Il Grecale e l’Ardente, una collisione sfortunata

Cacciatorpediniere GrecaleQuesta storia ha per protagoniste due navi, due comandanti e due equipaggi. Da una parte il Cacciatorpediniere Grecale, al comando del Capitano di Fregata Luigi Gasparrini, che aveva solcato i mari già dalla seconda metà degli Anni Trenta, prendendo parte fin da subito alle battaglie navali della Seconda Guerra Mondiale. Dall’altra la Torpediniera Ardente, una delle più innovative unità Rinaldo Ancillottinavali della Regia Marina, concepita nell’aprile 1941 per la scorta ai convogli diretti nel Nord Africa, svolgendo un’intensa attività tra la Sicilia e la Libia per tutto l’anno 1942, partecipando anche a numerosi salvataggi in mare di altrettanti marinai naufraghi delle loro navi affondate dalla flotta inglese: tra questi, l’equipaggio della Torpediniera Lupo e del Piroscafo Veloce, colati a picco sotto le bordate dei cacciatorpediniere inglesi la notte del 2 dicembre 1942. Comandante dell’Ardente era un giovane Ufficiale dalle valide capacità, il Tenente di Vascello Rinaldo Ancillotti, che aveva seguito l’unità fin dal momento della consegna alla Regia Marina: solcando i mari, si era guadagnato ben quattro Medaglie di Bronzo e tre Croci di Guerra al Valor Militare, sia in qualità di Ufficiale in Seconda sia di Comandante, scortando i convogli diretti in Libia e salvando la vita a numerosi naufraghi, anche quando i combattimenti contro unità inglesi erano ancora in corso. Il 25 dicembre 1942, il Tenente di Vascello Ancillotti riuscì ad affondare, al largo di Tunisi, il Sommergibile P48, battente bandiera inglese, ricevendo la menzione sul Bollettino di Guerra nr. 950 del Comando Supremo del 31 dicembre, unitamente alla Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Comandante di Torpediniera di scorta a convoglio, percepita all’ecogoniometro la presenza di sommergibile avversario immerso in agguato, iniziava prontamente, con elevato spirito aggressivo ed ardimento, intensa azione di caccia con numerosi precisi lanci di bombe torpedini a getto, riuscendo ad arrecargli gravi danni e a determinare il probabile affondamento. Mediterraneo Centrale, 25 dicembre 1942”. Stesso valore aveva dimostrato il Capitano di Fregata Luigi Gasparrini, che terminerà il conflitto fregiandosi di ben sei onorificenze al Valor Militare.

Torpediniera ArdenteI loro destini, quello dei loro equipaggi e quello delle loro navi, si scontrarono fatalmente la notte del 12 gennaio 1943, a poche miglia di distanza da Capo San Vito, sulla punta settentrionale della Sicilia. Il mare, quella notte, era agitato e forti piovaschi riducevano drasticamente la visibilità. Il Grecale era da poco salpato dal porto di Palermo, mentre l’Ardente, dopo alcune soste in altrettanti porti della penisola, si erano riunito ad un convoglio composto da altre sei navi e diretto a Biserta, per sbarcare militari e rifornimenti. Durante la navigazione ci fu un attacco da parte di un sommergibile britannico, senza però che provocasse danni alle unità italiane. Il convoglio giunse regolarmente sulle coste africane, tanto che, terminate le operazioni di sbarco, la Torpediniera del Comandante Ancillotti prese nuovamente il mare nel tardo pomeriggio dell’11 gennaio per rientrare nuovamente a Palermo. Sebbene le pessime condizioni meteo marine, la navigazione di entrambe le unità, pur rallentata, si svolse senza grossi problemi: alle 04.03 del giorno 12, però, accadde l’irreparabile.

Perdita ArdenteForse scambiando il Grecale per un’unità nemica, complice anche un addensamento di nubi basse, l’Ardente manovrò in maniera azzardata, entrando in collisione con il Cacciatorpediniere di Gasparrini, asportandogli di netto la prora e facendo scomparire in mare 110 militari, otto Italiani e 102 Tedeschi, in quanto l’unità era anch’essa diretta in Tunisia con nuovi contingenti per le prossime operazioni in Africa Settentrionale. La sorte peggiore, però, toccò proprio all’Ardente: sventrata al centro, la collisione causò l’esplosione della caldaia numero due, una grossa falla per la quasi totalità della larghezza della nave e un vasto incendio di nafta, che avvolse in poco tempo l’intero scafo. Irrimediabilmente danneggiata, alle 05.45 il “grande sudario del mare” si richiudeva sul relitto della Torpediniera, portando con sé il Tenente di Vascello Ancillotti ed altri 117 membri dell’equipaggio. Il Grecale riuscì faticosamente a rientrare in porto, procedendo a lento moto e a marcia indietro. Il 16 gennaio 1943, un laconico telegramma di poche righe di Supermarina informava della perdita della nave: “La Torpediniera Ardente, in navigazione da Biserta a Palermo, in seguito a collisione con il Cacciatorpediniere Grecale, è affondata alle ore 05.00 del 12 corrente mese nel punto a miglia 3 per 008 da Punta Barone”. Oggi, quello che resta dello scafo della piccola Torpediniera italiana, giace in acque piuttosto profonde spezzato a metà.

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Pietro ed Ettore, un’amicizia interrotta dalla guerra

Corriere della Sera 10 giugno 1940La vita militare, si sa, spesso crea legami così forti tra i commilitoni da farli durare anche dopo l’esperienza vissuta in caserma. E anche le difficoltà della guerra, proprio perché comuni e condivise, legano in un indissolubile cameratismo centinaia di migliaia di soldati: tanto nella Prima che nella Seconda Guerra Mondiale, numerose sono le testimonianze di tanti giovani che hanno sacrificato la propria vita per salvare quella di un proprio commilitone, proprio per quello “strano” sentimento che aveva accomunato tanti ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia in un’unica, allargata, “banda di fratelli”. Del resto, già l’Enrico V di William Shakespeare ebbe solennemente ad affermare nei giorni della festività dei Santi Crispino e Crispiano: “da questo giorno alla fine del mondo non passeranno più la loro festa senza che insieme a loro non s’abbia a ricordarsi anche di noi. Di questi noi felicemente pochi, di questa nostra banda di fratelli: perché chi oggi verserà il suo sangue sarà per me per sempre mio fratello e, per quanto sia umile di nascita, questo giorno lo nobiliterà”. E si consideravano fratelli, oltre che amici, anche Pietro Monticelli  ed Ettore Maschi, fanti del Regio Esercito Italiano, partiti per il fronte francese all’indomani della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940.

Fanti Maschi e MonticelliPietro, originario di Uboldo, piccolo centro abitato nei dintorni di Saronno, in provincia di Varese, dove era nato nel 1913, lavorava come operaio nell’azienda paterna, mentre Ettore, di un anno più piccolo e proveniente di Milano, svolgeva il mestiere di idraulico, oltre ad essere una promessa lombarda del rugby. La loro amicizia, cresciuta con gli anni, si era fatta giorno dopo giorno sempre più forte, tanto che dove andava l’uno andava anche l’altro. E così avvenne anche quando giunse alle loro case la cartolina rosa per i richiamati alle armi: l’Italia era in guerra con la Francia e con l’Inghilterra e presto sarebbero iniziate le operazioni sulle Alpi Occidentali. Destinati entrambi nel 42° Reggimento Fanteria, presero parte ai combattimenti tra Ventimiglia e Mentone, lungo la frontiera italo-francese. Quella che è passata alla storia come la Battaglia delle Alpi Occidentali, combattuta dal 10 al 25 giugno 1940, e che mise subito in luce le gravi lacune e carenze delle Forze Armate Italiane contro un nemico già praticamente sconfitto, ebbe termine con l’Armistizio di Villa Incisa, firmato alle 19.15 del 24 giugno: dal giorno seguente ogni combattimento avrebbe dovuto avere termine. Con oltre 630 caduti, un numero di feriti e congelati di oltre 4000 militari, le annessioni territoriali italiane furono minime, di fronte all’elevato numero di caduti in appena due settimane di guerra. E tra quei 630 morti, ed un numero identico di dispersi, vi furono anche Pietro ed Ettore, caduti proprio nell’ultimo giorno in cui venivano sparati gli ultimi colpi.

Italiani a MentoneCosì li ricordava l’edizione del Corriere della Sera del 26 febbraio 1941 dopo essere venuto a conoscenza delle circostanze della loro morte: “Durante le operazioni sul fronte occidentale, nel settore Ventimiglia-Mentone, ambedue gli amici cadevano, colpiti entrambi al ventre da schegge di granata e morivano nello stesso giorno, il 24 giugno. La sorte che li aveva voluti stranamente vicini in varie circostanze della loro vita e nella morte, li ha voluti vicini anche nella gloria. È giunta infatti notizia da Roma che alla memoria dei due valorosi amici è stata assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare con questa motivazione, identica per entrambi: Costante esempio di ardimento, sotto violento tiro nemico, si offriva per aprire con pinze tagliafili un varco nei reticolati e si gettava fra i primi all’attacco. Mortalmente colpito, rifiutava i soccorsi per non distogliere i compagni dal loro compito e aveva nobili parole di devozione alla Patria. Passo Treittore, 22-23 giugno 1940”.

L’eroico atto del Carabiniere Ricotti

Soldati italiani in trinceaL’Italia era entrata nel conflitto da pochi mesi, cinque per la precisione, e fin da subito, quella che doveva essere una rapida avanzata verso le posizioni contese all’Austria-Ungheria si impantanò ben presto nella logorante guerra di trincea. Le rapide avanzate lasciarono presto il campo a brevi sortite, a colpi di mano da tentare contro le postazioni trincerate avversarie, spesso al costo di innumerevoli vittime. Molto più frequentemente, lungo il corso del Fiume Isonzo vi furono scontri isolati tra pattuglie in ricognizione, lungo i crinali attraversati da stretti sentieri serpeggianti tra i boschi. Con le prime due battaglie dell’Isonzo che videro l’offensiva italiana respinta, il Comando Supremo ne pianificò una terza, il cui inizio era stato fissato per il 18 ottobre 1915: nei giorni precedenti, pertanto, ebbero inizio i consueti lavori di rinforzo delle postazioni, gli spostamenti di truppe di prima linea con elementi più riposati e sortite di pattuglie. Il giorno 7, in località Peteano, a ridosso di Cima 2, alcuni elementi austriaci iniziarono a battere con il fuoco di fucileria e mitragliatrici le posizioni italiane. I soldati italiani, però, non si lasciarono impressionare e, anzi, passarono decisamente al contrattacco. E fu in questo momento che si compì il sacrificio di un giovane ufficiale del 156° Reggimento Fanteria e l’atto eroico di un Carabiniere che lo seguiva.

Guido RicottiFrancesco Campo, originario di Marsala, dove era nato nel 1888, con il grado di Sottotenente era partito con la Brigata Alessandria per il fronte isontino dove si scontrò subito con la dura realtà della guerra. Anni dopo, nell’opera Le undici offensive dell’Isonzo, il Generale Pietro Maravigna scriveva ricordando quei tragici giorni: “se noi possedevamo un’inconstrastabile, forte superiorità numerica, ci trovavamo in condizioni di inferiorità numerica nei riguardi dell’armamento e dei mezzi per distruggere l’ostacolo passivo. Altissimo era lo spirito offensivo delle truppe, ma in guerra di posizione questo non basta se i mezzi materiali di lotta non sono in quantità e qualità sufficienti a spianare la via al combattente ed i nostri, nell’autunno del 1915, non raggiungevano tale sufficienza”. Ma gli ordini vennero dati e la nuova offensiva era in preparazione. Così, quando la postazione del Sottotenente Campo venne investita dal fuoco austriaco, balzò fuori dai trinceramenti, contrattaccando a sua volta: gli attaccanti, sorpresi da tale reazione, si ritirarono, non prima di aver lasciato nelle mani degli Italiani una quarantina di prigionieri. Sulla strada di ritorno verso le postazioni che aveva lasciato per l’attacco, però, la pattuglia italiana venne fatta segno nuovamente di scariche di fucileria: una pallottola colpì in pieno Francesco Campo, stroncandogli la vita. Si meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Avendo scorto una grossa pattuglia nemica che cercava approssimarsi alle nostre trincee, l’attaccava con una squadra riuscendo a fare 40 prigionieri. Fatto a segno a vivo fuoco proveniente da un trincerone  nemico, mentre con fermezza e calma ammirevoli, provvedeva a spingere indietro i prigionieri e a fare inseguire col fuoco i nemici sfuggiti alla cattura cadeva colpito a morte. Fronte Boschini, 7 Ottobre 1915”.

Fanti italianiFu allora che un Carabiniere Reale, membro della pattuglia, Guido Ricotti, originario di un piccolo paese dell’entroterra pisano, nonostante fosse già al sicuro con il resto degli uomini all’interno dei trinceramenti italiani, corse fuori, quando ancora era in corso il fuoco austriaco, per recuperare il corpo esanime del Sottotenente Campo e riportarlo indietro. Un’impresa, questa, che gli valse la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Al seguito del comandante del reggimento, che ispezionava la linea del fuoco, contribuiva a catturare 40 soldati nemici e a respingere un attacco. Visto, poi che uno dei nostri era caduto sul posto di combattimento, spontaneamente e da solo, sotto vivo fuoco, si slanciava a raccogliere il cadavere e lo trasportava indietro. Boschini, 7 Ottobre 1915”. Pochi giorni dopo, il 18 ottobre, aveva inizio la Terza Battaglia dell’Isonzo: quasi 11.000 vittime tra i Fanti italiani, tanto che alcuni Reggimenti protagonisti dell’offensiva subirono il 50% di perdite, tra caduti, feriti e dispersi. La spinta offensiva si spense già il 4 novembre, senza che fossero conseguiti grandi avanzamenti del fronte: “a malgrado di tanto valore, i vantaggi territoriali conseguiti furono e, non poteva essere altrimenti, assai modesti: Peteano rimase nelle nostre mani e così il bosco a ferro di cavallo, il ridottino e altre brevi trincee tra San Michele e San Martino”, ricordava ancora una volta il Generale Maravigna.

L’eroica impresa del Calatafimi

Calatafimi“All’alba del giorno 13, unità della nostra Marina si scontravano con una formazione navale nemica composta di incrociatori e siluranti. Ne è seguito un combattimento durante il quale sono entrate in azione anche le difese costiere della Regia Marina. La Torpediniera Calatafimi ha colpito con siluri due grossi cacciatorpediniere, uno dei quali è affondato. Località della riviera ligure sono state colpite dal tiro delle navi nemiche. Si contano alcuni morti e feriti tra la popolazione civile”. Così riportava il Bollettino di Guerra n. 4 del Quartier Generale delle Forze Armate pochi giorni dopo l’ingresso dell’Italia in quello che sarà ricordato come il secondo conflitto mondiale. Tutto aveva avuto inizio la sera del 13 giugno 1940, quando una piccola formazione italiana, composta dalla Torpediniera Calatafimi e dal Posamine Elbano Gasperi lasciarono il Porto di La Spezia per compiere una missione per la posa di sbarramenti navali tra le città liguri di Savona e Genova. Tutto procedette tranquillamente fino alla mattina presto, quando la vedetta del Calatafimi avvistò, all’orizzonte, alcuni alberi appartenenti a navi inizialmente non identificate. Fu il comandante della Torpediniera, il Tenente di Vascello Giuseppe Brignole, ad identificare le unità come cacciatorpediniere francesi. Informata Supermarina, da Roma ordinarono al Posamine Gasperi di dirigersi immediatamente sottocosta e rientrare in porto, mentre Brignole, sfruttando l’alba, avrebbe dovuto avvicinarsi a tutta velocità e attaccare con tutte le armi di bordo le navi francesi: ancora nessuno sapeva che si trattava di parte della Terza Divisione Incrociatori, che avrebbe dovuto bombardare le infrastrutture e il porto di Genova il 14 giugno, causando nove morti e una trentina di feriti.

RN_Calatafimi5Giunti più vicini, il Tenente di Vascello Brignole e i suoi uomini si resero conto di trovarsi di fronte gli Incrociatori Pesanti Dupleix e Colbert, scortati dai Cacciatorpediniere Vautour, Albatros, Guepard, Valmy e Verdun: l’equipaggio della piccola unità italiana non si perse d’animo e puntò dritta sugli incrociatori, iniziando le fasi di caricamento e puntamento dei tubi lanciasiluri. Nel frattempo, i Francesi iniziarono ad aprire il fuoco contro Vado Ligure e Genova con le artiglierie di bordo e solo a questo punto il Comandante Brignole ruppe gli indugi aprendo il fuoco con o quattro cannoni di bordo da 102/45. Così ricorda l’azione il Corriere della Sera del 16 giugno 1940: “Anche i pezzi della Calatafimi hanno aperto il fuoco. Fuoco celere. Ma si è già a una distanza utile per i siluri, 3200 metri, e il Comandante, pur facendo correre le macchine a tutta forza, accosta a dritta, accosta a sinistra, zig zag, zig zag, per mandare all’aria i calcoli di punteria del nemico, studia l’angolo e fa dar fuori due siluri. Si sta in ascolto con il cuore sospeso. Ma lo scoppio non avviene. Anche le navi avversarie manovrano e sparano, accidenti come sparano. Sono solo le quattro siluranti a sparare, le navi più grosse stanno dirigendo il fuoco sulla costa, tranquille, si vede, fiduciose che basteranno i quattro grossi caccia a tenere a bada il ragazzino temerario. La Calatafimi continua a guizzare di qua e di là nella fontana degli scoppi che rovesciano torrenti d’acqua sulla coperta. La gente è esaltata, eccitata”. Brignole ordinò altre repentine e continue accostate e, portatosi ancora più vicino, fece lanciare altri due siluri, anche questi purtroppo non a segno: le batterie costiere, intanto, colpirono il Cacciatorpediniere Albatros, danneggiandolo seriamente, cosa che impressionò enormemente i Francesi, soprattutto per l’inattesa reazione italiana, che si ritirarono rapidamente dallo scontro.

Equipaggio CalatafimiAnche la Torpediniera Calatafimi ruppe, poco dopo, il contatto, entrando nel Porto di Genova innalzando, come ricorda sempre il Corriere della Sera, “il Gran Pavese per celebrare la vittoria: nuda, sottile, succinta, i salvagente messi ad asciugare sulle ringhiere, senz’altri segni della battaglia che qualche sgraffio di scheggia e tutti i vetri degli oblò in pezzi. Ma la Calatafimi riprende immediatamente servizio: rifatto il pieno, per così dire, dei proietti e dei siluri, salperà di nuovo per il mare. Di nuovo le vedette in agguato e metà della gente al posto di combattimento”. A Brignole venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare: “Comandante di Torpediniera di scorta ad un Posamine, avvistata una formazione di numerosi incrociatori e siluranti nemici che si dirigevano per azione di bombardamento di importanti centri costieri, ordinava al posamine di prendere il ridosso della costa ed attaccava l’avversario affrontando decisamente la palese impari lotta. Fatto segno ad intensa reazione, manovrava con serenità e perizia attaccando fino a breve distanza con il siluro e con il cannone le unità nemiche. La sua azione decisa ed i danni subiti dalle forze navali avversarie costringevano queste a ritirarsi. Esempio di sereno ardimento, di sprezzo del pericolo, di consapevole spirito di assoluta dedizione alla Patria. Mare Ligure, 14 giugno 1940″.

Al Ponte di Perati la morte del Sottotenente Luciano Brambilla

Ponte di Perati“Sul Ponte di Perati, bandiera nera, l’è il lutto degli Alpini che van a la guerra” cantavano le Penne Nere in tempo di guerra. La gloriosa Divisione Julia, la stessa delle centomila gavette di ghiaccio narrateci dalla penna di Giulio Bedeschi, nell’autunno del 1940, venne inviata in Grecia a seguito dell’attacco italiano: lungo la frontiera greco-albanese sorgeva la cittadina di Perati, la cui caratteristica era un ponte ad un’unica arcata. E proprio lungo questo settore di fronte, dove ebbe inizio la campagna di Grecia, tra fango e neve, gli Alpini pagarono a caro prezzo la sottovalutazione delle forze nemiche e la non piena conoscenza del territorio, nonostante da settimane i comandi italiani ricevessero continue informative e relazioni da parte del Servizio Informazioni Militare, l’intelligence tricolore, guidato dal Generale Cesare Amé. Appoggiati dal fuoco delle artiglierie, i soldati italiani tentarono a più riprese l’attacco: l’avanzata si fece più difficile del previsto, tanto che in alcuni punti del fronte le forze italiane dovettero retrocedere fin oltre le posizioni di partenza, lasciando l’iniziativa alle truppe greche.

Luciano BrambillaDurante gli scontri che si protrassero fino al dicembre 1940, senza che si avessero grossi mutamenti sulla linea del fronte, prese parte ai combattimenti anche un giovane Sottotenente di ventiquattro anni, originario di Milano: Luciano Brambilla. In servizio come Artigliere nel 131° Reggimento Artiglieria Centauro, cadde alla testa dei suoi uomini, così come riporta il Corriere della Sera del 18 febbraio 1941: “Il Colonnello Comandante il Reggimento ha scritto al padre esprimendo tutto il cordoglio del Reggimento stesso per la perdita del valoroso Ufficiale, caduto in mezzo ai propri Artiglieri e dopo aver fatto tuonare fino all’ultimo i suoi cannoni. Anche altri Ufficiali del Reggimento hanno inviato lettere nelle quali testimoniano della fede ardente che sempre aveva animato il giovane Ufficiale, proposto per un’alta ricompensa al Valore, e del suo ardimentoso contegno nell’episodio in cui ha fatto generoso olocausto alla Patria della vita”. Venne decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria: “Sottocomandante di Batteria, nel corso di un combattimento, dovendo spostare i pezzi, di iniziativa, rimaneva con uno solo di essi sulla postazione e proseguendo il tiro fronteggiava la reazione avversaria, riuscendo così a coprire il movimento del Reparto. Lasciava infine la posizione col pezzo più volte colpito. Successivamente sottoposto al tiro di controbatteria nemica, disdegnava di rimanere nel ricovero e dirigeva il fuoco allo scoperto finché, colpito a morte, cadeva eroicamente tra i suoi cannoni. Perati, 19 novembre 1940-Permeti, 2 dicembre 1940”.

Enzo PiceciIl Sottotenente Brambilla fu uno degli oltre tredicimila caduti italiani sul fronte greco: tanti altri rimasero feriti, congelati e dispersi. Di questi ultimi, quasi quattromila, nessuno ha saputo più nulla. Cantavano ancora gli Alpini: “Quelli che son partiti non son tornati. Sui monti della Grecia sono restati”. Non tornò dai monti della Grecia anche un altro giovane ufficiale, il Sottotenente Enzo Piceci, primo caduto dei GUF milanesi, i Gruppi Universitari Fascisti. Figlio di un reduce della Grande Guerra decorato al Valor Militare, prestava servizio nella 27a Batteria Alpina. Così lo ricorda il Corriere della Sera del 22 febbraio 1941: Il 18 dicembre il Sottotenente Piceci raggiungeva a Quota 1184 la posizione assegnatagli come Ufficiale Osservatore. Il giorno 27, a Quota 1184, erano ridotti in pochi. Il nemico attacca in forze: parecchi cadono. Rimangono sulla vetta il Piceci, un Sottotenente degli Alpini, un Alpino ferito. Piceci corre ad una mitragliatrice e il Sottotenente degli Alpini lo coadiuva, indicandogli le file che incalzano. Spara ben due nastri, poi il Sottotenente degli Alpini rimane ferito. Piceci inizia il terzo nastro: una raffica lo coglie in petto. Una sola parola: mamma e si accascia fulminato sull’arma”. Venne decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria: “Ufficiale di Artiglieria Comandante di pattuglia per meglio assolvere il proprio compito sceglieva l’osservatorio in posto particolarmente adatto, per quanto fortemente battuto da artiglieria avversaria. Durante un attacco nemico in forze soverchianti, noncurante degli intensi tiri dell’artiglieria avversaria, osservava il tiro delle batterie con serenità e coraggio esemplari. Visto cadere il Comandante di un Plotone Alpini a lui vicino, assumeva di sua iniziativa il comando del reparto, resistendo a lungo all’attacco avversario. Resosi inutilizzabile il fucile mitragliatore, si lanciava contro un gruppo di nemici con bombe a mano e continuava l’impari lotta, fino a quando anch’egli veniva colpito a morte. Monte Bregianit, fronte greco, 27 dicembre 1940”.

Sul fronte greco-albanese il sacrificio dei Sottotenenti Forni e Fratti

Artiglieri in GreciaSono tantissimi gli atti di valore compiuti dai soldati italiani sui fronti di guerra del secondo conflitto mondiale. Molti di loro, poi, per le loro azioni, volte quasi sempre al sacrificio, sono state ricompensati con altrettante medaglie al valore, spesso alla memoria. E se più o meno noti sono i fatti di coloro che ricevettero la massima onorificenza, la Medaglia d’Oro, il cui nome magari rivive ancora ancora oggi in qualche via e piazza o sulla facciata di qualche caserma, ormai dimenticate sono le vicende di quei tanti militari, marinai e aviatori che caddero silenziosamente e che oggi, ancora più silenziosamente, sono andati dimenticati. Nelle nostre pagine abbiamo spesso raccontato di Eroi sconosciuti, scoperti, o meglio, riscoperti, sfogliando qualche vecchio numero del Corriere del Sera del tempo di guerra. E proprio così è capitato per la storia del Sottotenente Giorgio Forni, poi decorato postumo a fine conflitto con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla Memoria, e del suo parigrado Desiderio Fratti, entrambi caduti a inizio gennaio 1941 sul fronte greco-albanese. E per narrare le loro storie, abbiamo deciso di raccontarle esattamente come le raccontò proprio il Corriere della Sera a tutti gli Italiani.

Giorgio ForniNell’edizione del 16 febbraio 1941 si legge che “il Sottotenente Giorgio Forni è caduto, il 1° gennaio, sul Monte Topianek, durante un contrattacco, colpito da una raffica di mitragliatrice. La spoglia fu benedetta dal Cappellano della Divisione Julia, presente il Comandante della Compagnia”. Segue poi la toccante testimonianza del superiore del Sottotenente Forni scritta ai genitori: “Posso attestare come egli si sia comportato valorosamente e sia meritevole di un’alta ricompensa al Valore: così conclude il rapporto del Sottotenente Di Lorenzo, che gli era vicino al momento del glorioso sacrificio”. Giorgio Forni, originario di Bussi, piccolo paese in provincia di Pescara, classe 1919, era partito volontario per il conflitto, dopo aver conseguito la Laurea in Giurisprudenza. Al momento della dichiarazione di guerra da parte dell’Italia a Francia e Inghilterra, frequentò il corso Allievi Ufficiali della Milizia da cui, nel luglio 1940, uscì primo, dimostrando un’ottima capacità di comando. Destinato all’8° Reggimento Fanteria Cuneo, 3a Compagnia, partì per il fronte, dove, pochi mesi dopo, rimase ucciso durante un’azione nemica. Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Sotto intenso fuoco di armi automatiche e di mortai, si portava con pochi uomini ed alcuni mitraglieri, in posizione avanzata e battuta per meglio colpire col fuoco delle sue armi l’attaccante e, dopo averlo arrestato, lo ricacciava a colpi di bombe a mano. Colpito a morte, durante l’asperrima lotta, rifiutava ogni assistenza e continuava ad incitare i suoi Fanti alla lotta. Mali Topianek, fronte greco, 1° gennaio 1941”.

Desiderio FrattiCosì cadde il Sottotenente Giorgio Forni. E parimenti con valore perse la vita, nel medesimo teatro operativo, esattamente due giorni dopo, il 3 gennaio, il Sottotenente Desiderio Fratti, in forza al 33° Reggimento Artiglieria Acqui. Nato a Milano nel 1918, dopo il diploma di ragioneria, era partito per il conflitto già nel giugno 1940, distinguendosi per valore durante la campagna militare contro la Francia all’indomani della dichiarazione di guerra. Venne poi trasferito, con il suo reparto, in Albania, dove, il 2 gennaio 1941, partecipava ad un’azione di ricognizione per meglio direzione il fuoco dei suoi Artiglieri. Così lo ricorda il Corriere della Sera del 14 febbraio 1941: “era stato inviato a un osservatorio avanzato, donde doveva seguire il tiro delle batterie del suo Gruppo e riferirne al comando. La mattina dopo, gli Artiglieri che lo accompagnavano erano scesi alla Batteria, ed egli era rimasto all’osservatorio che, poco dopo, è stato colpito in pieno da un proiettile di mortaio nemico. Scrivendone alla famiglia, l’Aiutante Maggiore in Seconda del suo Gruppo (il 1° del 33° Artiglieria), così esaltava le esemplari virtù militari del Caduto: forte nello spirito e conscio del proprio dovere, compiendo l’incarico di pattugliere a lui affidato, rispondeva fino all’ultimo momento alla fiducia in lui riposta”.