Angelina Senise, madre di dieci figli

Venne istituita in Italia poche settimane prima l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il 22 maggio 1939, con la Legge 917: era la Medaglia d’Onore per le Madri con famiglie numerose, ovvero per tutte quelle donne che avevano dato alla luce almeno sette figli, viventi al momento del conferimento, o che fossero caduti sui fronti di guerra o per la causa nazionale. Chiamata in senso quasi dispregiativo la “medaglia delle coniglie” non fu un caso solo italiano: anche la Germania di Adolf Hitler e, in seguito, l’Unione Sovietica di Josif Stalin, nel 1938 e nel 1944, istituirono dei riconoscimenti per le madri che avevano affrontato nell’arco della loro vita numerose gravidanze. Nella versione tutta italiana, sul nastro dell’onorificenza erano apposti tanti fiocchetti quanti erano i figli messi al mondo: ricordo di un retaggio ormai passato, in cui le famiglie numerose erano la normalità, soprattutto in considerazione che molti bambini, specialmente nelle aree più arretrate e disagiate, non raggiungevano la maggiore età, uccisi da malattie come la difterite, la poliomielite o anche una banale influenza.

Ma vi furono casi di donne che, nonostante il rischio di affrontare una nuova gravidanza, misero alla luce un nuovo figlio, sacrificando la loro vita affinché quella che cresceva dentro di loro potesse un giorno vedere la luce. Ancora prima dell’istituzione dell’onorificenza di mussoliniana memoria, troviamo traccia di una certa Angelina Senise, coniugata Bucco, di Napoli. E’ una traccia sbiadita, quella di Angelina: il suo nome compare tra quelli decorati di Medaglia d’Oro al Valor Civile nel 1942, in pieno conflitto mondiale, per quanto fece otto anni prima. Recita l’onorificenza: “Poco dopo l’annuncio della sua decima maternità, avuto dai medici l’ordine di interrompere la gestazione a causa di una grave malattia sopraggiunta, fatale per la sua stessa esistenza, senza esitare preferiva attendere la morte pur di non sopprimere la nuova vita che le germogliava nel seno. Né dalla risoluta accettazione del sacrificio valsero, per vari mesi, a distoglierla le suppliche dei congiunti, rese dall’inesorabile responso della scienza, sempre più insistenti ed appassionate. Impavida, ferma, serena, percorreva così il lungo cammino fino alla nascita della creatura, a cui, con sublime, quotidiana decisione, si immolava. Napoli, 4 agosto 1934″.

Oggi non sarebbe neanche solo lontanamente immaginabile una famiglia composta da non più di due figli. Eppure, non troppo lontano da noi, al tempo dei nostri nonni, una prole numerosa equivaleva ad investire nel futuro: un paio di scarpe, così come un paio di pantaloni, veniva tramandato di figlio in figlio, magari con qualche toppa e qualche rammendo in più, ma non veniva gettato via niente. Durante il Ventennio divenne quasi un imperativo: tanto che lo Stato elargiva e distribuiva numerosi premi in denaro anche per tutti quei bambini e quelle bambine che fossero stati chiamati con nomi patriottici, invogliando così le famiglie a nuove nascite. Scriveva il Popolo di Romagna il 17 dicembre 1934: “Fra le manifestazioni del Regime, quella dedicata all’esaltazione della Madre e del Fanciullo costituisce la sintesi più alta, più nobile, più ardente, della volontà di superamento dell’Italia Fascista”. Passò la guerra mondiale, iniziò la ricostruzione e il boom economico: in tempi cambiarono, così anche le famiglie.

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