale, si recarono sul luogo dell’esplosione per tentare di spegnere l’incendio e sigillare il reattore che sprigionava la sua morte invisibile fatta di radiazioni. Solo due minuti a squadra erano concessi: eppure, tutti avrebbero assorbito una dose praticamente letale di radiazioni che, nella migliore delle ipotesi, li avrebbe fatti convivere per il resto della loro vita con leucemie e neoplasie. Resta, di questo disastro, quanto gli abitanti della cittadina di Prypjat hanno scritto all’ingresso di quella che oggi è una città fantasma: “I vivi chiedono perdono ai morti”.

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