Ciaravolo e Borsini, due destini legati per sempre

Vincenzo CiaravoloC’è una scena toccante in El Alamein. La linea del fuoco, film del 2002 con protagonisti Pierfrancesco Favino, Emilio Solfrizzi e Paolo Briguglia. Durante la ritirata nel deserto africano, i Fanti della Divisione Pavia si imbattono in un Generale rimasto ignoto, senza nome, intento a scavare una fossa per il suo attendente deceduto. Un attendente che lo aveva seguito per oltre quindici anni: dopo avergli reso gli onori, estrae la pistola dalla fondina e si spara un colpo alla tempia. Due destini legati per sempre. Come quelli della nostra storia: Vincenzo Ciaravolo e Costantino Borsini, il primo marinaio di leva e il secondo Capitano di Corvetta, Comandante del Cacciatorpediniere Nullo, dislocato nel Mar Rosso. Due vite vissute in maniera diversa, che si incrociarono nel turbine del secondo conflitto mondiale e che, come i personaggi del film, restarono per sempre legate. Il giovane Vincenzo, originario di Torre del Greco, dove era nato nel 1919, imbarcò fin da ragazzo nella Marina Mercantile come semplice marittimo. Apparteneva ad una famiglia di marinai, semplici e umili, senza pretese se non quella di una vita dignitosa. A bordo del Piroscafo Lombardia, requisito dalla Regia Marina, partecipò ad alcune operazioni durante la campagna in Etiopia e il conflitto in Spagna. Quando partì a seguito della chiamata alla leva, l’Italia non era ancora entrata in guerra: dal 15 dicembre 1939 imbarcò sul Nullo, dove, dal maggio 1940, assunse il comando il Capitano di Corvetta Borsini.

Costantino BorsiniCostantino Borsini nacque a Milano nel 1906. Dopo essere entrato alla Regia Accademia Navale di Livorno, espletò diversi imbarchi su altrettante unità navali della Regia Marina, tra cui le Corazzate Giulio Cesare e Andrea Doria, sull’Esploratore Giovanni Da Verrazzano e sul Sommergibile Guglielmotti. Con il grado di Tenente di Vascello venne anche destinato presso le squadriglie idrovolanti, prima di far ritorno nuovamente sulle navi, prima sul Cacciatorpediniere Nembo e in seguito sulla Nave Coloniale Eritrea. Promosso al grado di Capitano di Corvetta assunse, quindi, il comando del Cacciatorpediniere Nullo. Ed è qui che il destino dei due uomini di mare si legò indissolubilmente, perché il Marinaio Ciaravolo ne divenne l’attendente personale. Lo scoppio della guerra, nel giugno 1940, li trovò a Massaua, presso la base navale italiana in Eritrea: per la nave italiana si profilarono diverse missioni nel Mar Rosso, alla vana ricerca di convogli britannici da attaccare ed affondare, senza tuttavia riuscire ad ingaggiare alcun combattimento. Il 21 ottobre 1940, però, assieme ad una formazione italiana, riuscì ad individuare a notte fonda un grosso convoglio inglese, composto da una trentina di mercantili, due cacciatorpediniere di scorta, un incrociatore leggero e tre sloops.

Caccia NulloLe navi italiane dovettero ritirarsi senza aver inflitto danni al convoglio inglese. Il Nullo, con un’avaria al timone che ne compromise la velocità, rimasto solo e isolato, venne raggiunto dal più veloce e meglio armato Cacciatorpediniere HMS Kimberly, che riversò un’ingente quantità di fuoco sulla nave italiana. Il Comandante Borsini, nonostante i gravi danni subiti, riuscì a manovrare fino all’Isola di Harmil: una volta sbarcato l’equipaggio con le lance di salvataggio, restò a bordo e si prodigò affinché il Nullo affondasse senza cadere nelle mani del nemico. Ed è a questo punto degli eventi che Vincenzo Ciaravolo decise di condividere il destino triste e beffardo del Comandante, del “suo” Comandante. Si gettò in mare e raggiunse a nuoto il Cacciatorpediniere che, sventrato ancora dalle cannonate, si inabissò poco dopo, legando per sempre le vite dei due “uomini di mare e di guerra”. Erano le 06:35 del 21 ottobre 1940. Ad entrambi, postuma, è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Costantino Borsini, “Comandante di un Cacciatorprdiniere, durante l’attacco ad un grosso convoglio, giunto a contatto con siluranti ed incrociatori nemici, impegnava audacemente aspro combattimento, animando i dipendenti con l’esempio del proprio valore. Colpita la sua nave da numerosi colpi che ne menomavano irreparabilmente l’efficienza, persisteva nell’impari lotta con efficaci risultati, dando prova di fermezza, di grande serenità d’animo e di sommo sprezzo del pericolo. Dopo aver provveduto alla salvezza dell’equipaggio, rifiutava decisamente di abbandonare la nave e, impavido e fiero sul ponte di comando, volto verso il nemico, affondava con essa, incontrando sublime e gloriosa morte. Mar Rosso, presso l’Isola Harmil, 21 ottobre 1940”.

Nella motivazione di Vincenzo Ciaravolo si legge tutto il senso del Dovere verso il suo superiore diretto: “Coraggioso e tenace operatore di mezzi d’assalto di superficie, con altri valorosi, già imbarcato su silurante impegnata in aspro combattimento contro incrociatori e cacciatorpediniere nemici, con calma serena rimaneva durante tutta l’azione al fianco del suo Comandante, di cui era attendente. Ricevuto l’ordine di abbandonare la nave che affondava per i gravi danni riportati durante il combattimento, si gettava in mare: ma accortosi che il Comandante rimaneva al suo posto, spontaneamente risaliva a bordo in un generoso slancio di fedeltà e di altruismo, ben conscio del mortale pericolo al quale si esponeva. Nella sublime decisione di seguire la sorte del suo Comandante, affrontava con lui la morte gloriosa degli Eroi. Mar Rosso, presso l’isola di Harmil, 21 ottobre 1940”.

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Dietro il giovine Randaccio che all’assalto ognor ti chiama…

Giovanni RandaccioOggi i Lupi non esistono più. Sciolti a seguito delle varie riorganizzazioni che hanno visto coinvolto l’esercito Italiano. Le loro insegne, le loro Bandiere, decorate al Valore dal sangue dei soldati, sono custodite a Roma, presso il Sacrario delle Bandiere. I Lupi, però, non sono scomparsi dalla Memoria e dalla Storia. Una storia che parte dalla Val Daone, passa dalle cime del Sabotino e del Melino, per giungere fino a Gorizia e al Veliki. E che si lega indissolubilmente ad un nome: Giovanni Randaccio. Giovane ufficiale di origini torinesi, entrò nell’Arma di Fanteria, prendendo fin da subito parte alla Prima Guerra Mondiale con i gradi di Capitano: Randaccio verrà assegnato alla Brigata Toscana, con i celebri Lupi che si copriranno di gloria del 77° Reggimento Fanteria. Ed è fin dalle prime battaglie che videro coinvolto l’Ufficiale che venne messo in luce tutto il suo valore ed il suo coraggio. Durante la Prima Battaglia dell’Isonzo, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915, si guadagnò la sua prima onorificenza al Valor Militare, una Medaglia d’Argento per gli scontri sostenuti per la conquista del Monte Sei Busi: “Diede ripetute prove di arditezza nel condurre la propria Compagnia all’attacco di posizioni nemiche. In una di queste occasioni, riuniti gli uomini di altra Compagnia del Battaglione rimasta senza ufficiali, respingeva un contrattacco. Monte Sei Busi, 1-6 luglio 1915”. Nell’ottobre 1915, schierato il suo reparto nei dintorni di Polazzo, nel corso della Terza Battaglia dell’Isonzo, ricevette la sua seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Lo scontro, che costerà agli Italiani non meno di 67.000 perdite (tra morti, feriti e dispersi) aveva lo scopo di avanzare, negli intendimenti del Generale Luigi Cadorna, verso il Podgora e Gorizia: alla fine, però, furono ottenuti soltanto dei modesti risultati, in direzione di Plava e di Tolmino.

Fanteria-78°-Reggimento-Lupi-Di-Toscana-Ob2-S38248Nei numerosi assalti che ne seguirono, il Capitano Randaccio, “ferito per ben due volte manteneva, ciò nonostante, il comando. Ferito una terza volta gravemente, non si faceva trasportare al riparo, ma rimaneva ancora al suo posto per incoraggiare e mantenere i soldati sulla posizione, dando mirabile esempio di alta virtù militare. Alture di Polazzo, 21 ottobre 1915”. Con il secondo anno di guerra, il 1916, il nome della Brigata Toscana si legò indissolubilmente all’appellativo di Lupi: a partire dal 5 agosto, i suoi Reggimenti presero parte alla fulminea conquista del Monte Sabotino, che aprì la strada alla successiva occupazione della città di Gorizia. A causa delle numerose perdite, gli uomini di Giovanni Randaccio si riorganizzarono, in vista della nuova offensiva in preparazione, questa volta in direzione delle posizioni austriache attestate sul Monte Veliki, saldamente tenute dai Fanti della 55a Brigata austro-ungarica. Nella pubblicazione del Ministero della Guerra della seconda metà degli Anni Trenta, dedicata alle Brigate di Fanteria che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, si narrano le gesta dei Lupi e di come il 1° novembre la Brigata Toscana, “con un impetuoso attacco, ne conquista la cima; il giorno 2, mentre procede all’attacco del Fajti, un poderoso contrattacco austriaco tenta la riconquista del Veliki; ma i Fanti della Toscana con brillante manovra, circondano i reparti nemici catturandoli e, proseguendo quindi nell’avanzata vittoriosa, conquistano il Fajti. Circa 1500 prigionieri sono rimasti nelle mani dei due Reggimenti della Toscana fra i quali il Comandante della 55a Brigata austroungarica con tutto il suo stato maggiore. Il mattino del 3 un poderoso bombardamento si abbatte sulle posizioni del Fajti, arrecando sensibili perdite, ma i reparti della Brigata rimangono serenamente al loro posto, respingendo i reiterati tentativi di avanzata delle fanterie nemiche”.

122 - Giovanni RandaccioA Giovanni Randaccio, venne conferita le terza Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Pur comandando truppe di immediato rincalzo a quelle costituenti le prime ondate di attacco, superava parte di queste e spingevasi arditamente innanzi per riconoscere il terreno. Guidava quindi all’assalto reparti già duramente provati e rimasti pressoché privi di ufficiali, riuscendo a fugare il nemico e a raggiungere l’obiettivo assegnatogli, nel quale stabilmente affermavasi. Veliki Kribak, 11-12 ottobre 1916”. Intanto, una solida amicizia era nata tra l’Ufficiale, nel frattempo promosso al grado di Maggiore, e Gabriele D’Annunzio, allora Ufficiale di Collegamento tra la Brigata Toscana e la 45a Divisione, da cui i Lupi dipendevano. E fu su ispirazione del Poeta, che il 77° Reggimento Fanteria tentò un assalto verso le foci del Timavo, nei pressi dell’abitato di Bratina e la Quota 28 del Monte Hermada, dove le difese austriache risultavano alquanto forti. Il 27 maggio 1917, balzati i fanti all’assalto, con il Maggiore Randaccio in testa, la quota venne raggiunta a costo di gravi perdite. L’obiettivo era raggiungere il Castello di Duino, visibile dalla città di Trieste, e di issarvi il Tricolore. I rinforzi, però, non giunsero mai: gli Austriaci si riorganizzarono e, posizionate alcune mitragliatrici, fecero strage dei soldati italiani. Una raffica colpì anche Giovanni Randaccio in pieno petto, che si spense poche ore dopo. Il suo corpo, avvolto in una bandiera, venne poi traslato nel Cimitero degli Eroi di Aquileia, dove riposa tutt’ora. Alla sua Memoria, venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista di importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso fermo e l’occhio asciutto, finché fu portato alla sezione di sanità, dove soccombette, mantenendo, anche di fronte alla morte, quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’attacco. Fonti del Timavo, Quota 28, 28 maggio 1917”. Giovanni Randaccio cadde così, alla testa dei Fanti, balzati fuori all’assalto come i lupi dalle tane.

L’assalto alla Diga di Walcheren

Bundesarchiv_Bild_101III-Weyer-036-28A,_Angehörige_der_Waffen-SS_mit_MPDanzig fu la parola in codice che venne diramata alle forze tedesche in attesa sul fronte occidentale nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1940. Quella strana guerra, la drole de guerre, era terminata: da quel momento, Tedeschi e Francesi (e, con loro, Olandesi, Belgi e Inglesi) non sarebbero più rimasti a fronteggiarsi senza sparare un colpo lungo il fronte occidentale, ma sarebbero scesi in guerra. E come primo passo vi fu la conquista dei Paesi Bassi, portata a termine in appena una settimana. Già nella giornata del 10 maggio, il Comando Supremo tedesco comunicava: “Oggi, alle 05.30, le truppe tedesche hanno varcato le frontiere dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo. La resistenza nemica in prossimità del confine è stata ovunque spezzata, in stretta collaborazione con l’arma aerea”. La blitzkrieg, quella guerra lampo sperimentata già con successo pochi mesi prima in Polonia, sbaragliò in poco tempo gli alleati occidentali: gli Olandesi, nonostante una strenua resistenza, nulla poterono contro le colonne corazzate tedesche, le cui avanguardie riuscirono ad impossessarsi delle principali rotabili e dei ponti, indispensabili per il proseguimento dell’avanzata, e degli aeroporti. Restava un punto nevralgico da conquistare, collegato da una sottile striscia di terra: gli isolotti di Walcheren e di Beveland, dove si ergeva una possente diga in cemento armato al cui interno si erano asserragliati gli ultimi difensori. Tra i reparti che presero parte all’assalto, vi furono anche gli uomini della Waffen SS, inquadrati nella SS Verfugungs Division: a guidarla in combattimento vi era Paul Hausser, ufficiale che da sempre restava al fianco dei suoi uomini in ogni battaglia.

Bundesarchiv_Bild_146-1973-122-16,_Paul_HausserLe forze tedesche giunsero in prossimità dei sobborghi di Walcheren il 14 maggio 1940, nelle stesse ore in cui il Governo Olandese firmava la capitolazione di fronte alla travolgente avanzata del Terzo Reich: ma la piccola guarnigione a difesa della diga non avrebbe ceduto senza combattere. E non lo fece. Hausser decise di attaccare due giorni dopo, il 16: divise le sue forze in due gruppi che avrebbero dovuto attaccare gli sbarramenti nemici con continuità e senza interruzione, così da non lasciare un momento di tregua ai difensori. Questi, dal canto loro, erano decisi a resistere ad oltranza, fino a quando avrebbero avuto proiettili da sparare. E così fecero. Contro gli uomini della Waffen SS iniziarono a piovere centinaia di proiettili delle mitragliatrici olandesi, posizionate su posizioni rialzate, dalle quali era possibile osservare l’avanzata tedesca. Ci volle tutta la mattina prima che alcuni reparti tedeschi giungessero in prossimità delle difese di Walcheren: e anche a questo punto, le insidie non erano finite. Mine antiuomo e filo spinato non facevano che rallentare l’avanzata, mentre il fuoco delle artiglierie posizionate nelle retrovie iniziò a riversarsi contro gli uomini di Hausser.

Waffen SS in OlandaBen presto, però, si unì negli attacchi a Walcheren anche la Luftwaffe, che acceleró notevolmente la resa degli ultimi superstiti. Stremati, a corto di munizioni e tagliati fuori dalle restanti forze alleate, i difensori di Walcheren si arresero alle forze tedesche di Hausser: era il 17 maggio 1940. Nei giorni seguenti, ormai capitolati, i superstiti delle forze armate dei Paesi Bassi si imbarcarono via mare riparando verso ovest. Anche due divisioni francesi dovettero ripiegare, dopo che anche le ultime linee difensive erano state travolte dall’avanzata delle Waffen SS e dei panzer. Entro il 29 maggio, i Tedeschi portarono a compimento la completa occupazione di tutti i Paesi Bassi, che sarebbe terminata solo cinque anni più tardi, quando gli Alleati, grazie allo sforzo bellico sostenuto in larga parte dagli Stati Uniti, poterono sbarcare in Normandia, dando avvio alla campagna in Europa che avrebbe ben presto visto avanzare gli Anglo-American in Francia, Belgio e Olanda. 

Il Museo della Linea Gotica di Molazzana

IMG_20180819_155804La Garfagnana, quella storica valle incastonata tra le Alpi Apuane così cara a Giovanni Pascoli, fu teatro, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, di cruente battaglie e orribili stragi. Il fronte, tra queste montagne, rimase fermo per quasi un anno, complice anche uno degli inverni più rigidi mai registrati fino ad allora. Gli Alleati avevano liberato Firenze e Lucca, arenandosi ben presto ai piedi delle Apuane, dove le forze tedesche e della Repubblica Sociale avevano realizzato una serie di sbarramenti e ostacoli che rallentarono, se non addirittura bloccarono, l’avanzata anglo-americana. Anzi, per un breve istante, nel Natale 1944, gli Italo-Tedeschi tornarono all’iniziativa, scatenando l’Operazione Wintergewitter e costringendo molti reparti alleati ad abbandonare posizioni chiave. Decenni dopo, è ancora facile imbattersi nelle mulattiere utilizzate dagli Alpini della Divisione Monterosa e dai Bersaglieri della Divisione Italia, e rinvenire, in passaggi scavanti nella roccia, bossoli di fucile, medaglie o gavette arrugginite dal tempo. E proprio per lasciare alle future generazioni della Garfagnana (e non solo) la memoria di quel terribile inverno, a Molazzana è sorto un piccolo museo, che raccoglie al suo interno una vasta collezione di divisa degli eserciti impegnati in battaglia e numerosi reperti rinvenuti nelle valli circostanti. Due le sale principali: una dedicata alle forze dell’Asse ed una dedicata agli Alleati e alle formazioni partigiane che operavano nella zona.

IMG_20180819_160454Ma non sono tanto i reperti conservati a caratterizzare questo piccolo Museo, aperto e voluto da semplici volontari e appassionati, quanto le storie che ogni singolo cimelio può, ancora oggi, raccontare. E, per certi versi, far commuovere. Come la storia di tre equipaggi, scomparsi nel corso di altrettante missioni nei cieli italiani, i cui resti vennero rinvenuti nei campi della Garfagnana. Il 25 settembre 1943, dopo un bombardamento sopra Bolzano, la contraerea tedesca riusciva ad abbattere un bombardiere americano, un Boeing B17 Flying Fortress, che, nonostante i tentativi di un atterraggio di fortuna, si schiantò al suolo nei pressi di Pratobello, vicino Castiglione Garfagnana, uccidendo tutti e dieci i membri dell’equipaggio. Un mese più tardi, il 25 novembre 1943, a bordo di un Vickers Wellington, bombardiere bimotore inglese, trovarono la morte cinque Avieri del Commonwealth, precipitati con il loro velivolo tra i massicci della Pania. Infine, il 4 giugno 1944, un terzo velivolo si schiantava al suolo vicino Ghivizzano: si trattava di un caccia monoposto Spitfire, abbattuto nel corso di una battaglia aerea con velivoli tedeschi. Queste sono le storie custodite e conservate all’interno del Museo della Linea Gotica di Molazzana. Storie vissute in prima persona dalla gente del luogo, tramandate da padre in figlio e consegnate alla memoria di ricercatori e semplici appassionati di storia militare.

IMG_20180819_155655Eppure, non solo soltanto i resti dei velivoli caduti tra le Valli della Garfagnana a raccontarci la storia di quel conflitto. Le sale del Museo vogliono anche ricordare che si continuava a morire anche dopo la fine della guerra: particolare menzione, infatti, merita una particolare cassetta didattica, contenente bombe a mano, granate, proiettili di mortaio inertizzati, che veniva utilizzata nelle scuole per sensibilizzare i bambini a non raccogliere da terra quelli che sembravano innocui giocattoli ma che in realtà erano ordigni pronti ad esplodere e a seminare morte e dolore quando ormai nelle città italiane non si combatteva più da tempo. Le cronache degli anni immediatamente successivi al 1945 sono tristemente ricche di storie strazianti di giovani orribilmente mutilati dalle micidiali bombe a farfalla, scambiate per giochi abbandonati. Ed è proprio un oggetto come la cassetta didattica impiegata nella scuole che ci ricorda l’importanza di tramandare e ricordare la storia del non troppo passato secondo conflitto mondiale: anche dopo la fine di una guerra, si continuava a morire e, spesso, non morivano più i soldati con le divise di diversi colori, ma gli innocenti, i bambini che tornavano a correre nei prati e nei campi. Come nel dopoguerra italiano. E in quello balcanico. O in quello iracheno e siriano.

Chiarle e Cerboni, due Medaglie d’Oro della Strafexpedition

Strafexpedition“Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli Austriaci attaccavano. Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte”. Così scriveva Emilio Lussi nel suo celebre romanzo-diario Un anno sull’Altipiano. Era il 15 maggio 1916 quando trecento battaglioni e oltre duemila pezzi di artiglieria si riversarono e aprirono il fuoco sulle posizioni italiane lungo l’Altipiano di Asiago e il Monte Pasubio, difese da appena 170 battaglioni e poco più di 850 cannoni. Era l’inizio della spedizione punitiva contro l’Italia, la Strafexpedition, per punire il tradimento italiano alla Triplice Alleanza e l’entrata nel conflitto, un anno prima, a fianco delle potenze dell’intesa. L’intento dei soldati di Vienna era quello di rompere lo schieramento italiano e dilagare nella pianura veneta, costringendo l’ormai ex alleato ad una rapida resa. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1916, le artiglierie austriache riversarono sulle posizioni italiane centinaia di granate, lungo un settore di fronte ampio circa 70 km: ciò avrebbe permesso, una volta sfondato, di dilagare in Veneto. Per contro, le poche artiglierie italiane non risposero prontamente all’attacco, a causa di ordini da parte del Comando Supremo che non giunsero mai. Fu solo per l’iniziativa di alcuni valorosi ufficiali se qualche pezzo fece tuonare la sua bocca da fuoco.

Lapide_commemorativa_del_magggiore_Felice_ChiarleFelice Chiarle, una vita passata in Artiglieria, era stato destinato nel settore di Vallarsa, di fronte Rovereto, alle dipendenze del 79° Reggimento Fanteria, inquadrato nella Brigata Roma. Prima del conflitto, era stato destinato alla Scuola di Artiglieria, periodo durante il quale aveva personalmente curato l’addestramento di numerosi soldati e ufficiali, che sarebbero poi stati ai suoi ordini. Promosso Maggiore, dopo averlo formato egli stesso, partì per il fronte del Trentino al seguito del XVII Gruppo Artiglieria da Montagna. Travolto in pieno il suo settore fin dagli inizi della Strafexpedition, diede ordini ai suoi uomini di fare fuoco sulle truppe austriache avanzanti, anche solo per rallentarne il cammino e permettere alle retroguardie di organizzare una difesa maggiore. Spararono senza sosta, gli Artiglieri del Maggiore Chiarle. Continuarono fino a quando non furono esaurite le munizioni e tutti i pezzi messi fuori uso. Radunati i pochi superstiti dagli avamposti vicini, assieme a quello che restava del 79° Reggimento Fanteria, diede ordine di inastare le baionette e balzare fuori dalle trincee attaccando frontalmente il nemico. Cadde alla testa degli uomini al suo comando, anche se il suo rango di Ufficiale gli avrebbe permesso di restare a dirigere il contrattacco dalle linee più arretrate. Per il suo gesto eroico venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “Comandante di un gruppo di artiglieria da montagna in sussidio alle Fanterie, mancando il Capitano di una delle batterie più esposte, ne assumeva personalmente il comando che tenne per quattro giorni sotto intenso bombardamento nemico e fino a quando gli vennero distrutti tutti i pezzi. Ferito nei primi due giorni alla spalla ed alla testa si rifiutava di lasciare i suoi uomini e la posizione che concorreva poi, con i superstiti, all’assalto alla baionetta con le Fanterie, cadendo eroicamente sul campo. Trambileno, 15-18 maggio 1916″.

Fanterie italianePoco distante dalle posizioni tenute dal Maggiore Chiarle e dai suoi uomini, era dislocato l’altro Reggimento della Brigata Roma, l’80° Fanteria. Il Tenente Umberto Cerboni, dell’8 Compagnia, aveva il compito di presidiare la valle del torrente Leno di Vallarsa, nei pressi di Rovereto. Appena entrata in guerra l’Italia, il 24 maggio 1915, l’allora Sottotenente Cerboni prese parte all’occupazione di vaste aree del Trentino, già abbandonate dagli Austriaci, in cui gli Italiani poterono realizzare osservatori e capisaldi. Quando, nella notte del 14 maggio 1916, si scatenò il fuoco nemico, i Fanti dell’80° Reggimento resistettero per due giorni agli assalti avversari: il Tenente Cerboni, ripiegando ordinatamente, occupò una trincea alle pendici del Col Santo, prima di essere accerchiato in una sacca. Sebbene da più parti provenissero intimazioni di resa, continuò ad incitare i suoi uomini a resistere ad oltranza, fino a quando, esaurite le munizioni, assaltò all’arma bianca gli attaccanti. Fu solo allora che, ferito, cadde durante l’ennesimo assalto. Dopo la guerra, gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria: “In giornate che misero a dura prova il valore e la resistenza dei nostri, seppe con la Compagnia al suo comando, mercè il grande ascendente morale e l’esempio del valore personale, costituire una linea di petti irremovibili. Ricevuto l’ordine di abbandonare la sua insostenibile posizione, ripiegava coi resti del valoroso reparto, riportandolo al fuoco su altro punto del fronte. Successivamente, avuto il compito di guarnire una posizione avanzata, dalla quale si sarebbe poi dovuto sferrare un contrattacco, vi si portava alla testa di un manipolo dei suoi. Accerchiato da un nugolo di nemici che gli intimarono la resa, benché conscio dell’impossibilità di compiere il suo mandato, si lanciava eroicamente nella lotta, abbattendo i più audaci col calcio del moschetto. Percosso, ferito, stretto più da vicino, neppure si arrese ed altri nemici uccideva all’arma bianca finché, sopraffatto dal numero, cadeva da eroe, fulgido esempio del più alto valore, spinto fino al consapevole sacrificio di se stesso, nel compimento del dovere. Altipiano di Pozza, Trentino, 15-17 maggio 1916″.

Il SIM di Cesare Amé nella Seconda Guerra Mondiale

Dalla Prefazione, scritta dalla Giornalista Cristina Di Giorgi

IMG_20190513_120428“Spie, segreti, avventure, imprese militari, sabotaggi, sconfitte evitate, ambasciate straniere, telegrammi, cifrari, stazioni radio in territorio nemico. Nel libro che state per leggere c’è tutto questo. E anche molto altro. Gabriele Bagnoli ha voluto infatti raccontare una pagina di storia d’Italia piuttosto poco conosciuta. Avvolta nel mistero insomma. Una definizione quanto mai appropriata, visto che il protagonista, o meglio, i protagonisti, sono Cesare Amé e gli uomini che, ai suoi ordini, hanno operato in qualità di agenti dell’intelligence tricolore su tutti i fronti in cui le truppe del nostro Paese hanno dato prova di sé nel corso del secondo conflitto mondiale. Uomini coraggiosi che, guidati da un Generale tanto astuto quanto lungimirante, si sono resi attori degni delle migliori spy stories. Eppure le loro vicende non sono il frutto della mente geniale di qualche romanziere. Sono storie vere di rischi corsi, scommesse vinte, battaglie perse. E in alcuni casi anche di sangue versato. E di decorazioni al Valore più che meritate. L’autore di Cesare Amé e i suoi agenti ha letto, ricercato e studiato una immensa mole di documenti e materiale. Che ha riordinato e sintetizzato seguendo un ordine sia geografico sia cronologico: le storie delle spie italiane, infatti, sono raccolte per scenario di operazioni e per data. L’intenzione di Gabriele Bagnoli, in tutta evidenza, è quella di fornire al lettore la possibilità di avvicinarsi a questi uomini i cui nomi non sono stati quasi mai sotto la luce dei riflettori. Anche se ne avrebbero avuto, storicamente, militarmente ed eticamente parlando, tutti i diritti. Grazie a questo volume verrete forse per la prima volta a conoscenza di nomi che non avevate ancora incontrato sui libri di storia”.

Tacete! Il nemico vi ascoltaL’autore stesso, in più parti del volume, ricorda come, “in altre parti del mondo, di tali eventi ne avrebbero tratto pellicole cinematografiche e film di successo: il Maggiore Manfredi Talamo, il Capitano Francesco De Martini, il Tenente Colonnello Fettarappa Sandri e i loro uomini, portarono a termine azioni segrete che sembrano, oggi, uscite dalla penna di Jan Fleming”. Vinicio Araldi, giornalista e scrittore, nel 1969, anno buio nella storia d’Italia, a cui si fa risalire l’inizio della strategia della tensione con l’orribile attentato stragista del 12 dicembre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, scriveva in Guerra segreta in tempo di pace: “I nostri servizi di sicurezza, nati praticamente con lo Stato, sono stati considerati sempre tra i più efficienti. Raramente le loro gesta sono arrivate fino alla cronaca dei giornali e questo non certo per la loro inerzia, ma per la discrezione che ne ha circondato le gesta e per la quasi assoluta mancanza, nella loro storia, di clamorosi smacchi. Ciò anche in periodi, come quello bellico, nei quali l’attività istituzionale si è rivelata particolarmente impegnativa e si è svolta in condizioni di marcato svantaggio rispetto a quella di potenze tanto più forti e ricche”. Noi Italiani, purtroppo, abbiamo la memoria corta e tendiamo a dimenticarci, a scordarci, della nostra storia e di coloro che fecero grande questa nostra Italia. Gli uomini guidati dal Generale Cesare Amé, operarono e agirono nell’ombra e, spesso, nell’ombra sono rimasti. Nel libro Cesare Amé e i suoi uomini sono narrate le loro storie e le loro avventure oltre le linee nemiche, tra i vicoli di Roma, dove avevano sede le ambasciate straniere, e nelle zone più remote del pianeta, passando dal Medio Oriente e arrivando fino a Shangai. Molti furono coloro che restarono uccisi e che vennero fatti prigionieri. Tanti altri, infine, assistettero impotenti alla sconfitta dell’Italia nel conflitto.